ERIC HOBSBAWM.
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COME CAMBIARE IL MONDO.
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Parte 4.
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Titolo originale: How To Change the World. 2011.
2011. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 14. L'influenza del marxismo. 1945-1983.
CAPITOLO 15. Il marxismo in recessione. 1983-2000.
CAPITOLO 16. Marx e il movimento operaio: il secolo lungo.
Note al testo suddivise per capitolo.
Date e fonti delle pubblicazioni originali.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 14. L'influenza del marxismo. 1945-1983.
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Nessun pensatore  mai stato con altrettanto successo all'altezza della propria massima: "I filosofi hanno soltanto interpretato il mondo: si tratta per di trasformarlo".1 Le idee di Marx divennero le dottrine ispiratrici dei movimenti operai e socialisti nella maggior parte d'Europa. Soprattutto attraverso Lenin e la Rivoluzione russa, esse diventarono la quintessenza internazionale della dottrina della rivoluzione sociale del XX secolo, e come tali bene accette ovunque, dalla Cina al Per. Con il trionfo dei partiti e dei governi a esse ispirati, alcune versioni di queste idee diventarono l'ideologia ufficiale di Stati in cui, al loro culmine, viveva qualcosa come un terzo della razza umana, senza contare i movimenti politici di varia dimensione e importanza nel resto del mondo. Gli unici pensatori singolarmente identificabili ad aver raggiunto uno status comparabile sono i fondatori delle grandi religioni del passato e, con la possibile eccezione di Maometto, nessuno ha trionfato su una scala paragonabile con altrettanta rapidit. Da questo punto di vista, non vi sono pensatori laici commisurabili a Marx.
Fino a che punto Marx stesso avrebbe approvato quello che  stato fatto in suo nome, e che cosa avrebbe pensato delle dottrine - spesso trasformate in un equivalente laico della teologia - accolte ufficialmente come verit indiscutibili,  materia per speculazioni interessanti, seppure accademiche. Resta il fatto che, per quanto tali dottrine possano essere lontane dalle sue idee, nella misura in cui possiamo documentarle o trarne delle deduzioni, esse ne costituiscono una derivazione storica che, nel pensiero e nell'azione, pu essere confermata direttamente: appartengono alla storia del marxismo. Il fatto che questi sviluppi siano pi o meno logicamente impliciti nelle idee di Marx  una questione differente e distinta. Ed  stata a lungo discussa, soprattutto perch i regimi e i governi che sono riusciti ad affermarsi nel nome di Marx (finora di solito in combinazione con qualche leader rivoluzionario che si  proclamato suo discepolo, come Lenin, Stalin, Mao, ecc.) hanno, sino a oggi, tutti mostrato un'affinit familiare tra loro; oppure perch hanno tutti condiviso la caratteristica negativa di non essere simili alla democrazia liberale.
Rispondere a questa domanda non rientra negli scopi del presente capitolo, tuttavia si possono fare due commenti. Nella misura in cui qualunque gruppo di idee sopravvive al proprio artefice, cessa di restare limitato al contenuto e agli intenti originari. Entro i confini assai ampi stabiliti dalla capacit umana di esegesi, o anche dall'umana prontezza a creare un'associazione con un desiderabile o apprezzato predecessore, tale insieme di idee  soggetto a una gamma di modifiche e trasformazioni imprevedibilmente vasta nella pratica e nella teoria. I regimi che si definiscono cristiani e che derivano la propria autorit da un corpo particolare di testi scritti, andavano dal regno feudale di Gerusalemme agli Shakers, dall'Impero zarista russo alla repubblica d'Olanda, dalla Ginevra di Calvino all'Inghilterra georgiana. La teologia cristiana ha assorbito in tempi diversi Aristotele e Marx. Tutti possono rivendicare la derivazione dagli insegnamenti di Ges, sebbene di solito senza l'approvazione di cristiani altrettanto convinti. Ebbene, allo stesso modo, un altro ampio ambito di idee e pratiche ha reclamato una derivazione e una compatibilit con i testi di Marx, direttamente o attraverso i suoi successori. Se non sapessimo che tutti si richiamarono a questa origine, potremmo senz'altro considerare le differenze tra, poniamo, i kibbuzim sionisti e la Cambogia di Pol Pot, tra Hilferding e Mao, tra Stalin e Gramsci, Rosa Luxemburg e Kim Il-sung, pi evidenti di quanto non siano le somiglianze. Non vi  una ragione teorica per cui i regimi marxisti debbano assumere una certa forma, sebbene ci siano buone ragioni storiche per cui quelli che si costituirono nel corso di un periodo storicamente breve abbiano sviluppato delle caratteristiche comuni, negative o positive. , quest'ultimo, un fenomeno che avvenne a partire dal 1917 in un certo numero di Paesi ai margini o al di fuori del mondo industrializzato, mediante una rivoluzione sorta spontaneamente, per imitazione o in seguito a una conquista.2 Crolla quindi l'assunto secondo cui la teoria marxiana debba necessariamente implicare il leninismo e il leninismo soltanto (o qualunque altra scuola che si consideri depositaria dell'ortodossia marxista).
Ci che si pu tuttavia dire  che qualunque corpo di idee, comprese quelle di Marx, nel diventare un'importante forza politica che mobilita le masse, che ci accada attraverso partiti, movimenti, governi, oppure per altre vie, necessariamente si trasforma. Proprio nello stesso modo in cui viene trasformato qualunque insieme di idee, anche solo attraverso una formalizzazione, stabilizzazione e semplificazione pedagogica, qualora arrivi a essere insegnato nelle scuole primarie e secondarie, e abbastanza spesso anche nelle universit. Interpretare il mondo e cambiarlo, per quanto siano concetti collegati organicamente, non sono la stessa cosa. Se ci avviene tramite la formazione di una serie informale di credenze come quelle che distinguevano gli uomini d'affari del Novecento e i loro cronisti dagli effettivi scritti di Adam Smith, sui quali pretendevano di fondarsi, o, nei casi estremi, di dogmi formali rispetto a cui non  tollerato alcun dissenso,  questione secondaria. Rimane il tema della trasformazione; in effetti, gran parte della storia accademica delle idee dei pensatori del passato, in particolare la storia delle idee politiche, consiste nel riscoprire il significato e le intenzioni originali degli autori, e il contesto e i riferimenti originari del loro pensiero dietro l'interpretazione postuma. Le uniche opere che sfuggono a questo destino sono quelle che nessuno ha mai preso sul serio, o quelle cos strettamente associate a un tempo o un luogo particolari da essere in seguito subito dimenticate. L'Adam Smith di oggi non  quello del 1776, fuorch per un pugno di studiosi specializzati: lo stesso vale inevitabilmente per Marx.
L'impatto politico del marxismo  senza dubbio il risultato pi importante di Marx dal punto di vista storico. Eppure l'impatto intellettuale  stato quasi altrettanto impressionante, bench non possa essere separato da quello politico, men che meno dai marxisti. Non sono molti i pensatori il cui nome basta da solo a evocare vaste trasformazioni dell'universo intellettuale. Marx  tra questi, assieme a figure come Newton, Darwin e Freud. Come indica questa serie di nomi, le trasformazioni intellettuali che a essi si ricollegano non sono tra loro paragonabili, se non nella misura in cui, assai al di l dei ranghi degli specialisti nei rispettivi campi, sono tutte penetrate nella cultura erudita in generale. Non si vuole dire con questo che Freud, o anche Darwin, furono dello stesso calibro intellettuale di Newton. Ciononostante, a prescindere dalle loro capacit e dalla natura delle loro conquiste intellettuali, i nomi inclusi in questo elenco sono pochi. In esso, la posizione di Marx non  in discussione, pur essendo doppiamente peculiare. In primo luogo, come mostra questo libro,  postuma per ragioni pratiche: sono davvero pochissimi coloro che, ancora vivo Marx, avrebbero previsto una simile fama. In secondo luogo, essa fu raggiunta a dispetto di un secolo di persistente, enorme, appassionata, e intellettualmente tutt'altro che trascurabile critica. Numerose menti brillanti si sono impegnate a fondo nel tentativo di dimostrare errori e inadeguatezze di Marx, compresi i molti che, un tempo marxisti, ne sono poi diventati critici. Non  infrequente che ci accada ai pensatori che trasformano l'universo intellettuale; ciononostante, sembra che per queste altre figure il percorso sia stato nel complesso meno tempestoso, e la critica intellettuale seria limitata ai loro campi specialistici. A un secolo dalla sua morte, Marx era sopravvissuto a cento anni di bordate contro le sue idee da parte di chiunque avesse a disposizione una penna, una macchina da scrivere, un palco pubblico o, a seconda dei casi, la matita blu di un censore o un reparto di polizia. La sua personale statura intellettuale non  mai stata seriamente in discussione: anzi, la sua presenza ideologica globale era quasi certamente maggiore di quanto fosse mai stata prima d'allora, o di quanto sarebbe stata in seguito; e i suoi scritti, e quelli a essi ispirati, non erano mai stati altrettanto ampiamente influenti, letti e discussi. E questo malgrado il fatto sempre pi evidente che i partiti socialdemocratici ex marxisti disconoscevano tale influenza, e che l'Unione Sovietica stava evidentemente perdendo sia la propria attrazione nei confronti della sinistra mondiale sia, con la destalinizzazione, la supremazia tra le branche rivoluzionarie della tradizione marxista.
Vi sono tre possibili ragioni che spiegano questo primato. Il marxismo  stato insistentemente attaccato perch, sin dagli anni immediatamente successivi alla morte di Marx, sempre identificato, da una parte o dall'altra, con potenti movimenti politici che minacciavano lo status quo e, dal 1917, con regimi statali considerati sovversivi, pericolosi o minacciosi a livello internazionale. Fino agli anni Novanta non ha mai smesso di rappresentare forze politiche formidabili. Inoltre, in teoria  sempre rimasto internazionale, mettendo cos i suoi critici di fronte a un pericolo o a una fallacia potenzialmente universali. Da questo punto di vista differiva da dottrine collegate a nazioni o a razze particolari, che avevano quindi minori possibilit di convertirne altre, oppure da dottrine teoricamente universali, ma confinate in pratica a regioni particolari, come il Cristianesimo ortodosso o l'Islam sciita.
Per di pi, il marxismo era sempre stato una critica rivoluzionaria dello status quo con serie pretese intellettuali, e ben presto si sarebbe affermato tra simili critiche come quella di gran lunga pi influente e dominante. Dagli anni Settanta del Novecento, praticamente tutti gli oppositori dello status quo desiderosi di sostituirlo con una "nuova" societ migliore, e anche alcuni tra quelli che desideravano rimpiazzarlo con il ritorno a un'"antica" societ idealizzata, descrivevano i propri obiettivi in termini di "socialismo". Ma la posizione dell'analisi marxista nella teoria socialista era tale che una critica del socialismo inevitabilmente sottintendeva una critica di Marx. A un anno dalla morte, un'inchiesta ben informata sul socialismo contemporaneo,3 mentre notava l'estinzione delle scuole originarie premarxiane "utopistiche" o "mutualistiche", poteva ancora dedicare soltanto uno dei suoi nove capitoli a Karl Marx. Nella seconda met del XX secolo era pi probabile che le discussioni4 considerassero tutte le varianti delle dottrine socialiste essenzialmente nei termini dei loro rapporti con le dottrine del marxismo, ora tacitamente assunto come tradizione centrale del socialismo.
Secondo lo stesso principio, coloro che volevano criticare la societ esistente erano attratti dalla teoria di cui tali critiche erano imperniate, cos come coloro che volevano invece difenderla, o che comunque erano scettici verso le proposte dei rivoluzionari, erano indotti ad attaccare Marx. Ci non accadeva soltanto in regimi in cui la dottrina marxista era tutt'uno con l'ideologia ufficiale dello status quo. Gli Stati governati da regimi marxisti erano, tuttavia, una minoranza. In tutti i casi, eccettuata l'Urss, nessuno di questi Stati aveva pi di trenta o quarant'anni, e, nel marxismo, l'elemento critico-sociale della prima generazione o delle generazioni postrivoluzionarie manteneva una certa importanza, bench forse decrescente.
Vi  una terza ragione che d conto della centralit del marxismo e del dibattito su di esso nell'universo intellettuale del tardo Novecento: la sua sproporzionata capacit di attrarre gli intellettuali. Grazie all'esplosione dell'istruzione secondaria e di quella universitaria, il loro numero in questo periodo era andato moltiplicandosi come non era mai accaduto prima. In effetti, soltanto a volte gli intellettuali si erano accostati in massa al marxismo e, anche allora, la maggior parte di loro non in modo permanente. Inoltre, vi sono stati tempi, luoghi e occupazioni intellettuali notoriamente immuni al marxismo o che ne sono stati respinti. Ciononostante, rimane il fatto che, di tutte le ideologie associate ai moderni movimenti sociali, il marxismo  stato, in quanto teoria, di gran lunga la pi interessante. Esso ha dunque dotato di una vasta gamma di applicazioni non soltanto l'impegno e l'attivit politica, ma anche l'elaborazione e la discussione teoretica. Non  n un caso, n il mero riflesso di una moda intellettuale il fatto che il numero di rimandi sotto le voci "Marx" e "marxismo" nell'indice analitico della International Encyclopaedia of the Social Sciences (1968) superi di molto quello di qualsiasi altro pensatore, quand'anche si omettano i rinvii supplementari sotto "leninismo".
Vi furono tre insiemi di eventi di primaria importanza nel formare la discussione marxista nel quarto di secolo dopo il 1945: gli sviluppi in Urss e negli altri Paesi socialisti dal 1956 in poi, quelli collegati a quanto negli anni Cinquanta era gi stato (in modo fuorviante) definito "Terzo mondo", e in particolare l'America latina, e il sorprendente e inaspettato scoppio di radicalizzazione politica, specialmente tra gli studenti, nei Paesi a capitalismo industriale alla fine degli anni Sessanta. Rispetto alla loro effettiva importanza politica, diretta o indiretta, questi tre insiemi sono di peso assai diseguale, sebbene abbiano avuto tutti un profondo impatto sulla discussione marxista. Tanto meno, chiaramente, possono essere separati l'uno dall'altro, specialmente dopo il 1960.
L'insieme "sovietico" influenz gli sviluppi del marxismo in tre modi. Primo, perch la destalinizzazione in Urss e negli altri Stati dell'Europa orientale aveva avuto effetti sia pratici sia teorici: port al riconoscimento del fatto che l'organizzazione reale di queste societ e il loro funzionamento - non ultimo quello delle loro economie - richiedeva riforme, riconoscimento che si fece particolarmente sentire negli anni successivi al XX Congresso e alla fine degli anni Sessanta. La destalinizzazione port anche a un certo disgelo intellettuale che consent un ripensamento, o a volte incoraggi persino la riapertura di questioni archiviate durante l'epoca di Stalin.
Secondo, influenz il marxismo attraverso la rottura di un singolo, monolitico e monocentrico movimento internazionale comunista dominato da un "partito guida", quello dell'Urss. Questa unit monolitica, gi indebolita dalla secessione della Jugoslavia sin dal 1948, cess effettivamente di esistere con la spaccatura fra Cina e Urss attorno al 1960. Tutti i partiti comunisti, e quindi la discussione marxista al loro interno, furono toccati in varia misura da questa rottura, o a essere pi precisi, dal riconoscimento de jure o de facto che era ormai possibile, a volte desiderabile, una pluralit di "vie nazionali al socialismo", o all'interno di esso. Inoltre, anche per quelli ancora desiderosi di un'unica ortodossia internazionale della teoria, l'esistenza di ortodossie rivali sollevava spinosi problemi di riassetto.
Terzo, l'insieme sovietico condizion gli sviluppi nel marxismo attraverso accadimenti politici spesso drammatici all'interno del mondo socialista, o pi precisamente negli Stati che rientravano nella sfera d'influenza sovietica e in Cina: le prime reazioni europee orientali al XX Congresso nel 1956 (la Polonia, l'Ungheria), le crisi della fine degli anni Sessanta, di cui la "Primavera di Praga" del 1968 fu la pi traumatica, la serie di cataclismi polacchi tra il 1968 e il 1981, e i terremoti politici che scossero la Cina alla fine degli anni Cinquanta, a met anni Sessanta (la "Rivoluzione culturale") e dopo la morte di Mao.
Infine, la crescita di una comunicazione diretta tra il settore socialista e il resto del globo, anche solo in forma di giornalismo, turismo, interscambio culturale, e la creazione di importanti gruppi di emigranti dai Paesi socialisti influenzarono gli sviluppi del marxismo attraverso l'incremento del patrimonio di informazioni accessibile ai marxisti occidentali, che poteva essere controllato solo con sempre maggiore difficolt. Se questi Paesi venivano ancora trasformati in modelli, a volte quasi utopistici, di ci a cui i rivoluzionari occidentali aspiravano, era tuttavia soprattutto perch questi ultimi non ne sapevano granch, e a volte non erano in condizioni, o non si preoccupavano, di documentarsi di pi. L'idealizzazione della "Rivoluzione culturale" da parte di molti rivoluzionari occidentali aveva a che vedere con la Cina quanto le Lettere persiane di Montesquieu ne avevano con l'Iran o il "buon selvaggio" settecentesco con Tahiti, cio abbastanza poco. Ciascuno di essi utilizzava la presunta esperienza di un Paese lontano come critica sociale di un'altra parte del mondo. Ciononostante, con lo sviluppo della comunicazione e dell'informazione, la tendenza a cercare l'utopia sotto qualche bandiera rossa di Stato gi al vento, diminu in modo considerevole. A partire dal 1956 si apre un periodo in cui la maggior parte dei marxisti occidentali fu costretta a concludere che i regimi socialisti esistenti, dall'Urss a Cuba al Vietnam, erano ben lontani dall'essere quella che loro stessi avrebbero desiderato fosse una societ socialista, compiuta o ancora in fieri. Il grosso dei marxisti fu costretto a tornare alle posizioni che i socialisti avevano ovunque prima del 1917. Ancora una volta dovevano giustificare il socialismo come soluzione necessaria ai problemi creati dalla societ capitalistica, come una speranza per il futuro; una speranza, tuttavia, supportata in maniera decisamente inadeguata dall'esperienza pratica.
Per contro, l'emigrazione dei "dissidenti" dai Paesi socialisti rafforz la vecchia tentazione di identificare Marx e il marxismo esclusivamente con questi regimi, e in particolare con l'Urss. Un tempo, era servita per escludere dalla comunit marxista chiunque mancasse di dare un totale e acritico sostegno a tutto ci che proveniva da Mosca. Ora serviva a quanti volevano rifiutare Marx nella sua totalit, affermando che l'unica via che scaturiva, o avrebbe potuto scaturire, dal Manifesto era quella che finiva nei gulag della Russia di Stalin o nei loro equivalenti in qualche altro Stato governato dai discepoli di Marx. Questa reazione era psicologicamente comprensibile tra i comunisti disillusi che contemplavano "il dio che  fallito";* lo era ancora di pi tra gli intellettuali dissidenti che vivevano nei Paesi socialisti o provenivano da essi, il cui rifiuto di qualunque cosa avesse a che fare coi loro regimi ufficiali era assoluto - a cominciare dal pensatore alle cui teorie detti regimi facevano riferimento. Da un punto di vista intellettuale, ci  giustificabile quanto la tesi secondo cui tutta la cristianit deve logicamente e necessariamente sempre portare all'assolutismo papale, o tutto il darwinismo alla glorificazione della libera concorrenza capitalistica.
L'insieme degli avvenimenti del "Terzo mondo" ebbe una ripercussione sugli sviluppi del marxismo in due modi.
In primo luogo concentr l'attenzione sulle lotte di liberazione dei popoli in Asia, Africa e America latina, e sul fatto che molti di questi movimenti e alcuni dei nuovi regimi che emergevano dalla decolonizzazione erano attratti da slogan marxisti e da strutture e strategie statali associate (quanto meno da loro) al marxismo. Tali movimenti e regimi trassero ispirazione dalle esperienze di Paesi socialisti, la maggior parte dei quali inizialmente arretrata, per sfuggire all'arretratezza. Un gran numero di movimenti e regimi del "Terzo mondo" proclamava, almeno ogni tanto, di avere come proprio fine il socialismo (spesso definito come socialismo africano, islamico, ecc.) Se questi regimi avevano un modello, questo derivava da regimi guidati da marxisti. Naturalmente, la quantit di studi, marxisti e non, su Paesi ex coloniali o semicoloniali crebbe enormemente.
Nei decenni del grande boom capitalistico globale, parve sempre pi che le rivoluzioni sociali fossero auspicabili soprattutto nel mondo subalterno e "sottosviluppato". Da qui il secondo punto, e cio che l'esperienza del "Terzo mondo" concentr l'attenzione dei marxisti sul rapporto tra i Paesi dominanti e quelli in via di sviluppo, sul carattere e i problemi specifici della possibile transizione al socialismo in tali regioni e sulle peculiarit sociali e culturali che condizionavano il loro futuro sviluppo. Questi argomenti ponevano questioni non solo di strategia politica contingente, ma di teoria marxista. Inoltre, le opinioni dei marxisti sia in quanto soggetti politici sia (e si sarebbe tentati di dire "conseguentemente") in quanto teorici, divergevano in modo significativo.
Un esempio sorprendente di questa interazione tra l'esperienza terzomondista e la teoria marxista  rilevabile nel campo della storiografia. La natura della transizione dal feudalesimo al capitalismo da molto tempo assillava gli studiosi marxisti e non mancava di sollecitare l'intervento dei politici marxisti perch, almeno in Russia, sollevava questioni di interesse corrente. L, il "feudalesimo" era un fenomeno recente, l'"assolutismo" degli zar, la cui natura di classe era oggetto di dibattito, era stato rovesciato solo da poco e per di pi i fautori delle varie interpretazioni di questi argomenti erano (come M.N. Pokrovskij) identificati dai loro avversari, a torto o a ragione, con l'opposizione politica o con teorie che la incoraggiavano. Il problema era divenuto oggetto di giudizio politico anche in Giappone. Non siamo tenuti a ripercorrere queste discussioni, a parte la pubblicazione dell'ambizioso tentativo da parte di Maurice Dobb di fornire un'indagine sistematica del problema nella sua opera dal modesto titolo di Studies in the Development of Capitalism (del 1946), che port a un vivace dibattito internazionale soprattutto negli anni Cinquanta.5
Erano in gioco svariate questioni. Era stata una contraddizione interna fondamentale (una "legge generale") a causare la disintegrazione del feudalesimo, e a portare infine alla sua sostituzione con il capitalismo? Se s (e la maggior parte dei marxisti ortodossi ne era convinta), qual era? E se questa legge non c'era stata, ossia il feudalesimo pareva essere un sistema autostabilizzante, come spiegare il suo rimpiazzo da parte del capitalismo? Se un tale meccanismo di disintegrazione esisteva, esso funzionava in tutti i sistemi feudali - nel qual caso il mancato sviluppo del capitalismo al di fuori della regione europea richiedeva una spiegazione - oppure soltanto in quella determinata regione? E, in questo caso, a richiedere un'analisi erano le specifiche caratteristiche che lo distinguevano dal resto del mondo? Il nocciolo della critica a Dobb, che aveva innescato il dibattito,6 da parte di Paul M. Sweezy era l'insoddisfazione che quest'ultimo denunci per i tentativi di spiegare la dissoluzione del feudalesimo attraverso meccanismi impliciti nei principali "rapporti di produzione" in seno a quel sistema, quelli cio tra signoria e servaggio. Sweezy scelse invece di mettere - o rimettere, dal momento che per esso c'erano abbondanti precedenti sia marxisti che non - in risalto il ruolo del commercio nel determinare l'indebolimento e la trasformazione dell'economia feudale. "Lo sviluppo del commercio  il fattore decisivo che avvia il declino del feudalesimo nell'Europa occidentale."7
Il dibattito, sebbene fino a oggi sia proseguito in modo discontinuo, si  ora sopito. Tuttavia, negli anni Sessanta, la questione della genesi storica della moderna economia capitalistica fu a un tratto riaperta in maniera completamente diversa, bench ovviamente nell'alveo della posizione occupata da Sweezy nella precedente controversia. La nuova tesi fu propugnata polemicamente da A. Gunder Frank,8 e in seguito in forma pi elaborata e storicamente documentata da I. Wallerstein,9 che aveva cominciato la propria carriera accademica come studioso di scienze politiche specializzato nell'Africa contemporanea e da l si era dato alla storia. Il nucleo di questa interpretazione era composto da tre enunciati principali. Primo, che il capitalismo poteva essenzialmente equivalere a dei rapporti di mercato e, su scala mondiale, allo sviluppo di un "sistema-mondo" (world system) consistente a sua volta in un mercato mondiale, nel quale un certo numero di Paesi sviluppati "centrali" impone un dominio sulla "periferia", sfruttandola. Secondo, che la costituzione di questo "mercato mondiale", che poteva esser fatta risalire alla prima epoca delle conquiste coloniali nel XVI secolo, aveva creato un mondo essenzialmente capitalistico che doveva essere analizzato nei termini di un'economia capitalistica. Terzo, che lo sviluppo dei Paesi capitalistici del "nucleo" metropolitano, attraverso la dominazione e lo sfruttamento degli altri, produceva sia lo "sviluppo" progressivo del nucleo, sia il "sottosviluppo" progressivo del "Terzo mondo", ossia il crescente, e in un regime capitalistico incolmabile, gap tra i due settori del mondo.
L'interesse per questi problemi storici si risvegli in maniera spettacolare negli anni Settanta. Esso riflette nelle proprie origini le dispute politiche specifiche della sinistra in quella zona del mondo, e in particolar modo nell'America latina degli anni Cinquanta e Sessanta.
La questione che divideva la sinistra in quel continente era la natura del principale nemico nazionale dei rivoluzionari. Quello internazionale era ovviamente l'"imperialismo" incarnato dagli Stati Uniti. Ma sul fronte interno a chi bisogna dare l'assalto? Ai proprietari terrieri, che dominavano vasti territori arretrati ed economie specializzate nell'esportazione per il mercato mondiale in cambio dell'importazione di prodotti finiti dal mondo industriale, oppure alla borghesia locale? Sia i gruppi borghesi locali interessati all'industrializzazione (mediante la sostituzione delle importazioni sostenuta con sussidio statale) sia i partiti comunisti ortodossi erano dell'idea che il compito principale dei latinoamericani fosse quello di distruggere gli interessi agrari e il "latifondismo" (spesso approssimativamente identificato con il "feudalesimo" o con i suoi resti). Per la borghesia "nazionale" - e in un continente pieno di intellettuali marxisti c'erano anche uomini d'affari che si riconoscevano in quest'etichetta - ci significava rimuovere il maggiore ostacolo politico all'industrializzazione, cos come quello economico per la formazione di vasti mercati interni per i produttori nazionali: l'effettiva esclusione delle masse contadine impoverite ed emarginate dall'economia moderna. Per i comunisti ortodossi questo significava invece la creazione di un fronte comune nazionale contro l'imperialismo statunitense e le oligarchie locali. Ci sottintendeva che la lotta per un'immediata trasformazione socialista di questi Paesi non era in programma, e infatti non lo era. Implicava inoltre, in molti casi, l'astensione dei partiti comunisti da forme pi estreme di insurrezione e di lotta armata. Per l'ultrasinistra, d'altro canto, la politica comunista era un tradimento della lotta di classe: essa riteneva che l'America latina non fosse un'economia feudale e nemmeno un insieme di economie "dualistiche", ma chiaramente capitalistica. Il nemico principale era la borghesia che, ben lungi dall'avere interessi opposti a quelli dell'imperialismo statunitense, in definitiva formava un tutt'uno con esso e fungeva da agente locale del capitale monopolistico americano e internazionale. Inoltre, esistevano le condizioni oggettive per la riuscita di una rivoluzione, il cui obiettivo immediato era il socialismo, non l'equivalente di allora dello stadio "borghese-democratico". Le divisioni della sinistra furono esacerbate dalla quasi contemporanea frattura fra Urss e Cina - quest'ultima impegnata nella rivoluzione contadina che avrebbe infine circondato e inghiottito le citt - e dalla vittoria di Fidel Castro a Cuba.
I torti e le ragioni di ambo le parti qui non ci riguardano; esse non facevano altro che proiettare la politica contingente nella storia passata. Se le colonie spagnole e portoghesi fondamentalmente avevano sempre fatto parte di un'economia capitalistica fin dal Cinquecento, allora la trasformazione di Paesi "feudali", o arretrati, in fiorenti borghesie capitalistiche era sempre stata un diversivo. Se gli "ostacoli allo sviluppo" che erano cos scrupolosamente analizzati negli anni Cinquanta e Sessanta consistevano non in residui feudali o cose del genere al proprio interno, ma nel semplice fatto che la dipendenza dei Paesi coloniali o neocoloniali dal centro internazionale del capitalismo creava e rafforzava il loro sottosviluppo, allora i conflitti tra agrari e industriali non erano rilevanti e non avrebbero potuto produrre le condizioni per l'eliminazione del sottosviluppo, cosa che soltanto la rivoluzione sociale e il socialismo potevano fare.
 chiaro che la natura del rapporto tra aree industrializzate e il resto del mondo non era soltanto una questione storica. Sollevava sia i problemi finora discussi sotto il titolo generale di "imperialismo", pur in un contesto storico nuovo, sia il problema di come dovessero essere definiti, o ridefiniti, i due settori del mondo. La pressoch totale scomparsa di colonie formali (di aree, cio, sotto la diretta amministrazione di una potenza straniera e quindi incapaci di prendere le proprie decisioni politiche in quanto governi sovrani) mise in dubbio il nesso necessario tra imperialismo e "colonialismo". La decolonizzazione politica di per s cambi assai poco i rapporti economici tra le zone in questione e i Paesi colonialisti, sebbene potesse ripercuotersi sulla specifica posizione del Paese che prima governava la colonia. La decolonizzazione in quanto tale faceva poca differenza ai fini dell'analisi marxista, poich l'esistenza di zone che erano di fatto parte di un'economia imperiale seppure normalmente sovrane e di Stati nominalmente indipendenti subordinati a un potere straniero, era stata riconosciuta da tempo. D'altro canto, la moda per l'utilizzo di termini come "Terzo mondo" indica una pi ampia riclassificazione.
Non esiste un precedente marxista per il concetto di "Terzo mondo"; anzi, il fatto che i marxisti, come altri, tendessero a utilizzare questa vaga ma utile definizione non ha un collegamento esplicito con nessun tipo di analisi marxista. I marxisti, tuttavia, di rado resistettero alla tentazione di farne uso, perch pareva adattarsi a un modello modificato dello sfruttamento imperialista verso un mondo coloniale o semicoloniale. Un mondo relegato a uno stato di povert e pre-industrializzazione dalla natura delle funzioni del capitalismo, e perch le prospettive di rivoluzione sociale, che apparivano sempre pi inverosimili nei Paesi a capitalismo sviluppato, sembravano sopravvivere soltanto in Asia, Africa e America latina. In questo senso, la differenza tra il "Secondo" e il "Terzo" mondo era, per cos dire, cronologica. La Rivoluzione cinese aveva concluso una fase di avanzamento socialista in cui il numero di Stati a leadership marxista era aumentato da uno (o forse due, a voler includere la Mongolia) a undici. Sta di fatto che svariate di queste avevano, almeno inizialmente, la maggior parte delle caratteristiche dei Paesi del "Terzo mondo" (ad esempio l'Albania e gran parte della Jugoslavia). Le aggregazioni successive a questa serie di Stati avvennero tutte al di fuori dell'Europa: il Vietnam (1954-75), Cuba (1959), le ex colonie portoghesi in Africa, l'Etiopia, la Somalia, lo Yemen del Sud, la Cambogia e il Nicaragua negli anni Sessanta e Settanta. Inoltre, gli Stati che, in molti casi in maniera poco plausibile o effimera, si dichiaravano socialisti o puntavano al socialismo senza necessariamente avere, o accettare, una leadership marxista, si trovavano tutti nell'area del "Terzo mondo". Tutti questi Stati, marxisti o no, continuarono ad affrontare i problemi della povert e dell'arretratezza, cos come (laddove marxisti) l'attiva ostilit degli Stati Uniti e dei Paesi a essi allineati. Da questo punto di vista, le differenze tra i sistemi politici e le aspirazioni dei Paesi del "Terzo mondo" parevano meno rilevanti della comune situazione in cui tutti si trovavano.
In realt, nel corso degli anni Sessanta e Settanta, il concetto di un "Terzo mondo" unico, onnicomprensivo e "sottosviluppato" divenne sempre meno plausibile e cadde in gran parte in disuso. Ciononostante, finch il periodo del "terzomondismo" dur, il pensiero marxista ne fu potentemente influenzato. Poich i movimenti in quella parte del mondo non sembravano basarsi sulla classe operaia, che non esisteva affatto in molti dei Paesi in questione, i marxisti rivolsero la loro attenzione, e di conseguenza la loro analisi, al potenziale rivoluzionario di altre classi, in particolare quella contadina. Una considerevole quantit di teoria, marxista e non,  stata dedicata a partire dagli anni Sessanta ai problemi agrari e contadini: la letteratura marxista in questo campo, che venne anche stimolata da riflessioni sull'esperienza nei Paesi socialisti e dalla riscoperta del teorico populista russo Cajanov,  vasta e impressionante.10 L'interesse nel "Terzo mondo" contribu anche probabilmente al marcato sviluppo dell'antropologia sociale marxista, in particolare in Francia (Godelier, Meillassoux) in questo periodo.
Da ultimo, l'ondata radicale della fine degli anni Sessanta ha avuto delle ripercussioni sul marxismo soprattutto in due modi. In primo luogo, moltiplic in maniera spettacolare il numero di produttori, lettori e acquirenti di opere marxiste, aumentando cos il volume vero e proprio del dibattito e della teoria marxisti. In secondo luogo, la scala del fenomeno fu tanto vasta - almeno in certi Paesi -, la sua comparsa cos improvvisa e inaspettata, e il suo carattere talmente innovativo, da far sembrare indispensabile una profonda riconsiderazione di gran parte di quello che la maggioranza dei marxisti da lungo tempo dava per scontato. Come la rivoluzione del 1848, alcuni aspetti della quale tornano alla mente degli amanti della storia, essa sorse e croll con grande rapidit; e, come quella rivoluzione, si lasci alle spalle pi di quanto non sembrasse a prima vista.
L'ondata radicale fu peculiare sotto vari punti di vista. Cominci come un movimento di giovani intellettuali, nella fattispecie studenti, il cui numero era andato enormemente moltiplicandosi durante gli anni Sessanta in quasi tutti i Paesi del globo; un movimento, pi in generale, dei figli e delle figlie della classe media. In alcune nazioni tale ondata rimase circoscritta a studenti o a studenti potenziali, ma in altri, in particolare in Francia e in Italia, fu la scintilla per i movimenti industriali della classe lavoratrice di proporzioni tali che non si vedevano da parecchi anni. Fu un fenomeno straordinariamente internazionale, che attraversava i confini tra Paesi sviluppati e dipendenti, e tra societ capitalistiche e socialiste: il 1968  una data importante nella storia della Jugoslavia, della Polonia e della Cecoslovacchia, cos come in quella del Messico, della Francia e degli Stati Uniti. Tuttavia, richiam l'attenzione soprattutto perch imperversava in Paesi che formavano parte del nucleo della societ capitalistica sviluppata, e al culmine della propria prosperit economica. Infine, il suo impatto sul sistema e le istituzioni politiche di molti dei Paesi in cui si era prodotto, per quanto di breve durata, fu sproporzionatamente drammatico.
Per quel che riguarda il marxismo, il Sessantotto gener una "nuova sinistra" che, a prescindere dal suo desiderio di rifarsi al nome di Marx o di qualche altra figura del pantheon marxista, guardava assai al di l dei limiti del marxismo tradizionale. Si  assistito cos a una rinascita di tendenze anarchiche, sia come fenomeno consapevole, sia nascoste sotto qualche etichetta apparentemente marxista (per esempio, una gran quantit di "maoismo" occidentale), o anche sotto forma di una dissidenza culturale apolitica o antipolitica. Si  inoltre assistito alla comparsa di gruppi politici il cui entusiasmo nel manifestare il proprio legame con Marx non nascondeva la loro adozione di strategie e di politiche che i rivoluzionari marxisti avevano tradizionalmente rifiutato o di cui avevano diffidato. La Rote Armee Fraktion e le Brigate Rosse corrispondevano al modello del terrorismo populista piuttosto che a quello di Lenin, mentre i movimenti di separatismo nazionale in Europa occidentale, spesso con un'ascendenza storica nella destra politica o anche nell'estrema destra, cominciavano ora ad adottare il vocabolario della rivoluzione marxista, a volte in modo davvero sincero. Uno dei sottoprodotti di questo sviluppo fu un consistente ritorno al dibattito marxista su quella che veniva di solito definita come "questione nazionale" negli anni Settanta e Ottanta.
Tra i fattori a lungo termine che dagli anni Cinquanta influenzarono lo sviluppo del marxismo, ne spiccano due tra loro collegati: il mutamento della base sociale del marxismo in quanto ideologia politica e le trasformazioni all'interno del capitalismo mondiale.
A differenza di quanto accaduto nei periodi della Seconda e della Terza Internazionale, la crescita del marxismo dagli anni Cinquanta era avvenuta prima di tutto, e in alcuni casi prevalentemente, tra intellettuali che ora formavano uno strato sociale sempre pi vasto e importante; in effetti, ci rifletteva la radicalizzazione di parti consistenti di questo strato, in particolare della sua componente giovanile. In passato, le radici sociali del marxismo avevano avuto origine principalmente, e spesso pressoch esclusivamente, nei movimenti e nei partiti dei lavoratori manuali. Questo non significava che fossero molti i libri o anche i pamphlet sulla teoria marxista scritti, o persino letti, dai lavoratori, bench il militante operaio autodidatta (il lesender Arbeiter di Brecht) formasse un settore importante del pubblico per quella letteratura marxista che era argomento di studio in circoli di discussione, corsi educativi, biblioteche e istituti associati al movimento operaio. Fu cos che nei giacimenti carboniferi del Galles meridionale, tra il 1890 e gli anni Trenta, si svilupp una rete di un centinaio di biblioteche di minatori, dalle quali gli attivisti sindacali e politici della zona - famigerata per il suo radicalismo fin da prima del 1914 - attinsero la propria formazione intellettuale.11 Ci significava che i lavoratori organizzati in tali movimenti accettavano, apprezzavano e facevano propria una forma di dottrina marxista ("una scienza proletaria") in quanto parte della loro coscienza politica, e che la grande maggioranza degli intellettuali marxisti, o anzi di qualunque intellettuale associato con il movimento, si considerava essenzialmente al servizio della classe operaia, o pi in generale, di un movimento per l'emancipazione dell'umanit attraverso l'ascesa e il trionfo del proletariato, entrambi storicamente inevitabili.
Dall'inizio degli anni Cinquanta in poi divenne chiaro che nella maggior parte delle zone del mondo dove i partiti operai socialisti si erano affermati su base di massa, essi non stavano pi avanzando, ma tendevano piuttosto a retrocedere, sia nella loro forma socialdemocratica sia in quella comunista.12 Inoltre, nei Paesi industrializzati, la classe operaia manuale, che aveva formato il nucleo dei movimenti operai, aveva perso relativamente - a volte nettamente - terreno nei confronti di altri settori della popolazione occupata; per di pi, la sua coerenza e la sua forza si erano indebolite. Il sorprendente miglioramento negli standard di vita della classe operaia, l'enorme concentrazione della pubblicit commerciale e dei media sui desideri (reali o indotti) del consumatore come individuo o nucleo famigliare, la conseguente privatizzazione della vita operaia indubbiamente affievolirono la coesione delle comunit operaie, che avevano costituito un elemento tanto importante della forza dei partiti e dei movimenti di massa proletari. Allo stesso tempo, la crescita dell'impiego non manuale e l'espansione dell'istruzione secondaria e superiore assorbirono una percentuale pi alta che in precedenza dei figli e delle figlie della classe operaia meglio pagata e specializzata - e dei potenziali quadri e dirigenti proletari dei movimenti operai - cos come di quei lavoratori che avevano maggiori possibilit di leggere e studiare. Come notava tristemente l'inchiesta sulle biblioteche del Galles meridionale del 1973, quando ne esistevano ormai solo trentaquattro, "a partire dagli anni Sessanta, a differenza degli anni Trenta, la lettura non ha pi costituito una delle maggiori attivit ricreative nel bacino carbonifero".13 Quelli che se ne andarono non smisero necessariamente di credere nella causa dei propri genitori, o di essere attivi in politica; ma erano lucidamente consapevoli del divario tra il mondo dei loro genitori e il proprio, in particolare in Gran Bretagna, dove quest'esperienza produsse una potente letteratura che combinava autobiografia, reportage e riflessioni ideologiche; alcuni degli autori, come Raymond Williams, divennero grandi stelle del firmamento della sinistra. Tali sviluppi non potevano non avere profonde ripercussioni sia sui movimenti operai sia sul marxismo, visto che entrambi erano cresciuti nella convinzione che il capitalismo creava i propri "seppellitori" sotto forma di un proletariato (inteso come una classe di lavoratori manuali industriali) che cresceva in numero, coscienza di s e forza, rappresentato dai suoi partiti e movimenti e storicamente destinato sia a diventare sempre pi socialista (ossia rivoluzionario, sebbene le opinioni divergevano riguardo cosa ci implicasse esattamente) sia, in quanto veicolo di un inevitabile processo storico, a trionfare. Eppure, dopo la Seconda guerra mondiale, lo sviluppo del capitalismo occidentale e dei movimenti operai al suo interno sembravano rendere questa prospettiva sempre pi incerta.
Da una parte, i lavoratori manuali persero quella fiducia nella storia che i movimenti socialisti avevano dato loro (e che loro avevano dato a questi movimenti). Un importante statista conservatore britannico ricordava come un abile e dinamico deputato laburista di origini operaie gli avesse detto, negli anni Trenta: "La vostra,  una classe in declino; la nostra,  la classe del futuro".14  difficile immaginare un simile scambio di battute negli anni Ottanta. D'altra parte, i partiti marxisti, sebbene da tempo consapevoli che le predizioni sul trionfo storicamente inevitabile del socialismo erano ben lungi dall'essere una guida sufficiente alla strategia politica, erano tuttavia disorientati dall'incertezza di quella che cos tanti dei loro membri e leader avevano ritenuto fosse la bussola con la quale tracciare il proprio percorso storico. Il loro disorientamento crebbe con gli sviluppi in Urss e in altri Paesi socialisti, che, dal 1956, erano diventati sempre pi difficili da negare o da approvare. Si rese quindi inevitabile un ripensamento drastico di gran parte di quello che i marxisti avevano fino ad allora dato per scontato, dall'analisi fondamentale di Marx e di altri "classici", alla strategia e alla tattica politica di lungo e breve termine.
Un simile ripensamento era divenuto via via pi difficoltoso in seno alla tradizione principale del marxismo post-1917, quella collegata all'Urss e al movimento comunista internazionale, finch quest'ortodossia sempre pi dogmatica non cominci a incrinarsi. La tradizione principale del marxismo era stata dunque segnata da immobilit e sclerotizzazione, e il processo di revisione dell'analisi marxista ritardato artificiosamente, se non altro perch alla maggior parte dei marxisti dal 1900, e di certo a tutti quelli che si erano formati nei movimenti comunisti,15 la stessa parola "revisionismo" suggeriva l'abbandono, o persino il tradimento del marxismo. Quando il movimento di revisione dell'analisi marxista ebbe luogo, fu quindi pi che mai improvviso, e altrettanto drammatico si dimostr il confronto tra i nuovi e i vecchi marxismi. Sarebbe stato cos possibile osservare il mutato carattere del capitalismo del dopoguerra, subito dopo la fine del conflitto. Non marxisti come Galbraith ed ex marxisti come Strachey e Schonfield iniziarono a farlo nei primi anni Cinquanta. Tuttavia, mentre sia i marxisti impegnati sia i critici favorevoli erano stati d'accordo sul fatto che negli anni Trenta il marxismo aveva "contribuito ancora a fornire una coerente se pur inadeguata spiegazione della crisi economica mondiale e della sfida fascista" (Lichtheim), o che "la grande crisi degli anni Trenta si accorda ammirevolmente con la teoria marxiana" (Baran e Sweezy),16 entrambi convenivano anche sul fatto che esso "non  riuscito meglio del liberalismo a formulare una teoria della societ post-capitalista" (Lichtheim) o aveva "contribuito in modo significativo alla nostra comprensione delle caratteristiche essenziali della "societ opulenta"" (Baran e Sweezy). Per la durata di quasi una generazione la maggior parte dei marxisti non riusc, oppure esit, ad affrontare le realt del mondo che voleva trasformare.
La subitaneit del fenomeno di rinnovamento in seno al marxismo era confermata dall'enorme radicalizzazione dei giovani intellettuali, soprattutto nel corso della loro istruzione, dal momento che, come abbiamo visto, questa aveva trasformato ampiamente la base sociale di sostegno alle teorie marxiste. Comparvero organizzazioni e partiti marxisti, perlopi piccoli, i cui membri, e di certo i leader, erano principalmente persone diplomate.17 Questo perch, come dimostra lo sviluppo dei sindacati, man mano che il lavoro manuale organizzato nelle industrie diminuiva, i numeri e il peso del sindacalismo aumentavano presso i lavoratori non manuali, soprattutto nel settore pubblico in crescita, nelle professioni e nei mestieri dotati di organizzazioni di categoria, nei mass media e in quelli che potrebbero essere definiti impieghi che comportano una diretta responsabilit sociale: l'istruzione, la sanit, la sicurezza sociale e via dicendo. E in simili occupazioni i lavoratori non manuali erano sempre pi reclutati tra uomini e donne che avevano ricevuto qualche sorta di istruzione superiore.
Inoltre, non solo la radicalizzazione dei giovani intellettuali provoc un incremento della domanda di letteratura marxista da parte del pubblico di presenza intellettuale marxista, ma forn anche un meccanismo per la loro proliferazione.
Gli elementi marxisti cominciarono a permeare il linguaggio del dibattito pubblico degli studenti man mano che uomini e donne provenienti dal radicalismo studentesco - che era a volte endemico, come in America latina, e a volte epidemico, come in vari Paesi europei verso la fine degli anni Sessanta - diventavano insegnanti e comunicatori. Anzi, e ci non avveniva solo nei Paesi emergenti, essi divenivano decision-makers nella politica, nei servizi pubblici e nei mass media, aree in cui il reclutamento avveniva in misura crescente tra gli studenti universitari delle generazioni radicali. Il marxismo acquis una collocazione pi stabile che in precedenza nelle istituzioni collegate all'istruzione e alla comunicazione, e questo ne consolid l'influsso. I giovani prodotti degli anni Sessanta intrapresero quelle che (salvo i casi di sistematiche purghe politiche) sarebbero state per la maggior parte delle lunghe carriere. Anche se molti col tempo avrebbero moderato o abbandonato le proprie convinzioni giovanili, nessuno di loro avrebbe subito a sua volta le fluttuazioni violente del radicalismo studentesco.
Questo sviluppo non era imprevisto. Gi tempo prima che diventasse drammaticamente visibile, uno degli osservatori pi perspicaci del marxismo si era gi accorto che nei Paesi "sviluppati" questo sembrava essersi "trasformato in una critica della societ contemporanea in quanto tale", soprattutto "allo scopo di puntellare il rifiuto del mondo creato dall'industria moderna e dalla tecnologia scientifica da parte dell'intellighenzia; e il principale campo di battaglia di questo dibattito  stato fornito dalle universit".18 A rappresentare una novit erano le dimensioni inaspettate della conversione degli intellettuali al marxismo, in gran parte dovuta all'impressionante incremento del numero di istituti di istruzione superiore e dei loro studenti in tutto il mondo negli anni Sessanta, un'espansione priva di alcun precedente storico.
La radicalizzazione degli intellettuali (soprattutto giovani) presentava una serie di caratteristiche che venivano riflesse dal pensiero marxista prodotto da e per questo milieu. In primo luogo, all'inizio non era in funzione della crisi e del malcontento economico; emerse anzi nella sua forma pi spettacolare alla fine degli anni Sessanta, ossia all'apice dell'epoca del "miracolo economico", dell'espansione e della prosperit capitalistiche, e in un'epoca in cui l'istruzione e le prospettive di carriera degli studenti erano eccellenti nella maggior parte dei Paesi. L'indirizzo principale della sua critica non era dunque economico, bens sociale o culturale. Se esisteva una materia di studio universitaria che rappresentasse questa ricerca di una disciplina critica della societ nel suo complesso, questa era la sociologia, verso la quale accorrevano dunque frotte di studenti radicali e che divenne spesso strettamente associata al radicalismo della "nuova sinistra". In secondo luogo, nonostante il tradizionale collegamento con la classe operaia (e nella sua versione "terzomondista" con i contadini) i giovani intellettuali radicalizzati erano, in virt del loro modello di vita o delle loro origini sociali, separati sia dagli operai sia dai contadini, sebbene in linea di principio s'identificassero con essi appassionatamente. Se erano figli della grande borghesia, potevano al massimo cercare di "andare verso il popolo" come populisti dell'ultima ora, o gloriarsi dei relativamente pochi proletari, contadini o neri che entravano a tutti gli effetti nelle loro fila. Se essi stessi avevano origini proletarie, contadine, o pi spesso piccolo-borghesi, la loro situazione e le future carriere automaticamente li rimuovevano dai propri ambienti sociali originari. Cessavano di essere operai o contadini, o di essere visti come tali dai loro parenti o vicini. Inoltre, le loro idee politiche tendevano a essere assai pi radicali di quelle della maggior parte degli operai, anche quando (come in Francia nel 1968) entrambi erano contemporaneamente impegnati nella militanza.
La "nuova sinistra" intellettuale mostrava quindi talvolta la tendenza a rifiutare gli operai come una classe non pi rivoluzionaria perch integrata nel capitalismo, forse persino "reazionaria"; il locus classicus di quest'analisi era L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, del 1964. Oppure tendevano quanto meno a rifiutare i movimenti e partiti operai di massa esistenti, sia socialdemocratici sia comunisti, come riformisti traditori delle aspirazioni socialiste. Viceversa, in pratica in tutti i Paesi del capitalismo sviluppato, e anche in una certa misura al di fuori di essi, gli studenti mobilitati non erano affatto benvoluti dalle masse, in quanto considerati come i rampolli privilegiati delle classi medie o come una potenziale classe dominante privilegiata. La teoria marxista nel milieu della "nuova sinistra" si svilupp quindi in un certo isolamento, e i suoi collegamenti con la pratica marxista erano insolitamente problematici.
In terzo luogo, questo ambiente tendeva a produrre un pensiero marxista che era accademico in un duplice senso: perch s'indirizzava principalmente a un pubblico di studenti passati, presenti e futuri ed era espresso in un linguaggio in parte esoterico non del tutto accessibile a non universitari, e perch, per citare ancora una volta Lichtheim, "si fissava su quegli elementi del sistema marxista che erano il pi lontano possibile dall'azione politica".19 Dimostrava una preferenza marcata per la pura teoria, e in particolare per la pi generale e astratta delle discipline, la filosofia. La bibliografia di pubblicazioni filosofiche marxiste si moltiplic dopo gli anni Sessanta, e di fatto i dibattiti nazionali e internazionali tra marxisti che attiravano la maggiore attenzione tra gli intellettuali radicali erano quelli associati a filosofi: Lukcs e la scuola di Francoforte, i gramsciani, e poi Della Volpe, Sartre, Althusser e i loro vari seguaci, critici e avversari. Ci non era forse sorprendente in Paesi dove nessuno che avesse compiuto gli studi secondari superiori poteva sfuggire a qualche sorta di formazione filosofica, per esempio in Germania, Francia o Italia, ma il gusto per simili discussioni filosofiche divenne assai pronunciato anche dove la filosofia non faceva parte dei programmi base dell'istruzione superiore di tipo umanistico, come nei Paesi anglosassoni.
La filosofia tendeva a invadere altre discipline, come quando gli althusseriani parvero guardare al Capitale soprattutto come a un'opera di epistemologia. Essa soppiant addirittura la pratica, come nel caso della moda passeggera (negli stessi ambienti) per qualcosa che era definito "pratica teorica". L'indagine e l'analisi del mondo reale ripiegarono dietro una considerazione generalizzata delle sue strutture e dei suoi meccanismi, o addirittura dietro l'indagine ancor pi generale di come questo andasse conosciuto. I teorici erano tentati di scivolare da una considerazione delle prospettive e dei problemi concreti delle societ reali in un dibattito sull'"articolazione" dei "modi di produzione" in generale.20 Il compianto Nicos Poulantzas si difese dalla critica mossagli di non aver intrapreso delle analisi concrete o non aver fatto particolare riferimento a "fatti empirici e storici concreti", sostenendo che tale mancanza era un segno di empirismo e neopositivismo, pur ammettendo che il suo lavoro pativa "un certo teoreticismo".21 Effettivamente, gli estremi di una simile astrazione teorica erano associati all'influenza dell'assai capace filosofo marxista francese Louis Althusser, al suo apogeo pi o meno negli anni 1975-76 - l'estensione nel tempo di questa moda internazionale era significativa di per s -, ma l'attrattiva generale del teorizzare puro era comunque notevole, tanto da lasciare perplessa una serie di marxisti pi anziani, e non soltanto in Paesi dediti all'empirismo.22
Costoro non rifiutarono di concentrarsi sulla teoria astratta, in particolare quando si misurava con problemi ai quali Marx stesso aveva dedicato le proprie energie, come per la teoria economica. Prescindendo dall'interesse intellettuale di queste opere in s, e dai meriti intellettuali di chi investigava su simili questioni, il ripensamento dei fondamenti della teoria marxista era un elemento essenziale dell'indagine critica necessaria dell'opera di Marx e del marxismo in quanto corpo coeso e coerente di pensiero. Eppure, la distanza che separava tale teorizzazione dall'analisi concreta del mondo era vasta, e il rapporto tra questa e la maggior parte dell'opera di Marx spesso sembrava simile a quello tra i filosofi della scienza e gli scienziati al lavoro. I secondi hanno spesso ammirato i primi, ma non ne sono stati cos spesso aiutati nelle proprie ricerche concrete, soprattutto quando la filosofia della scienza accertava che non potevano dimostrare in modo soddisfacente ci che avevano passato la vita a cercare di stabilire.
Tuttavia, le conseguenze della radicalizzazione tra gli intellettuali erano pi che teoriche, se non altro perch essi non potevano pi essere considerati, o considerarsi, individui che valicavano i confini di classe per unirsi agli operai e perch - come abbiamo visto - il divario tra intellettuali e operai in quanto ceti sociali tendeva ad allargarsi. In casi estremi (come negli Stati Uniti) gli uni fornirono gli attivisti contro la guerra durante il conflitto in Vietnam, gli altri i dimostranti in suo favore. Ma anche quando entrambi si trovavano a sinistra, il nucleo dei loro interessi politici tendeva a essere differente. Era cos molto pi facile suscitare un'intensa apprensione per le questioni ambientali ed ecologiche nella sinistra intellettuale che in organizzazioni puramente proletarie. La combinazione di ambedue i gruppi, dove ancora si verificava, si  dimostrata politicamente assai potente: sotto gli auspici della sinistra in Brasile, in chiave anticomunista in Polonia, entrambi negli anni Ottanta. Il divario o la mancanza di coordinamento tra essi, pi o meno permanente, aveva dunque una certa probabilit di ripercuotersi sulle prospettive pratiche di trasformazione della societ attraverso l'azione di movimenti marxisti. Allo stesso tempo, l'esperienza dimostrava che i movimenti politici improntati sugli intellettuali avevano poche probabilit di produrre dei partiti di massa come quelli operai tradizionali, socialisti o comunisti, tenuti assieme dai solidi legami della coscienza e della lealt di classe; o addirittura nessuna. Questa situazione avrebbe anche avuto una probabile ripercussione sulle possibilit e prospettive politiche di gruppi che avevano una base simile, e quindi delle dottrine marxiste che essi elaboravano.
D'altro canto, l'importanza crescente degli intellettuali sulla scena marxista, in particolar modo se giovani, o accademici, o entrambe le cose, favor comunicazioni estremamente rapide fra i diversi centri, anche oltre i confini nazionali. Gli appartenenti a questo ceto sono straordinariamente mobili e altrettanto abituati a interagire in modo celere e informarsi reciprocamente; inoltre, i loro collegamenti e le loro reti sono insolitamente immuni da interruzioni, salvo che dietro sistematica e spietata azione statale: lo dimostra la velocit con cui i movimenti studenteschi si propagano da un'universit all'altra. Dunque la nuova fase favor, sia in teoria sia in pratica, un internazionalismo informale abbastanza efficace proprio nel momento in cui l'internazionalismo organizzato dei movimenti marxisti, per la prima volta dal 1889, stava cessando pressoch di esistere. Ne scatur, in effetti, un'informale, sebbene litigiosa, cultura marxista cosmopolita. Di certo i modelli nazionali e regionali rimasero, e vi erano autori marxisti assai poco noti al di fuori del proprio territorio d'origine. D'altra parte, erano pochi i Paesi dove vivevano intellettuali marxisti nei quali certi nomi non fossero noti a tutti coloro che si interessavano di simili argomenti, che scrivessero originariamente in inglese, francese o qualunque altra delle lingue del mondo che possa essere immediatamente compresa e tradotta. Gli ostacoli maggiori per l'ingresso in questo universo internazionale del discorso marxista erano linguistici (ad esempio per opere scritte originariamente in giapponese) o economici (come per il ceto degli intellettuali indiani, vittime della povert e incapaci di sostenere la spesa per l'acquisto di libri non sovvenzionati oppure, per via della mancanza di valuta straniera, di importare pi di poche copie di pubblicazioni estere). Nondimeno, se paragonato a qualunque altro periodo precedente nella storia del marxismo, quest'universo era geograficamente pi esteso, e il numero di "teorici", o di altri autori marxisti, che partecipava al dibattito al suo interno era quasi sicuramente pi alto ed eterogeneo che mai.
Come riassumere infine le tendenze e gli sviluppi nel marxismo all'epoca del centennale della morte di Marx, nel 1983?
In primo luogo esso aveva perduto il collante di qualunque ortodossia dominante o vincolante, come quella di fatto esercitata dal Partito socialdemocratico tedesco prima del 1914 e dal comunismo sovietico nel periodo della sua egemonia sul marxismo mondiale. Era divenuto pi difficile trattare le interpretazioni eterodosse come effettivamente non marxiste e, viceversa, la strategia di altri partiti e movimenti che miravano a un drastico cambiamento era ora quella di appuntarsi il distintivo di Marx sul bavero ideologico. Vi erano ortodossie marxiste rivali e in conflitto, come quelle del blocco sovietico e della Cina. Il dibattito tra le interpretazioni marxiste interne ai partiti marxisti si svilupp al punto che in certi partiti comunisti non si era in grado di indicare quale singola interpretazione avrebbe prevalso. Ci produsse inoltre tendenze o fazioni rivali in seno a tali partiti e una molteplicit di gruppi e organizzazioni, prevalentemente a sinistra dei vecchi partiti comunisti, ciascuno dei quali in lotta con l'uno o con l'altro in nome del marxismo, oppure, dov'erano essi stessi divisi, inclini a generare ulteriori scissioni giustificate ideologicamente. Il marxismo veniva ora prontamente combinato con altre ideologie - cattolica, islamica, e spesso nazionalista - mentre altri gruppi si accontentavano di appellarsi a Marx o a qualche altro marxista (per esempio Mao) nel nome di qualsiasi ideologia abbracciassero. La mutevole composizione sociale della popolazione marxista rafforz la tendenza al pluralismo, ma anche (attraverso il nuovo sostegno intellettuale al marxismo) quella a estenderlo oltre il campo strettamente politico, nella sfera accademica e culturale in generale.
Il nuovo pluralismo va distinto dalla tolleranza del dissenso nel periodo precedente al 1914. Il revisionismo di Bernstein era tollerato nella Spd tedesca, ma allo stesso tempo era rifiutato come teoria sia dal partito sia dalla maggioranza dei marxisti, in quanto indesiderabile e non ortodosso. Ora, sebbene certe teorie avanzate da alcuni marxisti sollevassero il sospetto e l'ostilit di altri, c'era di rado un consenso riconosciuto, a livello nazionale o internazionale, su cosa costituisse una legittima interpretazione e su cosa non potesse pi, in effetti, essere considerato "marxista". Ci avveniva particolarmente in campi quali la filosofia, la storia e l'economia.
Una conseguenza di questa indefinita pluralizzazione del marxismo, e del declino di un'interpretazione autorevole, fu la ricomparsa nel marxismo della figura del "teorico". Tuttavia, a differenza del periodo prima del 1914, questi non era pi strettamente collegato a una particolare organizzazione, e neppure a una linea politica, n tanto meno ricopriva un'importante, seppure a volte informale, funzione politica, come nel caso di Kautsky ai suoi tempi. L'identificazione automatica dei leader di partito con i teorici era cessata assieme allo stalinismo, ad eccezione di alcuni Stati socialisti nei quali aveva prodotto strane aberrazioni (per esempio la Corea del Nord), bench in piccoli movimenti guidati da intellettuali questi a volte assumessero la doppia funzione di capi e di teorici. Anche quando i nomi che conferivano prestigio e influenza al dibattito marxista internazionale, e attorno ai quali si raggruppavano "scuole", erano noti come membri di un partito (per esempio, L. Althusser del Partito comunista francese), non erano di solito considerati in qualit di "rappresentanti" del partito. Insomma, tendevano a essere influenti nella veste di individui privati, indipendenti, che scrivevano articoli e libri. Tale, in vari momenti e per vari periodi e scopi sin dagli anni Cinquanta,  stata la posizione di figure come Althusser, Marcuse, Sartre, Sweezy e Baran, Colletti, Habermas, A. Gunder Frank, tanto per citare alcuni nomi attorno ai quali turbinava il dibattito marxista.  tipico del pluralismo di questo periodo il fatto che non solo la natura del loro marxismo, ma anche la loro effettiva relazione con esso fosse in qualche modo poco chiara. E poich quel che  scritto resta, il fatto che fossero morti gli autori di determinati scritti non sempre era considerato importante, salvo nella misura in cui essi non erano pi in grado di commentare le interpretazioni date ai loro lavori. La disintegrazione dell'ortodossia riport un gran numero di eminenti figure marxiste del passato sulla pubblica scena del dibattito marxista, pronte ancora una volta a essere ammirate e a ispirare seguaci: Lukcs e Benjamin, Korsch e Otto Bauer, Gramsci e Maritegui, Bucharin e Rosa Luxemburg.
In secondo luogo, come gi accennato, la linea di confine tra quello che era marxista e quello che non lo era divenne sempre pi sfocata; c'era da aspettarselo, vista la quantit di marxismo (compreso quello degli intellettuali dalle radici marxiste), penetrato negli ambienti ufficiali dell'insegnamento e del dibattito accademico, nonostante la Guerra fredda. Era anche un sottoprodotto naturale della domanda di un vasto pubblico di studenti radicali, e della scoperta che molto di quello che era fino ad allora stato accettato come essenziale per il marxismo richiedeva una seria riconsiderazione. Un'indagine (non marxista) della storiografia europea osservava nel 1978 che "nei decenni pi recenti gli storici marxisti sono riusciti a entrare nella corporazione professionale", al punto che l'indice dei nomi di questo studio contiene pi rinvii a Marx che a qualsiasi altro nome, a parte quelli di Leopold von Ranke e Max Weber.23 I pi influenti manuali scolastici di economia decisero negli anni Settanta di includere una speciale sezione dedicata all'economia marxista.24 Cos in Francia, ad esempio, il marxismo divenne soltanto una delle componenti di un universo intellettuale che annoverava anche altri nomi noti, de Saussure, Lvi-Strauss, Lacan, Merleau-Ponty, o chiunque altro avesse un peso nelle classi avanzate dei licei francesi, o fosse discusso nel V e VI arrondissement della capitale. Gli intellettuali marxisti che si erano formati e avevano fatto proprio il marxismo in una cultura simile, potevano ritenere opportuno tradurlo in qualunque fosse l'idioma teorico prevalente, sia per renderlo comprensibile ai lettori non avvezzi alla terminologia marxista, sia per dimostrare ai critici che anche negli ambiti delle loro teorie il marxismo aveva qualcosa di valido da dire. Un prodotto tipico di questo periodo  la riformulazione di G.A. Cohen della concezione materialistica della storia nella terminologia e applicazione di "quegli standard di chiarezza e rigore che contraddistinguono la filosofia analitica del XX secolo".25 Oppure potevano produrre semplicemente qualche combinazione del marxismo con altre teorie influenti: lo strutturalismo, l'esistenzialismo, la psicoanalisi, ecc.
I nuovi marxisti si accostavano spesso a Marx in un periodo in cui avevano gi acquisito conoscenze e posizioni teoriche di altro genere, a scuola o all'universit, che influenzavano il loro marxismo successivo. Dunque non  certo per sminuire Althusser, che divenne comunista da adulto dopo la guerra (nel 1948), se si fa notare che il suo background intellettuale era tutt'altro che marxista, e che era quasi certamente meglio informato riguardo alle opere di Spinoza che a quelle di Marx quando cominci a scrivere di quest'ultimo. Se abbastanza giovani, questi nuovi marxisti potevano ora sedere ai piedi di maestri i quali a loro volta combinavano elementi di marxismo, magari acquisiti nella propria fase giovanile di rivoluzionari, con altre influenze e sviluppi intellettuali. Di base, non era un fatto nuovo: i marxisti con un'istruzione superiore avevano gi in passato tentato di colmare i gap, che l'ortodossia metteva apposta in risalto, tra il marxismo e la cultura universitaria, come nel caso evidente degli austro-marxisti e della scuola di Francoforte. La novit consisteva nella radicalizzazione di massa di intellettuali dall'istruzione universitaria in un'epoca di crisi e incertezza per le vecchie roccaforti del marxismo istituzionalizzato e separatista.
Allo stesso tempo, i marxisti erano sempre pi obbligati a guardare al di fuori del marxismo, perch l'isolamento e la limitazione autoimposti dal pensiero marxista, che erano stati una caratteristica cos sorprendente della fase comunista del suo sviluppo (sia tra gli ortodossi che tra alcuni eretici, come i trockisti) avevano creato vaste aree a proposito delle quali i marxisti si erano applicati ben poco a riflettervi, al contrario dei non marxisti. L'economia marxiana ne  un buon esempio. Non appena i governi marxisti, amministrando economie pianificate centralisticamente, si resero conto dei difetti della propria programmazione e gestione, divenne impossibile respingere l'economia accademica borghese semplicemente come una forma di apologia capitalistica, e a sua volta l'economia marxista non pot pi limitarsi a riaffermare alcune modifiche alle ortodossie dell'"economia politica" volte principalmente a dimostrare che il capitalismo non avrebbe potuto risolvere i suoi problemi e non sarebbe "essenzialmente" mutato di carattere, mentre le osservazioni sulle economie socialiste erano ridotte a generalizzazioni prive di significato.26 Quale che fosse l'ortodossia teorica, in pratica gli economisti nelle societ socialiste (anche se non erano formalmente descritti come degli economisti) dovevano prendere in considerazione attivit di ricerca e programmazione, e nel far ci accostarsi, e utilizzare, le opere di economisti di societ capitalistiche, comprese quelle sulle economie del socialismo.27 Non importava poi tanto che alcuni rilevanti sviluppi dell'economia potessero essere fatti risalire ai marxisti dell'Europa orientale o ad altri che avevano cercato di risolvere il nuovo problema dell'economia sovietica negli anni Venti, e che potevano quindi essere inclusi in una genealogia marxista, anche se erano stati da molto tempo estromessi dal canone marxista ufficiale.
Quei marxisti che non trattavano la loro teoria semplicemente come un'ideologia che li legittimava in quanto esclusivi depositari della verit, e sanciva la fallacia (l'antimarxismo) di tutti gli altri, non potevano dunque pi permettersi di ignorare quello che i non marxisti avevano fatto nel proprio campo. Anzi, la nuova generazione di marxisti di formazione universitaria non poteva affatto fare a meno di conoscerli. Per contro, nelle universit, dove l'ignoranza di simili questioni era spesso stata profonda, la pressione degli studenti radicali ebbe anche come risultato l'introduzione di corsi speciali sul marxismo, o su argomenti come l'economia marxista, che divennero piuttosto comuni nel mondo anglofono durante gli anni Settanta. Tuttavia, anche senza tale pressione, la penetrazione dell'influenza marxista in queste istituzioni e discipline accademiche aument notevolmente, in parte perch gli intellettuali marxisti delle generazioni pi vecchie avanzavano nelle proprie carriere mentre quelli pi giovani degli anni Sessanta cominciavano ad accedervi, ma soprattutto perch in molti campi il contributo del marxismo era stato recepito anche da coloro che con esso non avevano una particolare affinit. Ci era vero in particolare per la storia e le scienze sociali. N la scuola storiografica francese delle "Annales" n il suo direttore, Fernand Braudel, ai loro inizi mostrarono alcuna influenza marxista significativa. Eppure ci sono pi riferimenti a Marx nel grande lavoro tardo di Braudel, Civilt materiale, economia e capitalismo, che a qualsiasi altro singolo autore, francese o straniero che sia. Quest'illustre storico era ben lungi dall'essere marxista, ma un'importante opera su un argomento del genere difficilmente poteva omettere di rifarsi a Marx. Vista tale convergenza, vi erano estesi campi di ricerca esplorati sia da marxisti sia da non marxisti in gran parte allo stesso modo, il che rendeva difficile decidere se una particolare opera fosse marxista oppure no, a meno che l'autore specificamente non pubblicizzasse o smentisse, difendesse o attaccasse il marxismo. La disponibilit crescente da parte dei marxisti ad abbandonare le antiche interpretazioni canoniche complic ancora di pi, e qualche volta rese insensata, l'assegnazione chiara di ogni opera a un campo o all'altro.
Questa disponibilit dei marxisti nel riconsiderare non solo le proprie tradizioni, ma anche la teoria dello stesso Marx costituisce la terza caratteristica dello sviluppo a partire dagli anni Cinquanta. Di per s questo non  ovviamente nuovo: il dibattito interno sull'economia marxista, che rifior in modo spettacolare dal 1960,28 era sempre stato vivace, quando non veniva soffocato dal dogma imposto da un'autorit superiore. I tentativi di modificare parte dell'analisi di Marx su varie basi erano noti gi nel primo decennio del Novecento, e non soltanto in correlazione al "revisionismo" bernsteiniano. Anzi, la pratica di valutare il marxismo innanzitutto come "metodo" anzich come corpo dottrinario, che pare derivi dagli austro-marxisti, era in parte una forma cortese per esprimere un disaccordo con quanto effettivamente scritto da Marx.
Cos nei tardi anni Sessanta e Settanta, c'erano sempre pi spesso marxisti che espungevano dal marxismo la teoria del valore-lavoro o della caduta del saggio di profitto, che rifiutavano l'affermazione che "non  la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma  al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza" (ossia le idee di Marx su "struttura" e "sovrastruttura"),29 che trovavano tutti gli scritti di Marx prima del 1882 non sufficientemente marxisti, che (in termini marxisti tradizionali) erano definiti idealisti filosofici piuttosto che materialisti - o che rifiutavano la differenza tra le due posizioni -, che accantonavano Engels in blocco, oppure secondo cui "lo studio della storia non solo  scientificamente, ma anche politicamente privo di valore".30 Non credo che mai prima nella storia del marxismo queste e altre proposizioni simili, palesemente in contrasto con quanto fino ad allora accettato dai marxisti, fossero state cos abbondantemente formulate e recepite altrettanto positivamente da persone che si consideravano marxiste.
Non spetta allo storico accertare la validit di queste revisioni, spesso dozzinali, di quanto fino ad allora era stato ritenuto essenziale per la propria teoria dalla maggior parte delle scuole e delle tendenze del marxismo, sebbene lo storico stesso possa affermare con sicurezza che molte delle loro riconsiderazioni avrebbero irritato lo stesso Marx, uomo dalla pazienza, com' noto, piuttosto scarsa. Quel che  lecito affermare da una posizione, per cos dire, neutrale  che simili sfide alle idee espresse da Marx (per tacere di quelle di Engels e di "classici" successivi) rappresentava la frattura pi profonda finora documentata nella continuit della tradizione intellettuale marxista. Allo stesso tempo, errate o meno che fossero, rappresentavano uno sforzo straordinario per rafforzare il marxismo rinnovandolo, per spingere oltre il pensiero marxista, e in quanto tali costituiscono una prova del notevole vigore e potere d'attrazione di Marx. Indicano infatti due cose: il riconoscimento dell'esigenza di un drastico aggiornamento del marxismo che non si trattenga dall'indagare i possibili errori e incongruenze nel pensiero del fondatore, e allo stesso tempo la convinzione che il suo pensiero, preso nella sua interezza, fornisce una guida essenziale alla comprensione e al cambiamento del mondo.
Sar senza dubbio il tempo a ripulire parte del sottobosco teoretico di questa selva, in parte perch tra gli autori di tali riformulazioni teoriche ci sar chi seguir la logica del proprio ragionamento al di fuori del marxismo, mentre altri spariranno nel nulla, in attesa di qualche dottorando in cerca dell'argomento della propria tesi, o dei volumi futuri di una storia del marxismo.  anche possibile che un certo consenso emerga ancora una volta da un'indagine che si interroghi su quali sviluppi della teoria possono essere legittimamente derivati da - o adattabili al - pensiero di Marx e, questione ancora pi controversa, quali parti della teoria marxiana possono essere abbandonate senza privare di coerenza tutta la sua analisi. In quel caso, la continuit della tradizione marxiana potr essere rifondata, seppure non in forma di un unico marxismo "corretto", in quanto ristabilimento dei limiti del territorio all'interno del quale il dibattito e il disaccordo possono ragionevolmente accampare una derivazione intellettuale da Marx. Ma quand'anche tale continuit intellettuale dovesse essere ristabilita, quelle che potremmo chiamare correnti principali del marxismo continuerebbero a coesistere con quelli che sono definibili come i marxismi "alternativi" di coloro che, per qualsiasi ragione, rivendicano una paternit marxista per le loro idee, anche qualora i test del Dna non confermassero le loro affermazioni. Fintanto che si dicono marxisti, essi fanno parte della storia del marxismo e sono anzi incomprensibili al di fuori di essa, cos come le religioni e i culti marginali o sincretici che si dicono cristiani fanno parte della storia di quella religione, a prescindere da quanto le loro dottrine possano essersi allontanate da quelle che formano il ceppo comune della cristianit.31 Da ultimo, sia il marxismo principale sia quello alternativo dovrebbero coesistere, come fanno ora, nella crescente (e in gran parte, ma non esclusivamente, accademica) area in cui non vi  una linea di demarcazione netta fra quanto  marxismo e quanto non lo .
Una cosa, tuttavia, sembra chiara. Anche se dovesse riaffiorare un consenso su che cosa costituisce il mainstream (o i mainstreams) del marxismo,  probabile che questo operer mantenendosi a una distanza dai testi originali dei "classici" maggiore che in passato.  improbabile che ci si riferir a essi, come accadeva spesso, come a un corpus coerente di teoria e dottrina internamente coese, come a una descrizione analitica immediatamente utilizzabile di economie e societ attuali o come una guida diretta all'azione corrente da parte dei marxisti. La frattura nella continuit della tradizione marxista  quasi certamente non del tutto risanabile.
I "classici" non possono essere utilizzati facilmente come manuali di azione politica, perch i movimenti marxisti di oggi, e presumibilmente del futuro, si trovano in situazioni che hanno poco in comune (fatta eccezione per qualche casualit storica occasionale e temporanea) con quelle in cui Marx, Engels e i movimenti socialisti e comunisti della prima met del XX secolo elaborarono le loro strategie e tattiche.  significativo che mezzo secolo dopo la morte di Lenin, la maggior parte dei vecchi partiti comunisti fosse ancora impegnata nella lotta per soppiantare il capitalismo nei loro Paesi, cercasse nuove strategie, e quindi (nonostante la nostalgia per le antiche certezze in molti dei loro membri) abbandonasse l'equivalente marxista dell'integralismo biblico. Viceversa, laddove la sete per l'antica certezza ancora prevaleva e il marxismo impartiva "lezioni" che dovevano soltanto essere formulate e applicate "correttamente" - bench la "correttezza" di un gruppo equivalesse all'"errore" di un altro -, questa tipologia di marxismo si atrofizz dal punto di vista della teoria. Tendeva a essere ridotta a pochi semplici elementi, quasi a degli slogan: l'importanza fondamentale della lotta di classe, lo sfruttamento dei lavoratori e dei contadini o del Terzo mondo, il rifiuto del capitalismo o dell'imperialismo, la necessit della rivoluzione e della lotta rivoluzionaria (compresa quella armata), la condanna del "riformismo" e del "revisionismo", l'indispensabilit di un'"avanguardia", e cose simili. Tali semplificazioni hanno fatto s che il marxismo fosse svincolato da qualunque contatto con le complessit del mondo reale, dato che l'analisi era semplicemente strutturata per dimostrare alcune verit gi rivelate nella loro pura forma. Potevano pertanto essere combinate con strategie di volontarismo puro, o qualunque altra cosa preferissero i militanti. In sostanza, questa forma residuale di marxismo integralista usato come guida all'azione, consisteva di elementi semplificati tratti dal leninismo classico, a meno che (come tra i neoanarchici) non fossero anche questi effettivamente dissolti nella retorica. C'era senz'altro molto da imparare dall'esperienza delle lotte passate e da un professionista della politica rivoluzionaria cos brillante come Lenin, ma non dai rimandi letterali al passato e ai suoi testi.
Ancora una volta, se la teoria economica e l'analisi generale dello sviluppo capitalistico di Marx deve, presumibilmente, rimanere il punto di partenza dei marxisti successivi, i testi "classici" di un dato periodo non possono essere utilizzati come descrizioni delle fasi pi tarde del capitalismo. Lenin se n'era reso conto con il solito realismo: il suo Imperialismo, a differenza di altri lavori marxisti che cercavano di analizzare la nuova fase del capitalismo dopo il 1900,32 non contiene un solo riferimento ai testi di Marx ed Engels, eccetto i due passaggi importanti tratti dal carteggio sugli effetti dell'impero britannico sulla classe operaia britannica. Tuttavia, nel periodo che segu il 1917, una gran quantit di scritti marxisti sugli sviluppi correnti del capitalismo non tenne conto di questo precedente, dedicando molto tempo ed energie per dimostrare che il testo di Lenin (o, molto pi raramente, di qualche altro autore marxista) costituiva ancora allora un'analisi essenzialmente valida di una fase dello sviluppo capitalistico che egli aveva incautamente descritto come "suprema", o nel fare commenti critici su di esso, oppure, quando era ormai palesemente datata, nell'elaborare una frase da Lenin casualmente pronunciata nel 1917 in una teoria del "capitalismo monopolistico di Stato" nel periodo dalla Seconda guerra mondiale.33
Infine,  ormai ampiamente riconosciuto che la teoria di Marx, per quanto da lui formulata in maniera sistematica, mancava di omogeneit, almeno da un importante punto di vista. Si poteva cos ritenere che essa consistesse allo stesso tempo sia in un'analisi del capitalismo e delle sue tendenze, sia in una speranza storica, espressa con enorme passione profetica e in termini di una filosofia derivata da Hegel, del perenne anelito umano verso una societ perfetta, da realizzare attraverso il proletariato. Nello sviluppo del pensiero di Marx, quest'ultimo aspetto precedeva il primo e non pu essere derivato intellettualmente da esso. In altre parole, c' una differenza qualitativa tra, ad esempio, l'affermazione che il capitalismo per sua natura genera contraddizioni insuperabili che devono produrre inevitabilmente le condizioni del suo superamento non appena la "centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro alla fine toccano un punto in cui diventano incompatibili con lo sviluppo del capitalismo", e l'altra secondo cui la societ postcapitalistica condurr alla fine dell'alienazione umana e al pieno dispiegamento delle facolt umane di tutti gli individui. Esse appartengono a diverse forme di discorso, bench alla fine potrebbero dimostrarsi vere entrambe.34
Inoltre, non si  mai negato che Marx non avesse lasciato un corpo finito di teoria sistematica (soltanto un volume del Capitale fu effettivamente completato) ed  difficile negare che non sempre gli riusc di tradurre "la grandiosit della concezione"35 in un'analisi teorica soddisfacente. Cos, vi erano infatti "problemi teorici che sono stati a lungo oggetto di controversia" tra i marxisti e "interpretazioni delle teorie marxiste che hanno differito ampiamente"36 tra di loro. Questo ha certamente indotto i teorici a studiare la mole dei testi di Marx con grande attenzione, ma il loro tentativo di conformarli a un tutt'uno coerente, omogeneo e realistico aveva poco in comune con l'utilizzo che ne facevano quando autorevolmente dichiaravano "ci che insegna il marxismo". Pochi, se non nessuno, economisti di formazione marxista hanno mai considerato le fortunate esposizioni di economia politica marxista (come la seconda parte dell'Anti-Dhring di Engels, o l'articolo Karl Marx di Lenin) come adeguate. Simili esposizioni, o testi basilari di Marx, quando furono trattati come tali (come ad esempio Salario, prezzo e profitto), svolsero un ruolo rilevante nel periodo in cui l'educazione dei militanti e dei membri dei partiti socialisti di massa era una funzione importante di queste organizzazioni. Con la trasformazione - talvolta l'indebolimento - di queste ultime, e il declino delle ortodossie di un unico marxismo "corretto", il loro ruolo diminu. In ogni caso, la teoria marxista che, di fatto, si rivolgeva soprattutto a intellettuali che fossero militanti, professori o entrambe le cose, tendeva a trattare i testi classici in maniera meno acritica.37
Vi , infine, una quarta caratteristica del pensiero marxista degli anni Cinquanta che pu essere menzionata. I marxisti concentrarono i loro sforzi per la stragrande maggioranza nei campi delle scienze umane e sociali cos come, naturalmente, su questioni che ricadevano direttamente sull'attivit politica. Quello delle scienze naturali e della tecnologia  un campo vasto e cruciale in cui pochi marxisti in quanto tali si avventurarono dopo il 1947, e in certi ambienti divenne persino di moda negare che il marxismo avesse rilevanza alcuna in questo campo, o anche che fosse fondamentalmente dedito alla "natura", fuorch in quanto "natura umana".38 Ci  in contrasto non solo con gli stessi Marx ed Engels, che erano entrambi chiaramente assai interessati alle scienze naturali e credevano di aver qualcosa da dire su di esse (anche se Engels dedic pi attenzione di Marx a questo campo), ma anche in riferimento a periodi come gli anni Trenta, quando una serie di scienziati naturali, perlomeno in Gran Bretagna e Francia, furono attratti dal marxismo e ansiosi di applicarlo ai propri argomenti di studio. La scienza, le questioni sociali e la politica sono oggi pi che mai tra loro correlate, e molti scienziati sono senz'altro consci del loro ruolo e responsabilit sociali. Vi sono scienziati radicali e persino rivoluzionari, e scienziati che sono marxisti, anche se una certa ostilit per la scienza e la tecnologia in quanto tali (spesso sotto le spoglie di un rifiuto del "positivismo" in filosofia) era molto diffusa, a partire dagli anni Sessanta, nelle file della giovanile e radicalizzata "nuova sinistra". Ci ha probabilmente diminuito il richiamo della sinistra radicale per quelli che esercitavano tali professioni, salvo che in quelle branche delle scienze biologiche che sono praticamente impossibili da separare da tematiche riguardanti la natura dell'uomo e della societ (come nel caso della genetica e le discipline affini, a proposito delle quali vi  l'esempio del pi noto scienziato del periodo che si defin marxista, l'americano Stephen Jay Gould). In ogni caso, il marxismo degli scienziati radicali ha ben poco a che vedere con la loro teoria e pratica professionale.
Si potrebbe azzardare l'ipotesi che anche la maggior parte degli scienziati naturali e degli studiosi di tecnologia attivi negli Stati socialisti nel 1983 abbiano ritenuto il marxismo irrilevante per le proprie attivit professionali, bench possano essere stati riluttanti a esprimerlo pubblicamente pur avendo anch'essi, come tutti gli scienziati seri, le loro opinioni riguardo i rapporti tra le scienze naturali e il presente e il futuro della societ.
Questo stato di cose rappresenta un'evidente contrazione del campo del marxismo, che  stato un polo di attrazione potente per le generazioni del passato anche per la sua capacit di offrire una visione ampia, onnicomprensiva e illuminante del mondo, di cui la societ umana e il suo sviluppo formano soltanto una parte. Continuer a farlo? Impossibile a dirsi. Si possono soltanto notare segni di reazione contro la completa estromissione dell'universo non umano dal marxismo.39 Si pu anche notare che le mode filosofiche tendenti a negare l'esistenza oggettiva o l'accessibilit del mondo sull'assunto che tutti i "fatti" esistono solo in virt di una previa strutturazione concettuale nella mente umana, hanno perduto parte della loro popolarit. ( senz'altro difficile combinarle con la prassi, sia quella degli scienziati sia quella di coloro che vogliono cambiare il mondo attraverso l'azione politica.)
Alla luce di quanto delineato nelle pagine precedenti, non sorprende che gli osservatori del periodo successivo agli anni Cinquanta potessero ancora una volta parlare di una crisi del marxismo. Le vecchie certezze, o le versioni concorrenti di queste certezze, sul futuro del capitalismo, sulle forze sociali e politiche che presumibilmente avrebbero causato la transizione a un nuovo sistema di societ, sulla natura del socialismo che si sarebbe dovuto instaurare e sulla natura e le prospettive delle societ che gi pretendevano di aver raggiunto questa trasformazione... tutto questo fu messo in dubbio, anzi, non esisteva pi. La teoria fondamentale del marxismo, compresa quella dello stesso Marx, fu sottoposta a un profondo esame critico e a una serie di riformulazioni, in concorrenza fra loro, ma in generale di vasta portata. Gran parte di quanto la maggioranza dei marxisti avrebbe accettato nel passato fu posto seriamente in discussione. Tralasciando le ideologie ufficiali degli Stati socialisti, e alcune sette integraliste, di solito piccole, tutti gli sforzi intellettuali dei marxisti partivano dall'assunto che la teoria e le dottrine tradizionali del marxismo richiedevano un ripensamento, una modifica e una revisione sostanziali. D'altro canto, a cento anni dalla morte di Marx, nessuna versione unica di tale ripensamento o di marxismo riveduto si pu dire che si sia imposta come predominante.
Eppure, come abbiamo visto, la messa in discussione del marxismo tradizionale  andata di pari passo con una netta crescita globale dell'attrazione e dell'influenza del marxismo. Ci non fu chiaramente dovuto al richiamo esercitato da partiti politici marxisti vivaci e in crescita (come negli anni Novanta dell'Ottocento), poich in questo periodo la reputazione della maggior parte di essi non era entusiasmante. Ancor meno era dovuta all'attrazione esercitata da Paesi che pretendevano di rappresentare, secondo varie modalit, "il socialismo reale". Al contrario, mentre prima del 1956 l'identificazione con l'Urss - vista, a torto o a ragione, come il primo Stato dei lavoratori, figlio della prima rivoluzione operaia e impegnato nella costruzione della prima societ socialista - era una genuina ispirazione per i militanti del movimento comunista mondiale (e prima del 1945 anche di altri), ora allontanava sempre pi gli intellettuali e il vasto pubblico. Anzi, la principale corrente dell'antimarxismo dagli anni Cinquanta ha avuto la tendenza a seguire una semplice linea di argomentazione politica, rifiutando anche i vari "neomarxismi" rivisti e ampliati, essenzialmente sulla base del fatto che, a meno che non abbandonassero specificamente Marx, questi avrebbero inevitabilmente condotto allo stalinismo o ai suoi equivalenti. I tradizionali tentativi di dimostrare la fallacia delle teorie di Marx, laddove non furono accantonati, scivolarono in secondo piano, e i tentativi di liquidare Marx e i marxisti come intellettualmente trascurabili erano diventati meno frequenti.
L'aumento dell'influenza marxista fu dovuto ad altri fattori. Venne senz'altro agevolato da un certo "sgombero" del campo ideologico negli anni Cinquanta. La sconfitta del fascismo in pratica elimin il radicalismo di destra in quanto idioma apparentemente rivoluzionario per un determinato periodo, a causa della sua implicazione con l'hitlerismo, e l'abdicazione della critica sociale di stampo liberale, che negli anni Cinquanta era spesso diventata un'ideologia autocompiaciuta, intenta a esaltare la capacit della societ occidentale esistente di risolvere tutti i suoi problemi, lasci il campo libero a Marx. Fu senz'altro il bisogno avvertito di una critica fondamentale della societ borghese e delle forme pi ovvie di disuguaglianza e ingiustizia (ad esempio nel "Terzo mondo"), cos come l'esistenza di regimi palesemente inaccettabili, a fare di uomini e donne dei marxisti.
La marea intellettuale globale di Marx e del marxismo raggiunse probabilmente il suo vertice negli anni Settanta, nel mondo dove la stampa era libera e persino in Paesi dove i governi autoritari e militaristi erano sull'orlo della ritirata o del rovesciamento, come in Spagna, in Portogallo e in Grecia. Vi era una copiosa produzione di testi marxisti, dalle illegali Raubdrucke (pubblicazioni pirata) dei radicali tedeschi, ai cataloghi di case editrici altrimenti politicamente incontaminate come Penguin in Gran Bretagna, oppure Suhrkamp nella Repubblica federale tedesca. La Oup pubblic una storia (ostile) del marxismo in tre volumi, la Macmillan una biografia (benevola) di Marx. Gli stessi marxisti fondarono delle case editrici (per esempio la New Left Books), o pianificarono ambiziose "opere complete" di Marx ed Engels (in Gran Bretagna) o storie del marxismo (in Italia). Con l'avvicinarsi del centenario della morte di Marx, i marxisti potevano certo volgere indietro lo sguardo a un mezzo secolo di progressi straordinari.
Di segnali che il vento non soffiava pi a favore di Marx ce n'erano, ma pochi osservatori predissero la rapidit e l'entit dell'inversione di tendenza. Non certo io, allorch prendevo parte al lancio del primo volume della collettiva Storia del marxismo della Einaudi, il pi ambizioso progetto nel suo genere, alla festa nazionale de l'Unit nel decennio del pi grande successo elettorale del Partito comunista italiano. I venticinque anni che seguirono il centenario della morte di Marx sarebbero stati i pi neri nella storia del suo lascito culturale.
* Si riferisce a The God That Failed: Six Studies in Communism, H. Hamilton, London 1949, best seller della Guerra fredda (trad. it. Il dio che  fallito. Testimonianze sul comunismo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 1997). [N.d.T.]
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CAPITOLO 15. Il marxismo in recessione. 1983-2000.
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A un secolo dalla morte di Marx divenne ovvio che il marxismo fosse in rapida ritirata sia sul piano politico sia su quello intellettuale, una fase che continu per i successivi venticinque anni circa, malgrado alcuni segnali di potenziale ripresa proprio alla fine del secolo, paradossalmente pi evidenti a osservatori del mondo del business come John Cassidy del "New Yorker", il quale ne aveva ricordato le profezie su una globalizzazione sempre pi incontrollabile dell'economia capitalistica.
. Ciononostante,  fuori di dubbio che per un quarto di secolo Marx cess di essere considerato un pensatore rilevante per l'epoca, e nella maggior parte del mondo il marxismo si ridusse a poco pi di un insieme di idee propugnate da un reparto in lenta erosione di reduci anziani e di mezza et. Quando venne finalmente pubblicata, nel 2004, l'ultima dispensa della traduzione inglese in cinquanta volumi dei Collected Works di Marx ed Engels, in atto dal 1970, cadde nel silenzio. L'imponente avanzata di un altro progetto degli anni Settanta, i 122 volumi della nuova MEGA, l'edizione completa di ogni parola scritta da Marx ed Engels, procedeva, e persino accelerava: non fu degnata della minima attenzione, tranne forse per qualche case-study sulla continuit intellettuale tra un'iniziativa pianificata e finanziata da regimi comunisti e un'operazione accademica multinazionale le cui implicazioni politiche e ideologiche, se c'erano, erano lasciate in sospeso.
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A prima vista, le ragioni di questo drammatico ripiegamento di Marx e del marxismo appaiono ovvie. In Europa, negli anni Ottanta del secolo scorso, i regimi politici identificati ufficialmente con entrambi erano palesemente in crisi, e in Cina avevano cambiato bruscamente direzione. Il collasso dell'Urss e dei suoi satelliti europei aveva spazzato via inevitabilmente il "marxismo-leninismo" che ne era divenuto la religione di Stato, e i cui dogmi accampavano autorit sulla teoria e sulla realt.
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Di per s, questo non aveva necessariamente avuto ripercussioni sul pensiero marxista, fuorch nella regione autodenominatasi "socialismo reale", poich i tempi in cui il Breve corso di Stalin era generalmente accettato come un compendio standard del "materialismo storico e dialettico", quando non della storia del partito bolscevico, erano finiti da un pezzo. In ogni caso, l'ortodossia dogmatica sovietica imped qualsiasi reale analisi marxista di quello che era successo e stava succedendo nella societ sovietica. Come dimostrano i capitoli precedenti, dal 1956 la maggior parte del pensiero marxista nei partiti comunisti non di Stato aveva apertamente criticato quest'ortodossia oppure (all'interno dei partiti comunisti allineati con Mosca) implicitamente, e le tendenze politiche dominanti tra i marxisti post-1956, i trockisti e i maoisti, si riconoscevano per la propria ostilit verso l'ideologia e il regime sovietici.
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Tuttavia, la caduta dell'Urss e del modello sovietico fu ovunque traumatica, non solo per i comunisti, ma anche per i socialisti, se non altro perch, con tutti i suoi plateali difetti, il marxismo aveva rappresentato l'unico tentativo concreto di costruire una societ socialista, oltre a produrre una superpotenza che per almeno mezzo secolo aveva fatto da contrappeso al capitalismo dei vecchi Paesi capitalistici. Sotto entrambi gli aspetti, il suo fallimento, per non parlare della sua evidente inferiorit sotto molti punti di vista rispetto al capitalismo liberale occidentale, era palese anche a quanti non condividevano il trionfalismo post-1989 degli ideologi di Washington. Il capitalismo aveva perduto il proprio memento mori. I socialisti avevano compreso che la fine dell'Unione Sovietica precludeva ogni speranza per un socialismo migliore ("dal volto umano", come si diceva durante la Primavera di Praga) che potesse in qualche modo emergere dall'eredit della Rivoluzione d'ottobre. Dopo ottant'anni di pratica, quelli che ancora si aggrappavano alla speranza socialista originaria di una societ costruita nel nome della cooperazione, anzich della concorrenza, dovettero ritirarsi nuovamente nella speculazione e nella teoria, e i marxisti tra loro non poterono sfuggire all'evidente fallimento delle previsioni sul futuro storico delle proprie teorie.
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Tutto questo lasci i socialisti "non di Stato" orfani e scoraggiati, mentre all'interno dei Paesi del "socialismo reale" spazz semplicemente via tutto quel marxismo-leninismo che per sopravvivere non si era aggrappato ai partiti di governo asiatici. In quelle nazioni, il comunismo (il "partito-avanguardia") era stato progettato come dottrina per una minoranza selezionata di leader e attivisti, non come una fede per la conversione universale, come il Cattolicesimo romano e l'Islam. Questo fatto, da solo, tendeva a depoliticizzare coloro che non rientravano nella sfera in cui l'ideologia era un requisito. A tenere insieme il grosso della popolazione, laddove presenti, erano i legami tradizionali che univano i popoli agli Stati: continuit storica, patriottismo, un senso di identit collettiva etnica o di altro tipo, l'abitudine all'obbedienza formale al potere costituito, ma non una fede nel marxismo-leninismo, se non in quanto residuo dell'educazione morale e politica ricevuta da tutti durante l'infanzia. Quando il sistema croll, lasci dietro di s continuit, ricordi e simboli, ma non la lealt a una religione civica.
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Non pi tardi degli anni Ottanta una vasta maggioranza sempre crescente di intellettuali andavano distaccandosi dal sistema, oppure se avevano sostenuto con entusiasmo i nuovi regimi nei giorni della liberazione - com'era il caso di molti -, erano scivolati in una dissidenza silenziosa o aperta, come nel caso dei comunisti universitari divenuti i cervelli di Solidarnosc in Polonia; se erano invece ancora impegnati nel socialismo, come minimo ne criticavano i difetti della versione "reale" con l'intenzione di riformarli. Ci riguardava sempre di pi anche i quadri dirigenti dello stesso sistema. Attorno al 1980, uno studente ricercatore americano in Polonia rilev il totale rifiuto da parte dei funzionari polacchi del partito di definirsi "comunisti". Quando, per caso, ebbe la possibilit di chiedere a un membro importante del Comitato centrale se fosse comunista, costui rispose, dopo una lunga pausa: "Sono un pragmatico".1
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N il marxismo aveva (in quanto distinto dai dogmi inattaccabili promulgati dall'alto) profonde radici tra gli iscritti del partito: per la maggior parte di questi, come anche degli aspiranti membri, il fatto importante circa la loro ideologia non era se questa fosse vera, o come andasse applicata, ma che fosse vincolante. "E se la linea cambia, come con Stalin?" chiese uno studente britannico dell'Alta scuola di partito di Mosca a un compagno sovietico. "Mi guard come se fossi politicamente analfabeta. "Allora quella diventa l'attuale verit"."2 Quando il sistema collass, la sua lite ebbe molto da rimpiangere, compresa la perdita di un'ideologia del tutto incentrata sullo Stato, ma pochi s'impensierirono all'idea di dover abbandonare la sua versione marxista-leninista, a meno che non facessero parte del sottogruppo specifico impegnato nella dottrina, l'equivalente dei teologi del Vaticano. In tutti i casi, si adattarono facilmente alla combinazione di patrocinio di Stato, capitalismo selvaggio e potere mafioso della Russia postsovietica.
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Ciononostante, la ritirata dal marxismo non pu semplicemente essere imputata al collasso, o alla trasformazione, dei regimi marxisti-leninisti o maoisti, poich era cominciata chiaramente prima di allora. Un elemento importante fu la graduale decomposizione e il cambiamento di carattere dei partiti comunisti non di Stato in Europa, mentre in Francia e in Italia, dove questi partiti dominavano la sinistra, fu la perdita della loro egemonia sulla generazione di intellettuali post-1945. N dovremmo sottovalutare l'uscita graduale dalla pubblica scena, sia nella politica sia nella cultura, della generazione formata dall'antifascismo, dalla guerra mondiale e dalla Resistenza. La crisi, tanto dei partiti comunisti non di Stato, quanto dei partiti e dei governi socialisti, era ormai fin troppo evidente dall'inizio degli anni Ottanta. In effetti, era da tempo lampante il fatto che Lenin non rientrasse tra i programmi dei Paesi occidentali avanzati, sebbene i movimenti studenteschi radicalizzati dovessero ancora scoprirlo dopo il 1968. Non altrettanto chiaro era che nell'epoca post-1973, contraddistinta da un revival mondiale di politiche del laissez-faire, in un'economia transnazionale che si globalizzava a gran velocit, questo riguardasse anche Bernstein, il campione del riformismo gradualistico fabiano attraverso l'azione statale: divenne fin troppo palese all'epoca del presidente Reagan e di Margaret Thatcher e, drammaticamente, dopo il fallimento del programma del presidente Franois Mitterrand, nel 1981. Negli anni Settanta, pur essendo cominciata la nuova era, la presenza dei marxisti nelle librerie e nelle aule universitarie era tuttavia al suo apice, e la militanza, sia operaia sia sindacale, otteneva alcuni dei suoi successi pi clamorosi.
Lasciando da parte la politica, tra gli intellettuali il marxismo stava gi recedendo, bench questo non fosse divenuto ovvio fino agli anni Ottanta; e non il marxismo soltanto, ma l'intera corrente di idee sulla societ che aveva dominato il pensiero occidentale dalla Seconda guerra mondiale in poi, di cui il marxismo era una componente. Persino le scienze naturali vennero prese di mira, non soltanto a causa del danno potenziale o effettivo causato dalla tecnologia, ma perch la loro efficacia come modalit di comprensione del mondo fu messa in discussione.
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Ci era forse meno evidente in economia, dove i marxisti erano sempre stati marginali, sebbene tra i primi dieci premi Nobel in questo campo, tre si fossero formati, del tutto o in parte, nei primi anni dell'Unione Sovietica o fossero ancora attivi in quel Paese (Wassily Leontief, Simon Kuznets, Leonid Kantorovi?). Tuttavia, dal 1974, quando Friedrich von Hayek ricevette il premio - pur compensato dal suo avversario ideologico, lo svedese Gunnar Myrdal - e dal 1976, quando fu conferito a Milton Friedman, questo and evidentemente associandosi a un drastico allontanamento dalle teorie keynesiane e da altre teorie interventiste, e al ritorno a un sempre pi intransigente laissez-faire. Le crepe in questo consenso prevalente non si palesarono che alla fine degli anni Novanta.
Un orientamento metodologico comune, anzich politico o ideologico, tra marxisti e non marxisti era da tempo assai pi evidente nelle scienze umane e sociali, almeno al di fuori degli Stati Uniti, in particolar modo nella sociologia e nella storia. Dal tardo XIX secolo in poi, la sociologia, il tentativo di comprendere il funzionamento della societ, aveva finito per coincidere in parte sia con Marx, sia con l'obiettivo pi generale di cambiare, e non semplicemente di interpretare, il mondo. Durkheim, Marx e Max Weber avevano sostituito Auguste Comte e Herbert Spencer come i suoi padri fondatori nell'accademia, seppure non vi sia alcun motivo di ritenere che lo stesso Marx avrebbe considerato la disciplina un campo d'indagine separato e distinto. La straordinaria espansione dell'istruzione superiore fin dagli anni Sessanta le aveva conferito un'insolita preminenza - al momento ben quarantacinque istituzioni universitarie nel Regno Unito hanno dipartimenti di sociologia oppure corsi di laurea che la includono - e la radicalizzazione politica aveva fatto s che diventasse la scelta di molti studenti. La sua importanza da un punto di vista intellettuale  andata scemando drasticamente con l'attenuarsi dell'estremismo nelle universit.
Anche la storia era collegata al radicalismo studentesco, ma la sua evoluzione come materia di studio  pi istruttiva. Qui i marxisti confluirono nella corrente modernizzatrice che voleva rendere pi feconda l'arida e convenzionale storiografia - avversa a generalizzazioni di qualunque tipo, e largamente confinata alla narrazione politica, militare e istituzionale di successioni cronologiche di eventi in termini di azioni di personaggi importanti -, soprattutto mobilitando le intuizioni e i metodi delle scienze sociali, allora in rapido sviluppo. Convergendo da discipline e ideologie assai differenti, alla fine del XIX secolo i riformatori erano divenuti una presenza riconosciuta, ma non avevano compiuto grandi progressi nel loro assedio alla roccaforte della storia accademica, se non l'aver stabilito un avamposto istituzionale di "storia economica e sociale" nei suoi paraggi. Avevano fatto passi in avanti tra le due guerre, e in particolare negli anni Trenta, ma senza diventare una forza importante fino a prima della Seconda guerra mondiale.
Fu allora che, di fatto, ispirarono e trasformarono il campo della storia, soprattutto con riviste che favorivano il connubio tra questa e le scienze sociali, in particolare la celebre pubblicazione "Annales d'histoire conomique et sociale" di Marc Bloch e Lucien Febvre, rivale militante della vecchia storia convenzionale in Francia sin dal 1929, che divenne, con un nuovo nome, la rivista storica pi influente del mondo con Fernand Braudel; quest'ultimo fond anche l'cole des hautes tudes en sciences sociales, in una Maison des Sciences de l'Homme fresca di costruzione, quasi fosse un'istituzione concorrente della vecchia universit. La scuola delle "Annales" non era affatto marxista nelle sue origini e simpatie intellettuali, ma serv a ispirare la rivista "Past & Present", fondata da storici britannici marxisti. In mancanza di un organo formale di opposizione all'accademia tradizionale, ne divenne un equivalente anglofono pi modesto. Entrambe influenzarono la riforma della storiografia tedesca dopo il 1960 con il titolo programmatico di "scienza storico sociale", che venne anche rafforzata istituzionalmente dalla fondazione di nuove universit adeguatamente orientate, in particolare quella di Bielefeld. A ispirare i riformatori tedeschi, anzich Marx, fu Max Weber. Contemporaneamente, negli Stati Uniti venne fondata una rivista specificamente interdisciplinare, dal titolo "Comparative Studies in Society and History" che si sarebbe in seguito allargata in una "Social History Association", tuttora attiva.
Non vi sono dubbi che dal 1970 furono i riformatori a tenere banco, lasciando gli storici tradizionali parecchio sulla difensiva. La vasta espansione di un gruppo sempre pi radicalizzato di studenti universitari fece della "storia sociale", assieme alla sociologia pi teorica, l'arma preferita dai giovani intellettuali.  difficile valutare il ruolo di Marx e del marxismo in questi sviluppi, ma essi superano abbondantemente quello di qualunque storico o scuola storica nell'indice analitico di un'indagine nel campo del 1971;3 e fu un'opera marxista che, secondo lo storico della storiografia britannica del secolo che va dal 1907 al 2007, "per lo meno ripul, anche dagli scaffali di biblioteca pi remoti, alcuni di quei volumi datati di un'epoca precedente".4 Ciononostante, la minoranza marxista (fuorch nei Paesi con un governo comunista, dove gli storici non avevano scelta) rimaneva solo una componente del grande movimento di modernizzazione storiografica che sembrava ormai essersi imposto.
Non  poi cos sorprendente che a causa della sicurezza di s e, come in Francia, delle semplificazioni polemiche, gli storici modernizzatori progressisti prestassero il fianco a delle critiche. Per citare un esempio ovvio, l'indifferenza per ci che i francesi avevano declassato a "storia evenemenziale" e quello che i marxisti avevano messo da parte come "il ruolo dell'individuo nella storia", significava che una ricostruzione adeguata della Germania di Hitler o dell'Unione Sovietica di Stalin non poteva ancora essere scritta.5 Per un certo periodo, tuttavia, dall'inizio alla met degli anni Settanta, troviamo anche dell'altro: and chiaramente delineandosi un nuovo scetticismo riguardo il tentativo di comprendere la struttura e il cambiamento delle collettivit umane attraverso le scienze sociali. Similmente, la sociologia e l'antropologia sociale presero allo stesso tempo una piega antioggettiva e antistrutturale, fondendosi con versioni della cosiddetta "teoria critica" per produrre delle forme estreme di relativismo postmodernista. L'economia neoclassica riduceva la societ a un conglomerato di individui che perseguivano razionalmente i propri interessi, il cui fine era un astorico equilibrio di mercato. I nuovi storici abbandonarono i metodi cari alle scienze sociali e le "grandi domande" interdisciplinari di trasformazione sociale per fare ritorno a una narrazione (in particolare una narrazione politica) piuttosto che a un'analisi strutturale. Si avvicinarono da una parte alla cultura e alle idee, dall'altra a un'empatia con le esperienze storiche individuali. Una corrente importante giunse a confutare non soltanto la generalizzazione e le prevedibilit storiche e sociali, ma il concetto stesso di studio della realt oggettiva. Questo allontanamento critico dai "modernisti" ora dominanti non aveva un orientamento politico o ideologico particolare; Braudel e le sue "Annales" ne erano vittime al pari di Marx. Sebbene per certi versi il nuovo revisionismo accontentasse i conservatori tradizionali - come anche l'indeterminatezza astorica (che produsse una serie di esercizi di storia controfattuale, o dell'"e se?") - gran parte di esso scatur dal milieu del radicalismo post-1968. Alcuni tra gli studiosi definibili come "postmodernisti" della storia rimasero persino nella sinistra rivoluzionaria.
La ritirata dal marxismo nel mondo non comunista fu dunque parte di una mutazione pi generale nelle scienze umane e sociali degli anni Settanta. Non aveva un'ovvia connessione con l'ideologia della Guerra fredda, l'ostilit verso l'Urss e la denuncia dissidente di questo o quel Partito comunista nazionale. Per quanto forti negli anni Cinquanta e Sessanta, come abbiamo visto, esse coesistevano con una notevole impennata del radicalismo politico, compreso il marxismo intellettuale. Ancora meno si trattava di un'anticipazione del collasso dei regimi comunisti europei, quest'ultimo abbastanza inaspettato, fino a poco prima che si verificasse, anche per coloro che li detestavano. N possiamo attribuirla alle crisi in corso della socialdemocrazia, i cui partiti in effetti negli anni Settanta erano al governo in pi Paesi che prima, o dopo di allora. Salvo rarissime eccezioni, i nomi maggiormente associati all'antimarxismo e all'anticomunismo intellettuale negli ultimi venticinque anni del secolo non erano nuovi. Anche quelli che accusavano "il dio che  fallito" avevano rotto con i rispettivi partiti comunisti gi prima del 1970. Il tentativo sistematico dei combattenti occidentali della Guerra fredda di contrastare la "battaglia delle idee" dei sovietici attraverso il Congress of Cultural Freedom, non era sopravvissuto alla rivelazione, nel 1967, dei finanziamenti ricevuti dalla Cia.
Semmai, la ritirata dal marxismo fu generata all'interno della vecchia sinistra radicale per varie ragioni, non ultime gli scontri inerenti alle versioni rivoluzionarie del marxismo tra cui l'evoluzione storica automatica e il ruolo dell'azione rivoluzionaria. Se lo sviluppo storico conduceva inevitabilmente alla fine del capitalismo, e dunque, si presumeva, all'inevitabile trionfo del socialismo, allora non poteva esserci alcun ruolo decisivo per l'azione volontaria, se non quando la mela non fosse stata abbastanza matura da cadere dall'albero della storia. E anche allora, che cosa poteva fare l'azione rivoluzionaria di pi, se non raccoglierla? A livello pratico questo creava soltanto problemi a dei rivoluzionari in trincea, in un luogo senza prospettive di rivoluzione sociale. Negli anni precedenti il 1914, la sinistra radicale, bramosa d'azione, aveva rifiutato un marxismo identificato con le attese evolutive della socialdemocrazia tedesca. Il giovane Gramsci parl perfino di una rivoluzione contro Il capitale. Soltanto la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione russa d'ottobre ricondussero il proprio ultraradicalismo a Marx attraverso Lenin. I nuovi movimenti radicali degli anni Sessanta, altrettanto dediti all'attivismo a tutti i costi, entrarono in scena al culmine del successo del capitalismo occidentale, consolidato dai redditi in crescita, dal welfare e dalla simbiosi tra impresa e sindacati. Di certo non rifiutavano Marx, il cui volto barbuto era ormai un'affermata icona rivoluzionaria, sebbene sempre pi sostituita da una pi calzante immagine di insurrezione volontaristica, quella di Che Guevara.
Tuttavia, quel che non piaceva loro del marxismo non era tanto l'inevitabile "avanzata del movimento operaio" che i socialdemocratici leggevano in Marx, quanto la rigida e centralizzata organizzazione di partito che Lenin gli aveva imposto. In termini di storia rivoluzionaria, essi rappresentavano una regressione da Marx a Bakunin. Tutto quello che detestavano del comunismo sovietico derivava dalla sua disciplinata centralizzazione, dalle verit e azioni imposte centralisticamente all'ecatombe delle vittime di Stalin. Le radici dell'azione dovevano essere la spontaneit e le iniziative dalla base, per non dire della sfrenata espressione di s ("fai a modo tuo"). La leadership era vista con sospetto, le decisioni dovevano emergere dalle molteplici voci delle assemblee popolari. Per contro, quelli che continuavano a perseguire lo scopo tradizionale dei rivoluzionari marxisti, vale a dire la presa del potere politico, non potevano pi contare su "situazioni rivoluzionarie" di stampo leninista, generate dalla storia nella societ dell'oppressione di classe. Riposero dunque sempre di pi le loro speranze in azioni insurrezionali o terroristiche pianificate da piccoli gruppi fuorilegge, com'erano stati tradizionalmente liquidati dai marxisti. Nei Paesi poveri e sottosviluppati, queste potevano essere giustificate dall'assunto che tali regioni erano costantemente sull'orlo della conflagrazione sociale, e che avrebbero preso fuoco una volta "inquadrate" dall'iniziativa di guerriglieri esterni come Che Guevara. (Negli anni Sessanta e Settanta, per quanto elegantemente formulata da Rgis Debray, questa teoria ispirata a Cuba, in pratica fall completamente.)6 Nelle economie ricche potevano solo ripiegare sul vecchio slogan anarchico della "propaganda del fatto", cio attivit terroristica svolta da piccoli gruppi, che avrebbe avuto un impatto inaspettatamente alto in una societ dei media assetata di titoli a effetto e immagini drammatiche.
Dal fermento post-1956 della vecchia sinistra (marxista) e dal nuovo radicalismo culturale degli anni Sessanta emersero quindi una serie di tendenze che si allontanavano dalla tradizionale analisi marxista, continuando spesso, se non sempre, a collocarsi a sinistra: in particolare il movimento e la rivista "History Workshop" in Gran Bretagna, "Storia di tutti i giorni" (Alltagsgeschichte) in Germania, la "Scuola Subalterna" in India, varie forme di "teoria critica" e una nuova messe di storie femministe e identitarie che pretendevano di rappresentare "nuovi movimenti sociali", che avrebbero, si sperava, colmato il vuoto lasciato dalla crisi dei movimenti operai tradizionali.
Allo stesso tempo, la scoperta (enfatizzata dal Club di Roma dei primi anni Settanta) che l'aumento incontrollabile della capacit umana di produrre gettava le basi della futura catastrofe ambientale, era in contraddizione con l'attrattiva del marxismo come teoria dell'evoluzione proiettata verso un futuro migliore. La "crisi del progresso", che i marxisti avevano visto negli anni Trenta come caratteristica di una societ borghese esausta, si rivoltava adesso contro di loro. L'ingiustizia e l'oppressione generate dalla natura capitalistica del progresso erano state sempre denunciate, ma ora era il progresso stesso a essere sotto attacco. Le campagne della sinistra miravano sempre pi a proteggere e a difendere proprio da quei passi in avanti del potere umano rispetto alla natura che i loro predecessori marxisti avrebbero celebrato, o che avrebbero almeno giudicato inevitabili (come per la globalizzazione). Il marxismo era particolarmente vulnerabile a questo capovolgimento della prospettiva dell'"inevitabilit storica", che da positiva era divenuta negativa.
Forse uno spostamento a sinistra, in particolare tra i ceti in crescita e politicamente importanti dotati d'istruzione universitaria, avrebbe potuto rinnovare le fortune di Marx, poich un interesse verso le sue teorie era stato cos spesso storicamente collegato alla radicalizzazione politica di individui o gruppi, o all'emergere di Paesi da periodi di autoritarismo. In Occidente non accadde nulla del genere, bench vi siano prove del fatto che l'attivismo politico port a un aumento dell'interesse nella letteratura associata al marxismo in alcuni Paesi non europei, come, in periodi diversi a partire dal 1970, il Brasile, Taiwan, la Corea del Sud e la Turchia.7 Al contrario, la crisi del maggior serbatoio della sinistra occidentale, i movimenti socialdemocratici operai, elimin in essi qualunque ispirazione al socialismo. A quanto mi risulta, nessun leader di partito della sinistra europea negli ultimi venticinque anni ha dichiarato il capitalismo in quanto tale inaccettabile come sistema. L'unica figura ad averlo fatto senza titubanze  stato papa Giovanni Paolo II. Inoltre, incorporare la generazione ribelle del 1968 - questa volta i situazionisti - in un fiorente sistema capitalistico che offriva pi scelta di qualunque suo predecessore in termini di variazioni di gusto personale e stile di vita, e che funzionava - e si presentava - sempre di pi come l'economia e la societ dello spettacolo pubblico mediatico, fu fin troppo facile. Il successo universitario faceva guadagnare sempre di pi: gli anni Novanta e Duemila divennero la prima epoca dei miliardari con diplomi di ricerca; tanto da far notare a un umorista che la crisi finanziaria mondiale del 2008 era dovuta al fatto che per la prima volta nel mondo della finanza erano entrati dei brillanti laureati, anzich, come ai vecchi tempi, quelli intellettualmente meno dotati, e che i primi avevano inventato algoritmi troppo astrusi perch la maggioranza dei capitalisti potesse comprenderli.8 Negli obiettivi degli studenti culturalmente pi vivaci c'era la carriera piuttosto che il cambiamento sociale.
Vi  inoltre un altro fenomeno pi generale che non dovremmo dimenticare: la ritirata generale di quelle che si potrebbero definire le ideologie del cambiamento sociale dell'Illuminismo del XVIII secolo e la crescita, o la rinascita, di ispirazioni per l'impegno sociale alternativo, in particolare la versione tacitamente modernizzata delle religioni tradizionali. Pur non esercitando grande attrattiva in Europa, esso ottenne il proprio primo grande successo con la Rivoluzione iraniana del 1979, l'ultima delle grandi rivoluzioni sociali del XX secolo. Se anche cos non fosse stato, gli sviluppi storici e intellettuali nella seconda met del XX secolo misero visibilmente in crisi le analisi politiche, i programmi e le previsioni tradizionalmente desunti da Marx. L'analisi basilare dello sviluppo e del modus operandi del capitalismo mantiene la sua forza; nondimeno, qualsiasi futuro risveglio di interesse per il marxismo avr senz'altro bisogno di basarsi su riequilibri sostanziali delle idee tradizionali del suo pensiero.
Senza il crollo della maggior parte dei regimi comunisti, l'abbandono deliberato dei loro metodi e obiettivi tradizionali da parte di altri e la contemporanea crisi delle socialdemocrazie a base operaia, ci non sarebbe probabilmente bastato a motivare i vent'anni di emarginazione quasi totale del marxismo dal dibattito intellettuale. Dal momento che evidentemente i sistemi e i movimenti marxisti una volta ispirati da Marx non erano riusciti a sopravvivere o avevano abbandonato i propri scopi tradizionali, non era pi politicamente importante, n pareva intellettualmente necessario, dedicare molto tempo a teorie che sembravano screditate dalla storia. In ogni caso, la Guerra fredda era finita. Paradossalmente, l'accusa sdegnata  proseguita anche dopo la scomparsa degli accusati, proprio come l'antisemitismo ha persistito in Polonia nonostante la scomparsa degli ebrei da quel Paese.
La retorica dell'anticomunismo della Guerra fredda  continuata, non tanto contro un nemico un tempo temuto, quanto a favore della superiorit mondiale e, si spera, della supremazia del capitalismo liberal-democratico. Sempre pi sicuro di s, esso si  visto, grazie all'intervento di una potenza morbida e armata, giustificato da un'ideologia dei diritti umani universali, come fautore dell'ordine in un mondo disturbato. A essere denunciate, poich la discussione si era ormai atrofizzata, non erano pi le teorie e le analisi di Marx, ma la sua prospettiva di rivoluzione, che, si sosteneva, fuorviava i giovani idealisti, e veniva contestato altres il totalitarismo che lui e qualunque altra sfida al liberalismo si credeva sottintendessero o propugnassero, per tacere degli ostacoli che le aspirazioni socialiste ponevano alla razionale autoregolamentazione della societ di mercato. Insomma, a Marx veniva affibbiato il solito ruolo di ispiratore del terrore e dei gulag, e ai comunisti essenzialmente quello di difensori, quando non di parte attiva, del terrore e del Kgb. Non  chiaro fino a che punto questa teoria abbia convinto coloro che ancora non erano stati convertiti, alcuni dal "dio che  fallito", ai tempi della Guerra fredda.  difficile che questi esercizi deprecatori sopravvivano a lungo in un secolo in cui anche oggi soltanto chi ha trent'anni o pi serba un ricordo degli anni veri e propri della Guerra fredda.
Tuttavia, alla fine Marx avrebbe in qualche modo fatto ritorno inaspettatamente in un mondo nel quale al capitalismo  stato ricordato che il suo futuro  messo in discussione non dalla minaccia di una rivoluzione sociale, ma dalla natura stessa della sua indisturbata attivit globale, per cui Karl Marx si  dimostrato una guida assai pi acuta di quanti hanno confidato nelle scelte razionali e nei meccanismi autocorrettivi del libero mercato.
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CAPITOLO 16. Marx e il movimento operaio: il secolo lungo.
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Mi sembra appropriato concludere una raccolta di studi sul marxismo con un saggio sul movimento organizzato della classe operaia. Per Marx, il proletariato era il predestinato "seppellitore del capitalismo", l'agente essenziale della trasformazione sociale. Nel XX secolo, la maggior parte dei movimenti operai organizzati si associ al sogno di Marx di una societ nuova ("il socialismo") e a loro volta tutti i marxisti, quasi senza eccezione, videro nei partiti e nei movimenti operai il loro campo prescelto di militanza politica. Tuttavia, n il marxismo n i movimenti operai possono essere compresi se non come agenti storici indipendenti, reciprocamente legati da rapporti complessi e in continuo mutamento; ancora meno pu esserlo l'impatto dell'uno e degli altri sulla storia del XX secolo.
Bench ogni lettore del Manifesto sappia che i movimenti operai risalgono a molto tempo prima, vi  nondimeno qualche giustificazione nel cominciare l'indagine di tali movimenti e delle loro ideologie proprio alla fine del XIX secolo. La storia del movimento operaio britannico inizi seriamente negli anni Novanta dell'Ottocento, in particolare con i notevoli studi di Sidney e Beatrice Webb sul tradeunionismo. La prima indagine comparativa globale apparve nel 1900: Die Gewerkschaftsbewegung. Darstellung der gewerkschaftlichen Organisation der Arbeiter und Arbeitgeber aller Lnder, di W. Kulemann. Le prime storie scritte dall'interno dei nuovi partiti socialisti cominciarono ad apparire attorno allo stesso periodo, per esempio la prima versione della storia del Partito socialdemocratico tedesco di Mehring.
Gli anni Novanta dell'Ottocento furono inoltre il decennio in cui i governi europei giunsero a riconoscere l'esistenza politica di movimenti operai rigorosamente organizzati. Il governo britannico pubblic il suo primo Abstract of Labour Statistics negli anni 1893-94; quello belga inizi a pubblicare una "Revue du Travail" nel 1896. Per la prima volta un primo ministro britannico, Lord Rosebery, nel 1894, fu indotto a intervenire personalmente per risolvere una disputa tra datori di lavoro e operai. Cinque anni pi tardi, il premier francese, Waldeck-Rousseau, segu il suo esempio, su invito degli operai in sciopero delle industrie Schneider-Creusot. E lo stesso anno, il governo francese fece una mossa che scosse nel profondo i partiti politici operai, o almeno quelli socialisti: nomin un socialista, il quarantenne Alexandre Millerand, ministro del Commercio. Sino ad allora, e anzi per molti anni a seguire, i socialisti erano persuasi che non avrebbero n formato n partecipato al governo fino a quando una rivoluzione o uno sciopero generale non avessero rovesciato il capitalismo, o almeno finch un partito rigorosamente socialdemocratico non avesse vinto, da solo, le elezioni. Da un punto di vista ideologico, questa fu la crisi con cui ebbe inizio la storia politica del movimento operaio nel XX secolo.
Che cosa indusse i governi europei a concludere che dovevano prendere sul serio il movimento operaio? Di certo non la sua forza economica, bench non mancassero affatto i datori di lavoro convinti che i sindacati stessero per strangolare l'industria. L'organizzazione sindacale era ancora modesta, circa il 15-20 per cento del totale dei lavoratori in Gran Bretagna e Francia, piuttosto inferiore in Germania. N il movimento operaio era una presenza politica importante, fuorch nella stessa Germania, dove il Partito socialdemocratico era di gran lunga la forza elettorale pi consistente, con il suo 30 per cento di consensi tra i votanti (maschi). Tuttavia, se fosse stata introdotta la democrazia elettorale, come pareva plausibile, i partiti operai sarebbero probabilmente diventati una forza elettorale di primaria importanza, proprio come era accaduto in Scandinavia e altrove negli anni prima del 1914. Ciononostante, a impensierire davvero i governi non era tanto il calcolo elettorale, ma l'evidente coscienza di classe dei lavoratori, che si manifest nei nuovi partiti di classe che erano per la stragrande maggioranza "rossi". Per dirla con Winston Churchill, allora presidente del Board of Trade nella nuova, riformatrice, amministrazione liberale del 1906, se il vecchio sistema bipartitico di conservatori e liberali fosse finito, la politica britannica sarebbe diventata apertamente una politica di classe, ossia una politica dominata dal conflitto di interessi di classe. In Gran Bretagna, i cui abitanti per la maggior parte erano, o si consideravano, "lavoratori", questa sembrava una questione della massima urgenza, ma evitare la politica dello scontro di classe era un problema diffuso.
La crisi Millerand costrinse i nuovi partiti operai per la prima volta, ma non per l'ultima, a considerare il loro rapporto con il sistema nel quale operavano. I tempi erano chiaramente maturi per porsi questa domanda perch, pi o meno nello stesso periodo (nell'autunno del 1899), Eduard Bernstein, una delle colonne originarie del marxismo tedesco, pubblic il suo manifesto riformista, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie,1 che avrebbe innescato un aspro dibattito in seno al movimento internazionale. Non  irrilevante che questo fosse anche il momento in cui, sempre per la prima volta, furono pubblicati libri con titoli come "La crisi del marxismo" (di Masaryk, in seguito presidente della Cecoslovacchia).*
La questione centrale dietro la crisi Millerand e il dibattito sul revisionismo di Bernstein era: riforme o rivoluzione? Dal momento che dalla fine degli anni Novanta non c'era da aspettarsi un crollo immediato del capitalismo, almeno nelle economie sviluppate, qual era la funzione storica dei movimenti operai? In altre parole: c'era una via non rivoluzionaria al socialismo? I casi di Millerand e Bernstein erano particolarmente spinosi, e non c'era modo di sfuggire alla perentoriet con cui sollevavano questo problema. Bernstein andava ripudiato perch, con la proposta effettiva di una franca revisione del marxismo, aveva provocato lo sdegno di tutte le sezioni dell'Internazionale, e perci era stato contestato da tutti, nessuno escluso. Il movimento gest la questione Millerand con maggiore cautela, visto che riguardava un singolo individuo e la teoria socialista non era messa in discussione. Venne proposta una soluzione di compromesso che in pratica rendeva possibile la partecipazione di individui singoli, ma non ancora di partiti, a "governi borghesi". Quanto a Bernstein, in pratica la socialdemocrazia accett la tesi secondo cui il miglioramento delle condizioni degli operai nel sistema capitalistico fosse il compito principale del movimento, mentre rigett categoricamente le sue giustificazioni teoriche del riformismo. In effetti, dopo il 1900, anche i movimenti operai marxisti nei principali Paesi del capitalismo vivevano in un'ufficiosa simbiosi con esso, anzich in uno stato di guerra.
Pur sembrando inseparabili, il movimento operaio e il socialismo non erano identici. Millerand e Bernstein rappresentavano una crisi del socialismo, ma non dei movimenti operai. Anni fa, a un convegno internazionale di storia del movimento operaio, venne discusso erroneamente il seguente tema: "Il movimento operaio come fallito progetto della modernit?".* I movimenti operai e la coscienza di classe non sono "progetti" ma, in una data fase della produzione sociale, caratteristiche logicamente necessarie e politicamente quasi inevitabili di classi di uomini e donne con un impiego salariato. Il termine "progetto" si applica piuttosto al socialismo, ossia all'intenzione di sostituire il capitalismo con un nuovo sistema economico e una nuova societ. I movimenti operai nascono in tutte le societ che contengono una classe operaia, tranne dove ci  impedito con la coercizione e il terrore. I movimenti operai hanno svolto un ruolo importante nella storia degli Stati Uniti; lo svolgono tuttora nel Partito democratico. Allo stesso tempo la domanda: "Perch negli Stati Uniti non c' il socialismo?"? era gi stata posta - guarda caso dall'allora marxista Werner Sombart nel 1906 -2 dando per scontata l'assenza o l'irrilevanza del socialismo sia come ideologia sia come movimento politico in quel Paese. In Gran Bretagna, il movimento tradeunionista Lib-Lab cerc sostegno politico presso il Partito liberale, con il quale non avrebbe reciso del tutto i propri legami fino a dopo la Grande guerra. I socialisti e i comunisti, a lungo delusi in Argentina, non riuscivano a capacitarsi di come, in quel Paese, negli anni Quaranta, potesse svilupparsi un movimento operaio politicamente indipendente e radicale la cui ideologia (il peronismo) consisteva principalmente nella lealt a un generale demagogo.
Per di pi, ci sono stati movimenti operai attivamente e autenticamente antisocialisti, come nel caso di Solidarnosc in Polonia, e altri connessi a specifici nazionalismi o religioni, con o senza legami nei confronti di altre ideologie, come dimostra il tentativo da parte del governo britannico negli anni Settanta di includere i cattolici nel governo dell'Irlanda del Nord, sabotato da uno sciopero generale della classe operaia protestante. Per contro, la storia annovera movimenti socialisti e comunisti che non avevano, n cercavano, una base di classe, movimenti cristiani sia ortodossi sia eretici e i vari "socialisti utopistici" comunitari del XIX secolo, paradossalmente all'epoca pi popolari negli Stati Uniti che da qualunque altra parte.
 naturalmente innegabile che dai tempi del Manifesto agli anni Settanta, i movimenti operai senza un rapporto con il socialismo costituissero un'eccezione. Anzi, in pratica  del tutto impossibile trovare movimenti operai di qualunque tipo nei quali socialisti o persone formatesi nei movimenti socialisti, non abbiano svolto una parte importante. Questa simbiosi di movimento operaio e socialismo naturalmente non era fortuita. Entrambe le parti ne ricavavano dei vantaggi, tranne i sistemi del "socialismo reale", che avevano abolito i movimenti operai in nome di partiti che pretendevano di rappresentare la classe operaia e in nome del socialismo.
Ciononostante, i movimenti operai e il socialismo non sempre coincidevano; anzi, i teorici marxisti, da Kautsky a Lenin, ritenevano che i movimenti operai non generassero spontaneamente il socialismo, ma che questo vi andasse introdotto dall'esterno, il che forse era un'esagerazione.  lecito affermare che dopo l'epoca delle rivoluzioni americana, francese e industriale, la possibilit di porre termine all'ordine esistente per sostituirlo con una societ del tutto differente e migliore fosse entrata a far parte della scena intellettuale generale, almeno in Occidente. Nella lotta, essenzialmente collettiva, dei lavoratori per ottenere condizioni pi vantaggiose, il potenziale di una societ migliore - vale a dire socialmente pi equa, e anzi fondata sulla comunit e la cooperazione invece che sulla competizione - era quindi implicito; ed era probabile che una tale prospettiva fosse approvata e incoraggiata dai movimenti dei bisognosi. Ci che occorreva importare nel movimento operaio dall'esterno era altro: il nome e il contenuto specifico della nuova societ, una strategia per la transizione dal capitalismo al socialismo e, soprattutto, il concetto di un partito di classe politicamente indipendente, attivo su scala nazionale. Dall'esperienza della vita operaia potevano scaturire organizzazioni come i sindacati operai, o societ cooperative e assistenziali; ma non i partiti politici.
Il contributo fondamentale di Marx ed Engels dal Manifesto in poi fu l'assunto che l'organizzazione di classe dei lavoratori dovesse trovare logicamente la sua espressione in un partito politico attivo su tutto il territorio dello Stato, o anche oltre. (Ci era effettivamente possibile soltanto in Stati costituzionali, liberali o borghesi-democratici.) Questa era un'affermazione di enorme importanza storica, non solo per il movimento operaio, che non poteva spingersi troppo in l nei suoi obiettivi senza mobilitare il sostegno dello Stato contro i datori di lavoro, ma per la struttura della politica moderna in generale. Si dimostr inoltre realistica, perch svariati di questi partiti, alcuni dei quali recavano ancora le proprie connotazioni di classe originarie - il Labour Party, El Partido Socialista Obrero Espaol, Sveriges Socialdemokratiska Arbetareparti, Det Norske Arbeiderparti -, comparvero dopo la morte di Marx, furono destinati a divenire e a restare partiti di governo o di opposizione in gran parte dell'Europa non comunista. Ci rappresenta un primato di continuit e importanza senza pari nel nostro continente, e smentisce, per inciso, la convinzione che i movimenti operai dovevano diventare o rimanere rivoluzionari perch altrimenti sotto il capitalismo non avrebbero ottenuto nulla. Quanto all'assunto che per necessit storica il proletariato era - o sarebbe diventato - una "classe veramente rivoluzionaria",  ormai evidente che era privo di fondamento. Inoltre, la storia ci ha anche insegnato che le rivoluzioni consistono in una serie di eventi troppo complicati per essere semplicemente visti come trasposizioni della struttura di classe. I teorici e gli storici del movimento operaio che, come i marxisti, hanno cercato di spiegare come mai la maggior parte dei partiti operai si rifiutarono testardamente di svolgere il ruolo rivoluzionario loro assegnato, avrebbero potuto risparmiarsi molto tempo, fatica e acume.
Insomma, i Paesi (costituzionali) del capitalismo sviluppato, nei quali per altri motivi non c'erano rivoluzioni in programma, avevano dei rivoluzionari all'interno o al di fuori dei movimenti operai, ma per la maggior parte i lavoratori organizzati, anche quelli con una coscienza di classe, di solito non erano rivoluzionari, quand'anche i loro partiti si ponevano come obiettivo il socialismo. La situazione era naturalmente diversa in Paesi come quelli degli imperi russo e ottomano, nei quali si sarebbe potuto giungere a un qualsiasi progresso politico solo attraverso una rivoluzione.
Perci, all'inizio del XX secolo, negli Stati che costituivano il nucleo del capitalismo sviluppato nulla sembrava ostacolare una simbiosi tra il movimento operaio e un fiorente sistema economico. All'orizzonte non si scorgeva n il crollo del capitalismo, n quello delle costituzioni liberali e democratiche tipiche di quest'area; il modello di sviluppo capitalistico non sembrava pi a rischio di quanto non lo fosse la struttura imperialistica del globo, perch nel mondo "arretrato", la superiorit economica, culturale e, non da meno, militare del mondo "avanzato" era palese. Anzi, nei Paesi "arretrati", dove la rivoluzione era una vera prospettiva e non un mero strumento retorico, appariva chiaro ai marxisti che lo sviluppo borghese capitalistico era l'unica via per il progresso. Ragion per cui in Russia i cosiddetti "marxisti legali" avevano trasformato il marxismo in un'ideologia di industrializzazione capitalistica, ma, fino al 1917, persino i bolscevichi si erano convinti che lo scopo immediato della rivoluzione imminente fosse una societ liberal-borghese, poich solo questo poteva creare le condizioni storiche per ulteriori passi in avanti verso la rivoluzione proletaria e dunque il socialismo.
La Prima guerra mondiale sembr vanificare tutte queste attese. L'"Et della catastrofe", dal 1914 alla fine del 1940, trascorse nel segno della guerra, del crollo sociale e politico e della rivoluzione, soprattutto quella russa di ottobre. Per il vecchio mondo tutto andava storto: le guerre finivano in rivoluzioni e in agitazioni coloniali; gli Stati costituzionali liberal-borghesi e democratici sotto lo stato di diritto lasciavano il posto a regimi politici a malapena concepibili prima del 1914, come la Germania di Hitler e l'Urss di Stalin; persino le economie di mercato del liberalismo economico parvero crollare nella crisi dei primi anni Trenta. In una forma che non avesse abolito sia la democrazia sia il movimento operaio, si sarebbe forse salvato il capitalismo? Solo la gravit dei rovesci del capitalismo globale pu spiegare come mai, anche al di fuori dell'Unione Sovietica, l'economia industriale primitiva dell'Urss di Stalin potesse essere seriamente considerata un sistema pi dinamico di quello occidentale e una possibile alternativa globale al capitalismo. Ancora nei primi anni Sessanta, c'erano uomini politici borghesi, come il primo ministro britannico Harold Macmillan, che condividevano la fiducia di Krusciov nella capacit delle economie socialiste di superare quelle occidentali quanto a produzione. Anche i pi scettici circa le conquiste economiche dell'Urss non potevano negarne la forza militare e il peso politico globali. La Prima guerra mondiale aveva distrutto lo zarismo, la Seconda trasformato la Russia in una superpotenza; per vaste porzioni delle colonie ora liberate e altre parti del "Terzo mondo", l'Urss, e attraverso di essa il socialismo, divennero davvero un modello economico per il superamento dell'arretratezza.
I programmi politici dei socialisti e dei movimenti operai nell'Et della catastrofe si spostarono dunque dall'idea di convivere con il capitalismo a quella di porvi fine. La rivoluzione e la conseguente costruzione della nuova societ parevano qui e ora una prospettiva migliore rispetto alla lenta marcia attraverso le riforme in direzione di un socialismo distante e non perseguito in modo serio. Sidney e Beatrice Webb, che avevano ispirato i fabiani in Gran Bretagna ed erano gli apostoli del riformismo graduale, a sua volta ispiratore del revisionismo di Bernstein di fine Ottocento, negli anni Trenta abiurarono il riformismo per riporre le proprie speranze nel socialismo sovietico.
Ciononostante, per quanto le cose avessero preso tutt'altra piega dopo il 1917, il capitalismo nelle sue principali roccaforti non era minacciato n dal crollo finale, n dalla rivoluzione sociale, essendo quest'ultima confinata ai Paesi alla periferia del sistema. La rivoluzione dei soviet di Pietrogrado non s'insedi a Berlino, e oggi appare chiaro quanto poco fosse realistico aspettarsi che lo facesse; le fondamenta della simbiosi riformista rimasero dunque solide. Essa divenne anzi pi appetibile, per uomini politici e imprenditori, come garanzia contro la rivoluzione sociale e lo spettro di un movimento comunista globale, pi che mai ora che vi era una netta distinzione tra partiti socialdemocratici riformisti e comunisti rivoluzionari, rivali gli uni degli altri. Tra le due guerre, spesso, a mancare era solo la prosperit che forniva i mezzi per le necessarie concessioni ai movimenti operai. In tutti i casi, anche nei peggiori momenti di crisi, la maggioranza in seno ai movimenti operai in questi Paesi si rifiut di passare dai partiti riformisti a quelli rivoluzionari. Negli anni Venti e Trenta, i partiti comunisti godettero di un sostegno di massa solo in tre degli Stati in cui erano legali, e anche l rimanendo pi deboli della socialdemocrazia: in Germania, in Francia e in Cecoslovacchia. Se il Partito comunista fosse stato legale in Finlandia, sarebbero stati quattro. Altrove, i partiti comunisti tra le due guerre raggiunsero al massimo il 6 per cento dei voti (in Belgio, Norvegia e Svezia), e comunque solo per un breve periodo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la simbiosi fu ricercata pi sistematicamente come parte della politica di riforme strutturali del capitalismo occidentale, mediante una politica mirata di piena occupazione, di quello che divenne il welfare state e sulla base degli enormi progressi delle economie capitalistiche nei decenni successivi al 1945 (il periodo 1947-73). Questo consapevole tentativo di integrare il movimento operaio si sarebbe verificato ugualmente senza le esperienze traumatiche della Grande depressione tra le due guerre e l'ascesa della Germania di Hitler? Quanto di esso era dovuto al timore del comunismo, le cui forze erano straordinariamente aumentate durante gli anni della resistenza antifascista? Ora avevano dietro una superpotenza. Bernstein ("l'obiettivo  niente, il movimento  tutto") avrebbe vinto senza Stalin e Hitler?  improbabile.
Dunque nei Paesi che costituivano il nucleo del capitalismo occidentale, e durante la sua nuova Et dell'oro, fu il modello revisionista del movimento operaio a prevalere. La sua vittoria fu simboleggiata dall'abbandono formale del marxismo nel programma di Godesberg del 1959 del Partito socialdemocratico. Nulla pareva perduto nello sbarazzarsene, fuorch i ricordi sentimentali, se con il profilarsi della fine dell'Et dell'oro (1947-73) gli obiettivi del riformismo erano stati in pratica tutti raggiunti e gli operai stavano incomparabilmente meglio di quanto avrebbero potuto immaginare anche i pi ottimisti esponenti del riformismo. I partiti revisionisti rimasero tuttavia radicati nella classe operaia, malgrado la rinuncia allo "scopo finale" del socialismo, pur restando al loro interno sotto il tiro dei cecchini della sinistra tradizionale. La classe operaia manuale, che costituiva la loro base elettorale principale, continuava a votarli; solo pi tardi cominci ad abbandonare i suoi partiti di classe.
Di fatto, sino alla fine degli anni Settanta, la spettacolare espansione della produzione richiedeva ancora una vasta massa di lavoratori industriali, che quindi rimase, o divenne, parte preponderante dell'elettorato. Negli anni Settanta probabilmente c'erano nell'Europa capitalistica pi proletari, in termini assoluti e relativi, di quanti ce ne fossero stati alla fine del XIX secolo, quando la nuova coscienza di classe dei lavoratori aveva improvvisamente prodotto alcuni partiti proletari di massa. Ciononostante, ora  anche chiaro che questi partiti operai, pur aggregando riformisti e rivoluzionari, non ottennero mai pi di met dei voti elettorali; e anche in quel caso, non prima della Seconda guerra mondiale.
A parte il periodo compreso tra i due conflitti mondiali, lo sviluppo dei movimenti operai nei Paesi centrali del capitalismo fino all'era della crisi dopo gli anni Settanta pu essere riassunto come segue.
Anche prima della Grande guerra, le politiche delle classi dominanti, di fronte alla crescente democratizzazione politica (accelerata dalla pressione dei nuovi partiti operai), avevano cominciato a muoversi verso la riforma sociale. Tra le due guerre, negli Stati non fascisti, questo processo fu incrementato, ma fu solo con la Seconda guerra mondiale che esso divenne sistematico, dietro slogan quali "piena occupazione" e "welfare state". Anche prima del 1914, la democratizzazione e la crescita economica avevano incoraggiato un aperto riconoscimento del valore dei movimenti operai moderati, bench la Germania imperiale rimanesse un'importante eccezione. Di conseguenza, i movimenti e i partiti operai divennero in pratica un tutt'uno con i rispettivi Stati-nazione. Ci divenne fin troppo chiaro allo scoppio della guerra nel 1914.
La fine di quel conflitto segn una crescita spettacolare, per dimensioni e potere, della classe operaia organizzata. Pur non potendo essere mantenuta tra le due guerre, essa ricominci sia durante sia dopo la Seconda guerra mondiale. A parte in Paesi tradizionalmente deboli o instabili dal punto di vista industriale, come la Francia e la Spagna, il movimento operaio organizzato raggiunse probabilmente il massimo del vigore negli anni Settanta. I partiti operai divennero cos delle forze per il mantenimento dello Stato e del sistema. I loro rappresentanti entrarono al governo durante e dopo la Prima guerra mondiale, e ben presto formarono loro stessi dei governi, sebbene senza l'appoggio di partiti non socialisti ci sarebbe stato possibile solo dopo il 1945. Anche questa parabola giunse al suo culmine negli anni Settanta, quando, in momenti diversi, i partiti socialdemocratici si trovavano al governo in Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Portogallo, Spagna post-franchista, Svezia, Regno Unito e Germania federale, ai quali si sarebbero poi aggiunte Francia e Grecia nel 1981. Dopodich arriv la crisi.
Che ruolo svolsero i rivoluzionari nei movimenti operai dei Paesi "nucleo" del capitalismo occidentale? Qualunque fosse la loro teoria, nella pratica non potevano essere rivoluzionari, dal momento che n la caduta del capitalismo, n la transizione al socialismo parevano imminenti. Erano peraltro necessari, poich anche i movimenti operai non socialisti dipendevano dalla combinazione di lotta di classe sul posto di lavoro e pressione politica sui governi nazionali, per non parlare delle idee che esprimevano le loro aspirazioni. Laddove i sindacati operai erano forti, i rivoluzionari potevano svolgere un ruolo importante, sicch delle piccole minoranze di comunisti risultarono enormemente efficaci in Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dove i loro partiti avevano un peso politico trascurabile. L'apice dell'influenza del Partito comunista nel movimento tradeunionista britannico fu raggiunto negli anni Settanta, quando questo partito aveva gi un piede nella fossa.
Nelle dittature superstiti dall'Et della catastrofe, ossia la Spagna e il Portogallo, i comunisti illegali costituivano ancora la principale forza di resistenza, ed ebbero una parte importante nel passaggio alla democrazia degli anni Settanta, pur essendo ben presto emarginati. In Italia il pi grande partito comunista d'Europa, sistematicamente escluso dal governo per via delle pressioni americane, prese le distanze dall'Urss e si accost a un modello socialdemocratico. In Francia, per un breve periodo negli anni Settanta, il Partito comunista segu una linea riformista come parte di qualcosa di simile a un nuovo Fronte popolare promosso da Mitterrand, che aveva ricostruito il Partito socialista. Entr brevemente nel governo presieduto dal presidente socialista negli anni 1981-84 - la prima volta dal 1947 che ci veniva consentito a un Partito comunista -, ma ben presto ritorn a una tradizionale linea dura. Surclassato sin dal 1974 dai ricostituiti socialisti, da un punto di vista sia elettorale sia strategico, il suo sostegno di massa croll negli anni Ottanta.
La situazione era ben diversa al di fuori dei Paesi che rappresentavano il nucleo del capitalismo, compresi quegli Stati dalle vittoriose rivoluzioni leniniste del 1917 e del 1945-49 ora al potere. I bolscevichi russi se ne erano impadroniti in nome del proletariato e i loro piani quinquennali avevano crea-to un'enorme classe operaia, ma anche abolito il movimento operaio cos come lo intendiamo. Sino alla fine, l'Unione Sovietica viet qualunque organizzazione dei lavoratori che non fosse sotto il controllo del partito e dello Stato, un modello seguito dai successivi Stati comunisti post-1945 fintanto che ebbero il potere di farlo.  possibile scrivere la storia della classe operaia nel mondo comunista, e anche una storia dei conflitti operai, ma non quella dei movimenti operai, con l'importante eccezione di Solidarnosc in Polonia negli anni Ottanta.
Altrove nel mondo i movimenti operai, socialisti o altro che fossero (tranne forse qualcuno in Australasia e qualche altra modesta eccezione) ebbero origine solo con la Rivoluzione russa. La Seconda Internazionale in queste aree era pressoch inesistente, e la base per le politiche socialdemocratiche, per tacere di quelle bernsteiniane, mancava del tutto. D'altro canto, in alcuni Paesi (soprattutto americani) assistiamo a un fenomeno che, per ragioni storiche, esisteva appena nel vecchio mondo, vale a dire la prontezza di capi di Stato demagoghi nel favorire i movimenti operai in quanto parte della loro lotta contro le vecchie lite di proprietari fondiari. Ci accadeva in Argentina e Brasile. In Messico, questo stesso ruolo fu svolto dal Pri, il Partito istituzionalizzato statale nato dopo la Rivoluzione messicana. In effetti, fino agli inizi della vera industrializzazione, durante e dopo gli anni Settanta, in queste regioni era difficile trovare una classe operaia che potesse essere organizzata, salvo che nei settori estrattivo, energetico, dei trasporti, navale e tessile. Tuttavia, da allora ci sono stati due sviluppi paragonabili a quanto avvenuto in Europa un secolo prima: la crescita di un movimento sindacale di massa in Corea e del Partito del lavoro (Pt) in Brasile, entrambi negli anni Ottanta. L'influsso del leninismo (sia ortodosso sia dissidente) in questi movimenti era di certo importante, ma risult decisivo soltanto in pochi Paesi. In ogni caso, qualunque fosse l'ideologia o la non ideologia alla base di tali movimenti, si verificarono tutti in Paesi dove il golpe militare, la rivoluzione, la guerriglia urbana e le armi erano pi familiari della pacifica politica democratica. In Cina e in Vietnam, come nell'Urss, l'industrializzazione di massa non riusc a portare a organizzazioni operaie indipendenti.
Poi, dopo gli anni Settanta, tutto cambi: Lenin e Bernstein persero entrambi le proprie speranze.  universalmente noto il crollo del sistema sovietico, e l'estinzione dei partiti comunisti non di Stato; meno noto  il fatto che la socialdemocrazia bernsteiniana fu anch'essa spazzata via. L'edificio del riformismo poggiava su un triplice fondamento. Il primo era costituito dalle dimensioni e dalla crescita della classe operaia, dalla coscienza che accomunava in un'unica classe una massa eterogenea composta da chi lavorava e da chi era pi o meno povero, e dalla disponibilit dei governi borghesi democratici, anche prima del 1914, a fare concessioni a tali importanti blocchi elettorali, a patto che non si comportassero in modo troppo estremista. Ma a partire dagli anni Settanta le classi operaie manuali dei Paesi appartenenti al nucleo del capitalismo (il "Primo mondo") si sono ridotte, sia in senso relativo sia assoluto. Hanno oltretutto perduto una buona parte della loro unificata e unificante coscienza di classe a tal punto che certi gruppi al loro interno, incondizionatamente legati una volta al movimento, sono passati ai partiti del liberalismo economico, come accaduto sia durante il governo Thatcher in Gran Bretagna, sia negli Stati Uniti sotto la presidenza Reagan. Negli anni Ottanta assistiamo inoltre alla crescita di partiti della destra nazionalista radicale in grado di attrarre gli elettori delle classi lavoratrici, in particolare in Francia (guidati da Le Pen) e in Austria (da Haider). Inoltre, l'enorme incremento della ricchezza delle opulente societ dei consumi, di cui avevano beneficiato anche le classi lavoratrici, ha indebolito la convinzione assiomatica che un autentico miglioramento per il singolo lavoratore potesse essere ottenuto soltanto grazie alla solidariet e all'azione collettiva.
Quale fu la parte giocata dal declino delle ideologie di sinistra, socialismo compreso, radicate nell'Illuminismo settecentesco possiamo soltanto ipotizzarlo. In Europa fu probabilmente insignificante, ma non altrettanto in parti dell'Asia e dell'Africa, e in special modo nelle regioni islamiche. La rivoluzione dell'Iran, nel 1979, fu la prima grande rivoluzione dai tempi di Cromwell a non essere ispirata da un'ideologia laica, ma ad attirare le masse con il linguaggio della religione, in questo caso l'idioma dell'Islam sciita. In seguito, un Islam politicizzato integralista (sunnita) cominci a fare la sua comparsa in varie regioni fra il Pakistan e il Marocco, e a prendere vigore. Allo stesso tempo si produceva, come abbiamo visto, un forte declino del marxismo e della sinistra socialdemocratica, e una generale depoliticizzazione, sia dei lavoratori sia degli studenti.
La Rivoluzione russa aveva dato al riformismo un secondo fondamento: la paura del comunismo e dell'Urss. L'avanzata di entrambi durante la Seconda guerra mondiale parve richiedere sia ai governi sia ai datori di lavoro, almeno in Europa, una contropolitica di piena occupazione e di sistematica sicurezza sociale. Ma l'Unione Sovietica non esiste pi; con la caduta del muro di Berlino il capitalismo si era dimenticato di cosa lo spaventasse, distogliendo cos la propria attenzione da chi probabilmente non era in possesso di pacchetti azionari. In ogni caso, anche i periodi di disoccupazione di massa negli anni Ottanta e Novanta sembravano aver perduto l'antico potere di radicalizzare le proprie vittime.
Tuttavia, dopo il 1945, non solo la politica, ma anche l'economia dimostr di aver bisogno di riformismo e soprattutto di piena occupazione, come gi Keynes e gli economisti svedesi della socialdemocrazia scandinava avevano previsto. Questo sarebbe stato il terzo fondamento del riformismo, che divenne la politica di quasi tutti i governi, non soltanto di quelli socialdemocratici (Stati Uniti inclusi). Ci port ai Paesi occidentali sia la stabilit politica sia un successo economico senza precedenti. Fu soltanto con la nuova era, dopo il 1973, quando l'economia e la politica di riforma del dopoguerra avevano cessato di dare simili risultati positivi che i governi vennero persuasi dalle ideologie individualistiche che ormai infestavano la facolt di economia di Chicago. Per loro, i movimenti e i partiti operai, e persino i sistemi pubblici di welfare, altro non erano che ostacoli al libero mercato, che garantiva la massima crescita dei profitti e dell'economia, e di conseguenza, ritenevano gli ideologi, anche del welfare in generale. Idealmente, si sarebbe dovuto abolirli, anche se ci si dimostr in pratica impossibile; la "piena occupazione" era ora sostituita dalla flessibilit del mercato del lavoro e dalla dottrina del "tasso naturale di disoccupazione".
Questo fu anche il periodo in cui gli Stati-nazione si ritirarono di fronte all'avanzata dell'economia globale transnazionale. Nonostante il loro internazionalismo teorico, i movimenti operai erano efficaci solo all'interno dei confini del proprio Paese, incatenati ai loro Stati-nazione, in particolare nelle economie miste e nei welfare states a conduzione pubblica della seconda met del XX secolo. Con il ritirarsi degli Stati-nazione, i movimenti operai e i partiti socialdemocratici hanno perduto la loro arma pi forte; finora non hanno mostrato una grande capacit di operare in modo transnazionale. Con l'entrata del capitalismo in un nuovo periodo di crisi, ci troviamo cos alla fine di una fase peculiare della storia dei movimenti operai. Nelle "economie emergenti" in via di rapida industrializzazione, una possibilit di declino del lavoro industriale non c'; nei Paesi ricchi del vecchio capitalismo i movimenti operai esistono ancora, sebbene traggano massicciamente la propria forza dai servizi pubblici che, nonostante le campagne neoliberali, non danno segni di contrazione. I movimenti occidentali sono sopravvissuti perch, come Marx aveva previsto, la grande maggioranza della popolazione economicamente attiva dipende dai propri stipendi e salari, e dunque riconosce la distinzione tra gli interessi di chi distribuisce il salario e di chi lo percepisce. Per cui, allorch sorgono conflitti fra le due parti, questi richiedono un'azione collettiva; la lotta di classe quindi continua, con o senza il sostegno delle ideologie politiche.
Inoltre, il divario tra i ricchi e i poveri e le divisioni tra gruppi sociali con interessi divergenti continuano a esistere, che ci piaccia o meno chiamare questi gruppi "classi". Per quanto le gerarchie sociali possano essere differenti da quelle di cento o duecento anni fa, la politica va dunque avanti, sebbene solo in parte come politica di classe.
Infine, i movimenti operai continuano perch lo Stato-nazione non  in via di estinzione. Lo Stato e le altre autorit pubbliche restano le uniche istituzioni capaci di distribuire il prodotto sociale tra gli individui che ne fanno parte, in termini umani, e di venire incontro a quei bisogni umani che il mercato non pu soddisfare. La politica  quindi rimasta, e rimane, una dimensione necessaria della lotta per il miglioramento sociale. Anzi, la grande crisi economica che  cominciata nel 2008 e che rappresenta una sorta di caduta del muro di Berlino per la destra, ha portato all'immediata comprensione del fatto che lo Stato era essenziale per un'economia in difficolt, cos come lo era stato per il trionfo del neoliberismo, quando i governi ne avevano gettato le fondamenta mediante una sistematica privatizzazione e deregulation.
Tuttavia, l'effetto che il periodo 1973-2008 ebbe sulla socialdemocrazia, fu di farle abbandonare Bernstein. In Gran Bretagna, i suoi leader ritennero di non avere altra scelta che affidarsi a benefici quali la crescita economica automaticamente generata del libero mercato globale, pi degli ammortizzatori sociali forniti dall'alto. Il New Labour si  identificato nella societ orientata al mercato e tale  rimasto fino al suo crollo nel 2008, quasi recidendo il proprio legame fisiologico con il movimento operaio.  un caso estremo, ma la situazione della socialdemocrazia riformista in altre roccaforti (compresa quella dell'ultimo partito comunista di massa rimasto, quello italiano) si  anch'essa gravemente deteriorata, con l'eccezione forse della Germania riunificata e della Spagna. I comunisti, scissi tra i moderati "eurocomunisti" e i tradizionalisti della linea dura, si sono a tal punto ridotti che in Occidente il comunismo  sparito come forza politica seria.
Tuttavia, con l'ingresso improvviso del mondo nella crisi capitalistica pi grave dall'Et della catastrofe, nel 2008, anche questa  un'epoca ormai giunta al termine. Al suo inizio, la situazione del movimento operaio era incongrua; i suoi partiti erano ancora al governo in un certo numero di Paesi europei, da soli o come parte di una "grande coalizione" (in Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Norvegia, Germania, Austria e Svizzera). L'improvviso crollo finanziario ha riabilitato lo Stato nel ruolo di attore economico, con i datori di lavoro e i lavoratori che si sono entrambi rivolti ai propri governi per salvare quel che rimaneva delle industrie nazionali. C'erano gi inoltre chiari segnali di militanza sul posto di lavoro e di malcontento diffuso, bench tra gli operai la vecchia tradizione di "scendere in piazza" (come dicono i francesi, descendre dans la rue) si fosse indebolita, pur essendo ancora viva e politicamente importante in alcuni Paesi europei e altrove, come in Argentina. Alcuni dei pi rilevanti movimenti sindacali esistevano ancora, e perlopi guidati da uomini e donne provenienti dalla tradizione socialista, socialdemocratica o comunista.
Sulla carta, in un momento del genere un revival dei movimenti operai legati a una sinistra ideologica  parso possibile. Ma in pratica le sue prospettive a breve termine erano meno incoraggianti, anche per chi non ricordava che il risultato politico immediato della Grande depressione degli anni 1929-33 era stato un drammatico allontanamento dai movimenti operai e dalla sinistra pi o meno ovunque in Europa. I socialisti, il tradizionale brain trust del movimento operaio, non sanno pi di altri come superare la crisi attuale. A differenza degli anni Trenta, non possono additare come esempio alcun regime comunista o socialdemocratico immune alla crisi, n hanno proposte realistiche per il cambiamento sociale. Nei vecchi Paesi capitalistici d'Occidente la deindustrializzazione aveva gi ristretto e avrebbe continuato a erodere la loro base principale, sia industriale sia elettorale: la classe operaia industriale. Nei nuovi Paesi emergenti in cui ci non accadeva, i movimenti operai potevano s espandersi, ma mancava una vera base per la loro alleanza con le ideologie tradizionali di liberazione sociale, vuoi perch queste erano collegate ad attuali o precedenti regimi comunisti, vuoi perch i movimenti associati ai "rossi" di epoche passate si erano nel frattempo atrofizzati (lasciamo da parte il caso atipico dell'America latina).
 vero, un certo pensiero radicale o di sinistra ha fatto la sua comparsa durante la frammentazione e il declino delle vecchie ideologie della sinistra, ma assai pi basandosi sulla classe media. Le sue preoccupazioni, per esempio l'ambiente, o un'enfatica avversione per le guerre del periodo, non erano direttamente attinenti all'attivit dei movimenti operai: avrebbero persino potuto indirizzarsi contro i loro membri. Laddove i movimenti operai prefiguravano la trasformazione sociale, essi rappresentavano proteste anzich aspirazioni. Era facile vedere contro che cosa si schieravano - erano "anticapitalisti", sebbene privi di un'idea chiara del capitalismo -, ma era quasi impossibile individuare che cosa intendessero proporre al suo posto. Questo pu spiegare un risveglio di qualcosa di somigliante all'anarchismo bakuninista, il ramo di teorie socialiste ottocentesche con meno idee su che cosa sarebbe successo una volta rovesciata la vecchia societ, e quindi pi facilmente adattabile a una situazione di acuto scontento sociale privo di prospettive. Se da una parte ci  stato un efficace generatore di pubblicit attraverso il valore mediatico dei disordini, degli scontri con la polizia, e forse di qualche atto terroristico, dall'altra, oggi, sul futuro dei movimenti operai non ha pressoch alcun peso. Abbiamo l'equivalente della "propaganda del fatto" del XIX secolo, ma manca un qualsiasi equivalente dell'anarcosindacalismo.
Non  chiaro in che misura il vuoto lasciato dallo spegnersi delle vecchie ideologie della sinistra socialista possa essere colmato da comunit fondate su identit collettive etniche, religiose, di genere, di stili di vita, ecc. Il nazionalismo politicamente etnico ha la chance migliore, poich si conf alle richieste politiche di base, della classe lavoratrice, xenofobe e protezioniste, pi che mai consone a un'epoca che combina globalizzazione e disoccupazione di massa: la "nostra" industria per la nazione, non agli stranieri; priorit di impiego per chi  nato qui; no allo sfruttamento da parte dei ricchi stranieri e degli stranieri poveri immigrati, ecc. In teoria, le religioni universali come il Cattolicesimo romano e l'Islam impongono alla xenofobia i propri limiti, ma sia l'etnicit sia la religione attraggono in quanto potenziali barriere contro una folle globalizzazione che distrugge vecchi modi di vita e rapporti umani senza fornire alcuna alternativa. Il rischio di una rapida deriva della politica verso una destra demagogica, radicale, confessionale o nazionalista  probabilmente maggiore nei Paesi europei ex comunisti e in Asia meridionale e occidentale, minore in America latina. Negli Stati Uniti, la crisi economica potrebbe condurre a un relativo spostamento a sinistra, simile a quanto accadde con F.D. Roosevelt durante la Grande depressione, ma  improbabile che ci avvenga altrove. Eppure, qualcosa  cambiato in meglio. Abbiamo riscoperto che il capitalismo non  la risposta, ma la domanda. Per mezzo secolo i suoi successi sono stati dati per scontati al punto che il suo stesso nome ha mutato le proprie connotazioni tradizionalmente negative per assumerne altre, positive. Uomini d'affari e politici potevano gloriarsi non solo della libert della "libera impresa", ma anche di essere apertamente capitalisti.3 Il sistema, dimentico sia delle paure che lo portarono a riformarsi dopo la Seconda guerra mondiale, sia dei benefici economici di questa riforma nella susseguente "Et dell'oro" delle economie occidentali, dagli anni Settanta era tornato all'estrema - la si potrebbe anche definire patologica - versione del laissez-faire (il governo  il problema e non la soluzione) implosa infine negli anni 2007-08. Per circa vent'anni dopo la fine dell'Unione Sovietica, i suoi ideologi sono stati convinti di aver raggiunto la "fine della storia", "una vittoria incontrastata del liberalismo politico ed economico", nelle parole di F. Fukuyama,4 la crescita in un definitivo e permanente, autostabilizzante ordine mondiale sociale e politico del capitalismo, indiscusso e indiscutibile sia in teoria sia in pratica.
Niente di tutto questo  ancora sostenibile. I tentativi del XX secolo di trattare la storia mondiale come un gioco a somma zero tra pubblico e privato, individualismo puro e puro collettivismo, non sono sopravvissuti al palese fallimento dell'economia sovietica e dell'economia dell'"integralismo del mercato" tra il 1980 e il 2008. N pare possibile un ritorno dell'uno come dell'altro. Dagli anni Ottanta  stato evidente che i socialisti, i marxisti o altro, erano rimasti orfani della loro alternativa al capitalismo, a meno che - o fin quando - non avessero ripensato a che cosa intendevano per "socialismo", e avessero abbandonato l'assunto che la classe operaia (manuale) sarebbe stata necessariamente il principale fattore di trasformazione sociale. Ma i fedeli della reductio ad absurdum della societ del mercato degli anni 1973-2008 sono anch'essi senza speranza. Un articolato sistema alternativo potr anche non essere all'orizzonte, ma la possibilit di una disintegrazione, o anche di un crollo, del sistema esistente non si pu pi escludere. In tal caso, nessuna delle due parti sa che cosa succederebbe, o potrebbe succedere.
Paradossalmente, entrambe hanno interesse a fare ritorno a un grande pensatore la cui essenza  la critica sia del capitalismo sia degli economisti che non hanno saputo prevedere dove avrebbe condotto la globalizzazione capitalistica, come lui aveva predetto nel 1848. Ancora una volta  palese che il funzionamento del sistema economico debba essere analizzato sia storicamente, come una fase e non la fine della storia, sia realisticamente, vale a dire non in termini di un equilibrio di mercato ideale, ma di un meccanismo interno che genera crisi periodiche potenzialmente in grado di mutare il sistema. Quella attuale potrebbe essere una di queste. Ancora una volta  chiaro che, anche in mezzo a grandi crisi, il "mercato" non ha risposte al problema principale che il XXI secolo ha di fronte: una crescita economica illimitata e sempre pi hi-tech alla ricerca di profitti insostenibili produce una ricchezza globale, certo, ma a scapito di un fattore della produzione, il lavoro umano, che diventa sempre pi superfluo e, aggiungeremmo, delle risorse naturali del pianeta. I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo.  ora di prendere di nuovo Marx sul serio.
* Cfr. il cap. 10, nota 4. [N.d.T.]
* "The Labour Movement: a Failed Project of Modernity?", International Meeting of Labour Historians, Linz, Austria 1999. [N.d.T.]
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FINE.
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Note al testo suddivise per capitolo.
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Capitolo 2.
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Si veda K. Marx-F. Engels, Collected Works, Lawrence and Wishart, London 1975-2004, vol. 4, p. 719, nota 242; (trad. it. Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1970, vol. 4, nota 200, p. 708, (cfr. anche p. 659).F. Engels, Beschreibung der in der neueren Zeit entstandenen und noch be stehenden kommunistischen Ansiedlungen, in K. Marx-F. Engels, Werke, Dietz Verlag, Berlin/DDR 1956-1968, vol. 2, pp. 521, 522; (trad. it. Descrizione delle colonie comunistiche sorte negli ultimi tempi e ancora esistenti, in Opere, cit., vol. 4, pp. 532-38).K. Marx-F. Engels, Die deutsche Ideologie, in Werke, cit., vol. 3, pp. 508 sgg.; (trad. it. L'ideologia tedesca, in Opere, cit., vol. 5, pp. 131 sgg).Bench per Marx la forma originale di propriet sia "tribale", non ci sono segni nei primi scritti che questo rappresenti una fase di "comunismo primitivo". La celebre nota su di esso nel Manifesto del Partito comunista fu inserita negli anni Ottanta dell'Ottocento. (Opere, cit., vol. 6, p. 486).L'Anti-Dhring (primo abbozzo) comincia con la seguente frase: "Il socialismo moderno, bench nei fatti sia sorto dalla visione degli antagonismi di classe, gi esistenti nella societ, tra possidenti e non possidenti, lavoratori e sfruttatori, nella sua forma teorica appare tuttavia dapprima come una continuazione pi conseguente, pi avanzata, dei princip sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII secolo; tra questi infatti si trovano anche i suoi primi rappresentanti, Morelly e Mably". (F. Engels, Herrn Eugen Dhring's Umwlzung der Wissenschaft, in Werke, cit., vol. 20, p. 16 nota al piede; (trad. it. Anti-Dhring, in Opere, cit., vol. 25, p. 15, nota 1).F. Engels, Herrn Eugen Dhring's Umwlzung, in Werke, cit., vol. 20, p. 17; (trad. it. Anti-Dhring, op. cit., p. 16).Cfr. V. Advielle, Histoire de Gracchus Babeuf, Paris 1884, vol. 2, p. 34.K. Marx-F. Engels, The Holy Family, in Collected Works, cit., vol. 4, p. 131; Condition of the Working Class, ibid, p. 528; (trad. it. La sacra famiglia, in Opere, op. cit., vol. 4, p. 146; F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Edizioni Rinascita, Roma 1955, p. 256).Works, cit., vol. 4, p. 666; Engels a Marx, 17 marzo 1845, in Werke, cit., vol. 27, p. 25; (trad. it. Opere, cit., vol. 4, p. 659; Engels a Marx, 17 marzo 1845, in Opere, cit., vol. 38, p. 25). Tuttavia, molto presto l'atteggiamento di Marx nei confronti di questo pensatore divenne palesemente meno favorevole, sebbene il giudizio su di lui nell'Ideologia tedesca sia ancora positivo.J.P. Brissot de Warville, Recherches philosophiques sur le droit de proprit et le vol, 1780; cfr. J. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino 1959, pp. 169-70.Cfr. V. Advielle, Histoire de Gracchus Babeuf, cit., vol. 2, pp. 45, 47.Cfr. F. Engels, Anti-Dhring, edizione inglese, p. 116; (trad. it. Anti-Dhring, cit., pp. 98 sgg).Opere, cit., vol. 25, p. 17.Per l'opinione di Engels cfr. Fortschritte der Sozialreform auf dem Kontinent, in Werke, cit., vol. 1, pp. 484-85, scritto per il giornale owenista "New Moral World", 1843; (trad. it. Progressi della riforma sociale sul continente, in Opere, cit., vol. 3, p. 435); per quella di Marx (1843), cfr. Werke, cit., vol. 1, p. 344; (trad. it. in Opere, cit., vol. 3, p. 155).Cfr. la prefazione di Engels al Manifesto, 1888 in Werke, cit., vol. 21, p. 354 sgg; (trad. it. in Opere, cit., vol. 6, pp. 666 sgg).Il "Premier banquet communiste" si tenne nel 1840; il Comment je suis communiste e il Mon crdo communiste di Cabet risalgono al 1841. Nel 1842 Lorenz von Stein, in Der Sozialismus und Communismus des heutigen Frankreichs, assai letto in Germania, tentava gi per la prima volta di distinguere nettamente i due fenomeni.Si veda Die deutsche Ideologie, cit., vol. 3, p. 488; (trad. it. L'ideologia tedesca, cit., p. 482), per un orgoglioso sfoggio, da parte di Engels, presumibilmente, della sua conoscenza dei "comunisti inglesi" contrapposta all'ignoranza dei "veri socialisti" tedeschi. La lista: "Thomas More, i Levellers, Owen, Thompson, Watts, Holyoake, Harney, Morgan, Southwell, J.G. Barmby, Greaves, Edmonds, Hobson, Spence",  interessante non soltanto per i nomi che contiene, ma anche per quelli che omette. Non fa alcun riferimento a svariati degli "economisti del lavoro" noti al Marx maturo, in particolar modo a J.F. Bray e Thomas Hodgskin. Per contro, comprende figure oggi dimenticate, e conosciute da quelli che, come Engels, frequentavano la sinistra radicale degli anni Quaranta, come John Goodwyn Barmby (1820-81), che pretendeva di aver introdotto per primo la parola "comunismo"; James Pierrepont Greaves (1777-1842), il "socialista sacro"; Charles Southwell (1814-60), un "missionario sociale" owenista come John Watts (1818-87); G.J. Holyoake (1817-1906), una figura pi o meno oscura; e Joshua Hobson (1810-76), owenista militante ed editore del "New Moral World" e del "Northern Star". Robert Owen, William Thompson, John Minter Morgan, T.R. Edmonds e Thomas Spence si trovano ancora in ogni storia del pensiero socialista inglese.F. Venturi, Le mot "socialista", II Congrs international d'histoire conomique, Aix 1962; Den Haag 1965, vol. II, pp. 825-27.G. Lichtheim, The Origins of Socialism, New York 1969, p. 219; (trad. it. Le origini del Socialismo, Il Mulino, Bologna 2000).Il primo articolo sull'argomento, del saintsimoniano Pierre Leroux, accomunava i due termini: "De l'individualisme et du socialisme" (1835).F. Engels, Herrn Eugen Dhring's Umwlzung, in Werke, cit., vol. 20, p. 246; (trad. it. Anti-Dhring, cit., p. 253).Ivi, pp. 272-73; (trad. it. ivi, p. 282).Per il debito di Marx ed Engels in generale nei confronti degli utopisti, si veda il Manifesto (Manifest der Kommunistischen Partei, in Werke, cit., vol. 4, p. 491; trad. it. Manifesto del partito comunista, cit., p. 515) dove sono elencate le loro "affermazioni positive sulla societ futura".F. Engels, Fortschritte der Sozialreform, cit., p. 482; (trad. it. Progressi della riforma sociale, cit., pp. 433 sgg.); Cabet viene puntigliosamente difeso contro le interpretazioni errate di Grn nell'Ideologia tedesca.Cfr. il progetto di "Biblioteca", cit., in cui gi compaiono insieme.Werke, cit., vol. 20, p. 245; (trad. it. in Opere, cit., vol. 25, p. 252).Ibid.; (trad. it. ivi, p. 253).Die Lage der arbeitenden Klasse in England, in Werke, cit., vol. 2, pp. 451-52; (trad. it. in Opere, cit., pp. 458-59).K. Marx, Peuchet on Suicide (1846) in Collected Works, cit., vol. 4, p. 597; (trad. it. Peuchet: del suicidio (1846), in Opere, cit., vol. 4, p. 547.F. Engels, Herrn Eugen Dhring's Umwlzung, in Werke, cit., vol. 20, p. 242; (trad. it. Anti-Dhring, cit., p. 249).H. de Saint-Simon, L'organisation Sociale, 1825.F. Engels a F. Toennies, 24 gennaio 1895, in Werke, cit., vol. 39, pp. 394-95; (trad. it. in Opere, cit., vol. 50, p. 426); Engels, Herrn Eugen Dhring's Umwlzung, cit., in Werke, cit., vol. 20, p. 23; (trad. it. Anti-Dhring, cit., p. 23).Il giovane Engels notava che in effetti Fourier non scrisse granch dei lavoratori e delle loro condizioni se non molto tardi (Ein Fragment Fouriers ber den Handel, in Werke, cit., vol. 2, p. 608; (trad. it. Un frammento di Fourier sul commercio, in Opere, cit., vol. 4, p. 632).F. Engels, Fortschritte der Sozialreform, cit., p. 483; (trad. it. Progressi della riforma sociale, cit., p. 431).K. Marx-F. Engels, Die deutsche Ideologie, cit., p. 33; (trad. it. L'ideologia tedesca, cit., p. 33).K. Marx, Grundrisse der Kritik der politischen konomie (Rohentwurf) 1857-58, Berlin 1953, pp. 505, 599; (trad. it. Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica ("Grundrisse"), edizione italiana a cura di G. Backhaus, Einaudi, Torino 1976, pp. 610, 725).Werke, cit., vol. 1, p. 482; (trad. it. Opere, cit., vol. 3, p. 430).F. Engels, Die Lage der arbeitenden Klasse in England, cit., in Werke, cit., vol. 2, pp. 452-53; (trad. it. La situazione della classe operaia, cit., p. 254).ber P.J. Proudhon [Brief an J.B. v. Schweitzer], 1865, in Werke, cit., vol. 16, p. 25; (trad. it. Su P.-J. Proudhon. Lettera a J.B. von Schweitzer, in Opere, cit., vol. 20, p. 27).Werke, cit., vol. 1, pp. 499-524; (trad. it., in Opere, cit., vol. 3, pp. 454-81).Per la critica dell'economia politica. Prefazione (la si veda in K. Marx, Il capitale. Critica dell'economia politica, libro I: Appendice, Utet, Torino 2009, pp. 1012-13).K. Marx, Der Kommunismus und die Augsburger "Allgemeine Zeitung", in "Rheinische Zeitung", 1842, in Werke, cit., vol. 1, p. 108; "Rheinische Zeitung", 4 gennaio 1843 (Nuova MEGA I, Nuova Mega I, vol. 1, p. 417); (trad. it. in Scritti politici giovanili, a cura di L. Firpo, Einaudi, Torino 1975, p. 174; Nota di redazione, 7 gennaio 1843, ivi, p. 348).K. Marx, Kritische Randglossen zu dem Artikel eines Preussen, in Werke, cit., vol. 1, pp. 404-05; (trad. it. Glosse critiche in margine all'articolo "Il re di Prussia e la riforma sociale. Di un prussiano", in Opere, cit., vol. 3, p. 219).K. Marx, ber P.J. Proudhon, in Werke, cit., vol. 16, pp. 25 sgg; (trad. it. Su Proudhon, cit., pp. 27 sgg).K. Marx, Kritische Randglossen, in Werke, cit., vol. 1, p. 405; (trad. it. Glosse critiche, cit., p. 219)E. Roll, Storia del pensiero economico, Einaudi, Torino 1954, p. 300.Cfr. Theorien ber den Mehrwert, III, in Werke, cit., vol. 26, pp. 261-316; (trad. it. Storia dell'economia politica. Teorie sul plusvalore, Editori Riuniti, Roma 1993, vol. 3, pp. 278-478) e i riferimenti a Hodgskin nel Capitale, cit., vol. 1, dove si citano anche Bray, Gray e Thompson.F. Engels, Umrisse einer Kritik, in Werke, cit., vol. 1, p. 514 (trad. it. Lineamenti di una critica dell'economia politica, cit., p. 470). Anche Marx lesse questo autore, insieme con Bray e Thompson, a Manchester nel 1845; (Grundrisse, Berlin 1953, cit., pp. 1069, 1070).Renderlo con "la piccola borghesia" non sembra corretto.Wilhelm Weitling visse a Parigi tra il 1835-36 e il 1837-41, dove pot leggere Pillot e varie pubblicazioni comuniste.J. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, cit., p. 613-40.La sezione del Manifesto che tratta del "socialismo feudale", in cui sono discusse delle tendenze comparabili, non fa alcun riferimento alla Germania ma solamente ai legittimisti francesi e alla "Giovane Inghilterra" di Disraeli (ma nel suo commento al Manifesto dell'edizione Einaudi del 1962, pp. 162-64, Emma Cantimori Mezzomonti indica gli accenni impliciti in questo capitolo a conservatori prussiani come Hermann Wagener e al partito conservatore cristiano-tedesco).Cfr. la prefazione all'Anti-Dhring, 1885, in Opere, cit., vol. 25, pp. 6 sgg.K. Marx, Der Kommunismus und die Augsburger "Allgemeine Zeitung", in "Rheinische Zeitung", 1 gennaio 1849, in Collected Works, cit., vol. 8, pp. 213-25; (trad. it. Il comunismo e la "Gazzetta generale di Augusta", "Rheinische Zeitung", 16 ottobre 1842, cit., p. 171). Cfr. S. Avineri, The Social and Political Thought of Karl Marx, Cambridge 1968, p. 54.Articolo Revolution in C. von Rotteck e T. Welcker, Lexikon der Staatswissenschaften, vol. 13, 1842, citato in S. Avineri, The Social and Political Thought, cit., p. 55. Citazioni anologhe in J. Kuczynski, Geschichte der Lage der Arbeiter unter dem Kapitalismus, vol. 9, Berlin 1960; C. Jandtke e D. Hilger (a cura di), Die Eigentumslosen, Mnich 1965.E lasci tracce nel successivo movimento operaio marxista, ad esempio attraverso il devoto fourierista Eugne Pottier, autore del testo dell'Internazionale e persino attraverso August Bebel, che ancora nel 1890 pubblicava un'opera su Charles Fourier. Sein Leben und Seine Theorien, Stuttgart 1890.Citato in W. Hofmann, Ideengeschichte des sozialen Bewegung des 19. Und 20. Jahrhunderts, Berlin 1968, p. 90.
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Capitolo 3.
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K. Marx, Per la Critica dell'Economia Politica. Prefazione (lo si veda in appendice a K. Marx, Il capitale. Critica dell'economia politica, libro I: Appendice, Utet, Torino 2009, pp. 1012).Ivi, p. 952.K. Marx-F. Engels, Werke, cit., vol. 1, 3, p. 888; (trad. it. Il capitale, cit., libro III, sezione VII, cap. 51, p. 1086. vero che il piano originario del Capitale prevedeva tre volumi finali concernenti lo Stato, il commercio estero e il mercato mondiale (cfr. R. Rosdolsky, Genesi e struttura del "Capitale" di Marx, Laterza, Bari 1975, vol. 1, cap. 2); ma quello sullo Stato avrebbe affrontato soltanto "il rapporto fra le diverse forme dello Stato e le diverse strutture economiche della societ" (Marx a Kugelmann, in Werke, cit., vol. 30, p. 639; trad. it., Opere, cit., vol. 41, p. 694).F. Engels a F. Mehring, in Werke, cit., vol. 39, p. 96 sgg., (trad. it. in Opere, cit., vol. 50, pp. 109-10).Cfr. l'assenza di citazioni specifiche in E. Paschukanis, Thorie gnral du droit et le marxisme, EDI, Paris 1970, che tent di costruire una teoria giuridica marxista per uno stato socialista.L. Colletti, From Rousseau to Lenin, Telos Press, New York 1972, pp. 187-78. Il primo serio tentativo di rintracciare una linea di collegamento fra Rousseau e Marx venne compiuto da G. della Volpe in Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1957.Werke, cit., vol. 1, p. 321.Ivi, p. 323; Colletti, cit., pp. 185-56.K. Marx-F. Engels, Origin of the Family, in Collected Works, cit., vol. 26, p. 29; (trad. it. L'origine della famiglia della propriet privata e dello Stato, Edizioni Rinascita, Roma 1955, p. 169)K. Marx-F. Engels, Anti-Dhring, in Collected Works, cit., vol. 49, pp. 34-36 (trad. it. in Opere, cit., vol. 25, p. 270).Cfr. la prima stesura di La guerra civile in Francia, in Werke, cit., vol. 17, p. 544: "Si elimina l'illusione che l'amministrazione e la direzione politica siano faccende segrete, funzioni trascendenti, che debbono essere esclusivamente affidate nelle mani di una casta specializzata [...] Tutto l'inganno fu spazzato via dalla Comune, costituita nella stragrande maggioranza da semplici operai che organizzano la difesa di Parigi, muovono guerra ai pretoriani di Bonaparte, assicurano i rifornimenti necessari a questa citt gigantesca e occupano le cariche sino allora spartite fra governo, polizia e prefettura".F. Engels, Anti-Dhring, in Opere, cit., vol. 25, p. 270.K. Marx-F. Engels, Origin of the Family, in Collected Works, cit., vol. 26, p. 29, (trad. it. L'origine della famiglia, cit., p. 170).V. Lenin, Stato e rivoluzione, cap. 3, par. 4, in V. Lenin, Opere, cit., pp. 403 sgg.Studiata in particolare nelle letture e nei relativi appunti redatti a Kreuzenach e a Parigi fra il 1843 e il 1844.Si veda Die heilige Familie oder Kritik der kritischen Kritik, in Werke, cit., vol. 2, pp. 127-31; (trad. it. La sacra famiglia, in Opere, cit., vol. 4, pp. 133-38).La sacra famiglia, cit., p. 137.Ivi, p. 138.Die moralisierende Kritik, in Werke, cit., vol. 4, pp. 338-39; (trad. it. La critica moraleggiante e la morale criticante, in Opere, cit., vol. 6, p. 338). Per le origini del concetto si veda H. Frder, Marx und Engels am Vorabend der Revolution, Berlin 1960; W. Markov, J. Roux e K. Marx, in "Sitzungsberichte der deutschen Akademie der Wissenschaften zu Berlin", Klasse fr Philosophie, Geschichte, Staats-, Rechts- und Wirtschaftswissenschaften, Berlin 1965.I riferimenti chiave sono in K. Marx a J. Weydemeyer, 5 marzo 1852, in Werke, cit., vol. 28, pp. 507-08; (trad. it. in Opere, cit., vol. 39, pgg. 534-38); e in Kritik des Gothaer Programm, in Werke, cit., vol. 19, p. 28; (trad. it. Critica del programma di Gotha, in K. Marx-F. Engels, Opere scelte, a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 955 sgg).Cfr. W. Mautner, Zur Geschichte des Begriffes "Diktatur des Proletariats", in "Grnberg's Archiv", 1970, pp. 280-83.K. Marx a D. Nieuwenhuis, 22 febbraio 1881, in Werke, cit., vol. 35, p. 161.Zur Kritik des Sozialdemokratischen Programmentwurfes 1891, (Critica del Programma di Erfurt, stesura del 1891) in Werke, cit., vol. 22, p. 235.Si veda il discorso di Marx, per il settimo anniversario dell'Associazione internazionale dei lavoratori (1871), in Werke, cit., vol. 17, p. 433.F. Engels, Einleitung Der Brgerkrieg in Frankreich, in Werke, cit., vol. 22, pp. 197-78; (trad. it. Introduzione a K. Marx, La guerra civile in Francia, in K. Marx-F. Engels, Il Partito e l'Internazionale, Edizioni Rinascita, Roma 1948).K. Marx, Der Brgerkrieg in Frankreich, cit., (seconda stesura), in Werke, cit., vol. 17, p. 597.K. Marx, Kritik des Gothaer Programm, in Werke, cit., vol. 19, p. 19; (trad. it. Critica del programma di Gotha, cit., p. 959: "Le spese generali dell'amministrazione che non sono pertinenti alla produzione. Questa parte [del prodotto sociale]  ridotta sin dall'inizio nel modo pi considerevole, in confronto alla societ attuale, e si ridurr nella misura in cui la nuova societ si verr sviluppando".Ivi, p. 21; (trad. it., ivi, p. 960).K. Marx a D. Nieuwenhuis, 22 febbraio 1881, in Werke, cit., vol. 35, pp. 160-61.Marx, Der Brgerkrieg in Frankreich, cit., (prima stesura), in Werke, cit., vol. 17, p. 546.Inauguraladresse der Internationalen Arbeiter-Assoziation, in Werke, cit., vol. 16, p. 11; (trad. it. Indirizzo inaugurale all'Associazione internazionale dei lavoratori, in Opere scelte, cit., pp. 759 sgg).Si veda il capitolo 4 e K. Marx, Lohn, Preis und Profit, in Werke, cit., vol. 16, pp. 147-49; (trad. it. Salario, prezzo e profitto, in Opere scelte, cit., pp. 769-825).Si vedano le risoluzioni per il congresso dei delegati londinesi all'Associazione internazionale dei lavoratori del 1871, in Werke, cit., vol. 17, pp. 421-22 e le annotazioni per il discorso di Engels, ivi, pp. 416-17.K. Marx a G. Bolte, 25 novembre 1871, in Werke, cit., vol. 33, p. 332 (trad. it. in Opere scelte, cit., p. 943).K. Marx a F. Freiligrath, 29 febbraio 1860, in Werke, cit., vol. 30, pp. 490, 495n; (trad. it. in Opere, cit., vol. 41, pp. 531, 536).Werke, cit., vol. 17, p. 416.A F.A. Sorge, 29 novembre 1886; D. Nieuwenhuis, 11 gennaio 1887, in Werke, cit., vol. 36, pp. 579, 593.A P. e L. Lafargue in Werke, cit., vol. 32, pp. 671 (trad. it. Opere, cit., vol. 43, p. 724).K. Marx, Der politische Indifferentismus, in Werke, cit., vol. 18, p. 300.K. Marx, La guerra civile in Francia, cit. (prima stesura) in Werke, cit., vol. 17, pp. 544-46.Ivi, pp. 341, 549-54.La questione viene esposta lucidamente in G. Lichtheim, Marxism, London 1964, pp. 56-57; (trad. it. Il marxismo, Il Mulino, Bologna 1973) sebbene non sia possibile accettare la distinzione, operata dall'autore, fra un marxismo di prima e dopo il 1850.F. Engels, Einleitung zu Karl Marx' "Klassenkmpfe in Frankreich 1848 bis 1850", in Werke, cit., vol. 22, pp. 513-14; (trad. it. Introduzione (1895) a K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in Opere, cit., vol. 10, p. 646.L. Perini, nell'Introduzione alla raccolta da lui curata di scritti di K. Marx, Rivoluzione e Reazione in Francia 1848-1850, Einaudi, Torino 1976, p. LIV, analizza acutamente i diversi riferimenti storici di Marx nelle Lotte di classe in Francia e nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte.Ansprache der Zentralbehrde an den Bund vom Mrz, in Werke, cit., vol. 7, pp. 244-54; (trad. it. Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, 1850, in Opere, cit., vol. 1, pp. 277-88.Si confronti la sua posizione rispetto ai contadini russi (abbozzi e lettera a Vera Zasuli?, in Werke, cit., vol. 19, pp. 242-43, 384-406) con quella di Engels (Nachwort zu "Soziales aus Russland", in Werke, cit., vol. 22, pp. 421-35), e l'estrema importanza che egli attribuiva all'appoggio dei contadini e delle classi medie dopo la rivoluzione (Der Brgerkrieg in Frankreich, cit., (prima stesura), in Werke, vol. 17, pp. 549-54) con la sdegnosa sottovalutazione di Engels per il pericolo che la demagogia reazionaria si impadronisse dei contadini e dei piccoli artigiani (Die Bauern  rage in Frankreich und Deutschland, 1894, in Werke, cit., vol. 22, pp. 485-505; (trad. it. La questione Contadina in Francia e in Germania, 1894, in Opere scelte, cit., pp. 1211-37).  difficile pensare che l'autore del 18 brumaio avrebbe potuto dire di contadini e artigiani indipendenti che non fossero disposti ad accettare la sua previsione di una loro scomparsa: "Questa gente  sottoposta all'influenza degli "antisemiti". Vadano da costoro a farsi promettere la salvezza delle loro piccole propriet".A. Bebel a F. Engels, 24 novembre 1884, in A. Bebel, Briefwechsel mit Friedrich Engels, a cura di W. Blumenberg, Den Haag 1965, pp. 188-89. Cfr. anche L. Longinotti, F. Engels e la "rivoluzione di maggioranza", in "Studi Storici", vol. XV, aprile 1974, p. 821.Konfidentielle Mitteilung 1870, in Werke, cit., vol. 16, pp. 414-15 (trad. it. Comunicazione confidenziale, in K. Marx-F. Engels, Critica dell'anarchismo, a cura di G. Backhaus, Einaudi, Torino 1972, p. 12. In questo caso l'analisi di Engels fu pi approfondita. Gi nel 1858 il suo accenno casuale al "proletariato borghese" creato dal monopolio mondiale inglese (a Marx, 7 ottobre 1858, in Werke, cit., vol. 29, p. 358; trad. it. in Opere, cit., vol. 40, p. 373) anticipava alcune delle direttrici portanti della sua analisi degli anni Ottanta e Novanta (cfr. i suoi studi sull'Inghilterra nel 1845 e nel 1886, in Werke, cit., vol. 21, pp. 191-97); e l'introduzione a L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, Roma, Edizioni Rinascita 1951 (Einleitung der Entwicklung des Sozialismus von der Utopie zur Wissenschaft, in Werke, cit., vol. 22, pp. 309-10).Einleitung zu Karl Marx "Klassenkmpfe in Frankreich", cit., in Werke, cit., vol. 22, p. 519; (trad. it. Introduzione a Le lotte di classe in Francia, cit., p. 652).Ivi, p. 521; (trad. it., ivi, p. 654).A R. Fischer, 8 marzo 1895 in Werke, cit., vol. 39, pp. 424-26; (trad. it. in Opere, cit., vol. 50, pp. 457-60); Einleitung zu Karl Marx Klassenkmpfe in Frankreich", in Werke, cit., vol. 22, p. 521-22; (trad. it. Introduzione a Le lotte di classe in Francia cit., p. 655); a L. Lafargue, in Werke, cit., vol. 38, p. 545.Discorso al Congresso dell'Aja, in Werke, cit., vol. 18, p. 160. F. Engels, Prefazione all'Edizione inglese del Capitale, cit., libro I, pp. 94-98.K. Marx, Konspekt der Debatten ber das Sozialistengesetz, 1878 in Briefe and Bebel, Liebknecht, Kautsky und Andere, Moskva-Leningrad 1933, vol. 1, p. 516; intervista con "New York Tribune", 1878, in Werke, cit., vol. 34, p. 515.Zur Kritik des Sozialdemokratischen Programmentwurfes 1891, (Critica del Programma di Erfurt, stesura del 1891), in Werke, cit., vol. 22, pp. 227-40, e soprattutto pp. 234-45.A A. Bebel nel 1891, in Werke, cit., vol. 38, p. 94, a proposito delle obiezioni mosse dal partito contro la pubblicazione della Critica del programma di Gotha.Cfr. la lettera a F. Turati, 26 gennaio 1894, in La corrispondenza di Marx e Engels con italiani 1848-1895, a cura di G. Del Bo, Milano, Feltrinelli 1964, pp. 518-21 (in Werke, cit., vol. 22, pp. 440, 441): "Evidemment, ce n'est pas  nous de prparer directement un mouvement qui n'est pas prcisment celui de la classe que nous reprsentons".Cfr. in particolare La corrispondenza di Marx e Engels con italiani, cit., e Die Bauernfrage in Frankreich und Deutschland, cit., in Werke cit., vol. 22, pp. 483-505; (trad. it. La questione Contadina in Francia e in Germania, cit.).Zur Kritik des Sozialdemokratischen Programmentwurfes, 1891, (Critica del Programma di Erfurt, stesura del 1891), in Werke, cit., vol. 22, p. 234.Sull'atteggiamento di Marx nei confronti del bonapartismo formulato soprattutto nel 18 brumaio, le cui tesi sono riprese in La Guerra civile in Francia, cfr. M. Rubel, Karl Marx devant le Bonapartisme, Den Haag 1960.Der achtzehnte Brumaire des Louis Bonaparte, in Werke, cit., vol. 8, pp. 196-97; (trad. it. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in Rivoluzione e Reazione in Francia, cit., p. 301).Ivi, pp. 198-99; (trad. it., ivi, p. 304).Ivi, pp. 196-97; (trad. it., ivi, p. 300-1); Der Brgerkrieg in Frankreich; (trad. it. La guerra civile in Francia, seconda stesura) in Werke, cit., vol. 17, pp. 336-38.Der achtzehnte Brumaire, cit., in Werke, cit., vol. 8, pp. 176-85; (trad. it. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, cit., p. 281); A L. Lafargue, 12 novembre 1866, in Werke, cit., vol. 31, p. 536; (trad. it. in Opere, cit., vol. 42, p. 226); per una versione pi elaborata, cfr. Engels, Die wirklichen Ursachender verhltnismigen Inaktivittder franzsischen Proletarierim vergangenen Dezember (Cause reali della relativa inattivit del proletariato francese nello scorso dicembre, 1852), in Werke, cit., vol. 8, pp. 224-27.A Marx, 13 aprile 1866, in Werke, cit., vol. 31, p. 208; (trad. it. in Opere, cit., vol. 42, p. 226)."Sembra sia una legge dell'evoluzione storica che la borghesia non possa in nessun Paese d'Europa conquistare il potere politico, almeno per un periodo abbastanza lungo, in modo cos esclusivo come fece l'aristocrazia feudale nel Medioevo": F. Engels, Einleitung der "Entwicklung des Sozialismus von der Utopie zur Wissenschaft", (Introduzione all'edizione inglese di L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza), in Werke, cit., vol. 22, p. 307.F. Engels a K. Kautsky, 7 febbraio 1882, in Werke, cit., vol. 35, p. 269.F. Engels a K. Marx, 15 agosto 1870, K. Marx a F. Engels, 17 agosto 1870, in Werke, cit., vol. 33, pp. 39-44; (trad. it. Carteggio, Edizioni Rinascita, Roma 1952, vol. 6, pp. 130-37).Nachwort zu "Soziales aus Russland", in Werke, cit., vol. 22, p. 433.A A. Bebel, 13-14 settembre 1886, in Werke, cit., vol. 36, p. 526). Sulla questione cfr. l'Introduzione di E. Wangermann a The Role of Force in History, London 1968.F. Engels a E. Bernstein, 27 agosto 1883, 24 marzo 1884, in Werke, cit., vol. 36, pp. 54-5, 128.  naturalmente possibile che Engels avesse preso in considerazione solo una fase della futura rivoluzione: cfr. a A. Bebel, 11-12 dicembre 1884, in Werke cit., vol. 36, pp. 252-3).Cfr. S.F. Bloom, The World of Nations, New York 1941, p. 17 sgg.K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, Einaudi, Torino 1998, p. 11.F. Engels in "Neue Rheinische Zeitung", 31 agosto 1848, in Opere cit., vol. 7, p. 375; cfr. anche F. Engels a E. Bernstein, 24 marzo 1884, in Werke, cit., vol. 35, p. 128.Cfr. R. Rosdolsky, Friedrich Engels und das Problem der "Geschichts-losen Vlker", estratto da "Archiv fr Sozialgeschichte", vol. 4, Hannover 1964."Was hat die Arbeiterfrage mit Polen zu tun?", 1866, in Werke, cit., vol. 16, p. 157.K. Marx, Der Brgerkrieg in Frankreich, in Werke, cit., cap. 17, p. 341; (trad. it. La guerra civile in Francia, in K. Marx-F. Engels, Il Partito e l'Internazionale, cit., p. 180).F. Engels a E. Bernstein a proposito dei bulgari, 27 agosto 1882, in Werke, cit., vol. 35, pp. 280-82.In "Neue Rheinische Zeitung", 1 gennaio 1849, in Werke, cit., vol. 6, pp. 149-50; (trad. it. in Opere, cit., vol. 8, pp. 280-82).K. Marx a P. e L. Lafargue, 5 marzo 1870, in Werke, cit., vol. 32, p. 659 (trad. it. in Opere, cit., vol. 43, p. 711).F. Engels a E. Bernstein, 26 giugno 1882, in Werke, cit., vol. 35, pp. 337-39.Vorrede zur zweiten russischen Ausgabe des "Manifests der Kommunistischen Partei", in Werke, cit., vol. 19, p. 296; (trad. it. Prefazione all'edizione Russa del Manifesto del Partito comunista, in K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, cit., p. 105).Cfr. in E.-H. Carr, La rivoluzione bolscevica, Einaudi, Torino 1964, pp. 1312-33.F. Engels a K. Marx, 9 settembre 1879; Marx a Danielson, 12 settembre 1880, in Werke, cit., vol. 34, pp. 105, 464; F. Engels a A. Bebel, 16 dicembre 1879, in Werke, cit., vol. 34, p. 431; F. Engels a A. Bebel, 22 dicembre 1882, in Werke, cit., vol. 35, p. 416.F. Engels a A. Bebel, 13 settembre 1886, in Werke, cit., vol. 36, p. 525.A A. Bebel, 17 novembre 1885, in Werke, cit., vol. 36, p. 391.Citato in G. Mayer, Friedrich Engels, vol. 2, Den Haag 1934, p. 47.K. Marx in "Neue Rheinische Zeitung", 1 gennaio 1849, in Opere, cit., vol. 8, p. 213.Per le loro previsioni di una rivoluzione imminente cfr. K. Marx a F. Engels, 26 settembre 1856, F. Engels a K. Marx, "non prima del 27 settembre 1856", 15 novembre 1857, K. Marx a F. Engels, 8 dicembre 1857, in Werke, cit., vol. 29, pp. 76, 78, 212, 225; (trad. it. in Opere, cit., vol. 40, pp. 74, 77, 219, 234).Sul congresso di Bruxelles e la situazione in Europa, cfr. Werke, cit., vol. 22, p. 243.Il dibattito  riassunto in G. Mayer, F. Engels, cit., vol. 2, pp. 81-93.F. Engels a L. Lafargue, 24 marzo 1889, in Werke, cit., vol. 37, p. 171.K. Marx a P. e L. Lafargue, 5 marzo 1870, in Werke, cit., vol. 32, p. 659; (trad. it. in Opere, cit., vol. 43, p. 711).Einleitung zur englischen Ausgabe (1892) der "Entwicklung des Sozialismus von der Utopie zur Wissenschaft", in Werke, cit., vol. 22, pp. 310-11; (trad. it. Introduzione a L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, cit., p. 46).K. Marx a S. Meyer e A. Vogt, 9 aprile 1870, in Werke, cit., vol. 32, pp. 667-79; (trad. it. in Opere, cit., vol. 43, p. 721).K. Marx a L. Kugelmann, 29 novembre 1869, in Werke, cit., vol. 32, p. 638 (trad. it. in Opere, cit, vol. 43, p. 691). In forma pi completa in Der Generalrat an den Fderalrat der romanischen Schweiz, 1 gennaio 1870, in Werke, cit., vol. 16, pp. 386-89; (trad. it. in Critica dell'anarchismo, cit., p. 14, 15.K. Marx a P. e L. Lafargue, 5 marzo 1870, in Werke, cit., vol. 32, p. 659; (trad. it. in Opere, cit., vol. 43, p. 711).A esempio, lettera a V. Adler, 11 ottobre 1893, in Werke, cit., vol. 39, p. 134 sgg.; (trad. it. in Opere, cit., vol. 50, pp. 183 sgg.).A K. Kautsky, 12 settembre 1882, in Opere, cit., p. 358.A E. Bernstein, 9 settembre 1882, a proposito dell'Egitto; a Kautsky, 12 settembre 1882, in Werke, cit., vol. 35, pp. 349, 357-58.A E. Bernstein, 22-25 febbraio 1882, in Werke, cit., vol. 35, pp. 279-280.A K. Kautsky, 7 agosto 1882, in Werke, cit., vol. 35, pp. 269-70.Ad esempio, a proposito dell'Alsazia e delle regioni contese tra Russia e Polonia, lettera a V. Zasuli?, 3 aprile 1890, in Werke, cit., vol. 37, p. 374.G. Haupt, M. Lwy, C. Weill, Les Marxistes et la Question Nationale, Paris 1974, p. 21.F. Engels a K. Kautsky, 7 febbraio 1882, in Werke, cit., vol. 35, p. 270.A M. Adler, 17 luglio 1894, in Werke, cit., vol. 39, p. 271 sgg. (trad. it. in Opere, cit., vol. 50, pp. 297 sgg.). Sulla scarsit dei rapporti con i francesi, con l'eccezione di Lafargue, cfr. il registro della corrispondenza in K. Marx-F. Engels, Verzeichnis, vol. I, pp. 581-684.A M. Adler, 10 ottobre 1893, in Werke, cit., vol. 39, p. 136; (trad. it. in Opere, cit., vol. 50 p. 150).A K. Kautsky, 7 febbraio 1882, in Werke, cit., vol. 35, p. 270.A Bebel, 29 settembre-1 ottobre 1891, in Werke, cit., vol. 38, pp. 159-63) e cfr. Der Sozialismus in Deutschland, in Werke, cit., vol. 22, p. 247.K. Marx, Il capitale, cit., libro I, cap. XXIV, p. 952.Ci risulta particolarmente evidente nell'Anti-Dhring di F. Engels, specie nelle parti pubblicate separatamente con il titolo L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza.Citato in E. Weissel, Die Ohnmacht des Sieges, Vienna 1976, p. 117.

Capitolo 4

A parte la Situazione, i risultati principali della sua permanenza furono gli Umrisse zu einer Kritik der Nationaloekonomie, un primo sebbene ancora imperfetto abbozzo di un'analisi economica marxista, e degli articoli sull'Inghilterra per vari giornali continentali sugli sviluppi in Europa continentale, tra cui l'owenista "New Moral World". Si vedano K. Marx-F. Engels, Werke, cit., vol. 1, pp. 454-592; (trad. it. in Opere, cit., pp. 415-52 e 454-554).Die Lage der arbeitenden Klasse in England. Nach eigener Anschauung undauthentischen Quellen von Friedrich Engels, Druck und Verlag von Otto Wigand, Leipzig 1845. Una seconda edizione tedesca fu pubblicata nel 1892. L'edizione standard  la K. Marx-F. Engels Gesamtausgabe (sezione I, vol. 4, pp. 5-286), Berlin 1932, dove  stato corretto un certo numero di sviste e refusi. Il testo base inglese qui utilizzato  quello dell'edizione britannica del 1892. L'edizione pi completa in inglese  quella di W.O. Henderson e W.H. Chaloner (Oxford, 1958), dove tutti i riferimenti di Engels sono stati controllati e corretti dove necessario, sono state aggiunte informazioni supplementari e il testo  stato tradotto nuovamente. Purtroppo la traduzione non  sempre affidabile e l'opera soffre del desiderio forte ma vano di screditare il libro di Engels.In particolare da Buret. L'accusa  discussa e respinta in G. Mayer, Friedrich Engels, vol. I, Den Haag 1934, p. 195, in parte perch le idee di Buret nulla hanno a che fare con quelle di Engels e in parte sulla base, ancora pi inattaccabile, del fatto che non ci sono prove che Engels conoscesse Buret prima del suo ritorno in Inghilterra; (trad. it. La situazione della classe operaia in Inghilterra, Edizioni Rinascita, Roma 1955).Le uniche altre opere del periodo che precede il Manifesto che Engels consider degne di ripubblicazione sono le Tesi su Feuerbach di Marx (in K. Marx-F. Engels, Opere, cit., vol. 5, p. 3-5) e La miseria della filosofia (1847), in ivi, vol. 6, pp. 105-225. Il dubbio circa la priorit dell'opera di Engels sorge perch non sappiamo esattamente quando, nella primavera del 1845, Marx stese le sue grandi Tesi. C' una probabilit minima che lo abbia fatto prima del 15 marzo, quando Engels firm la prefazione del suo libro.Dall'articolo "Frederick Engels", scritto nel 1895. Si veda Marx-Engels, Marxism, Lawrence & Wishart London 1935, p. 37; (trad. it. Friedrich Engels, in V. Lenin, Opere, cit., vol. 2, pp. 7-18).Qui potrebbe esser stato debitore di Sismondi e ancor di pi di J. Wade, History of the Middle and Working Classes (1833), un'opera utilizzata nella preparazione del suo libro. Wade ipotizza un ciclo di cinque fino a sette anni, che Engels adotta, sebbene pi tardi lo abbandoni a favore di uno di dieci anni.V.A. Huber, "Janus", 1845 vol. II, p. 387; B. Hildebrand "Nationaloekonomie der Gegenwart und Zukunft", Frankfurt 1848; W.O. Henderson e W.H. Chaloner (a cura di), Engels' Condition of the Working Class, Oxford 1958, p. XXXI). Per le reazioni tedesche contemporanee al libro di Engels, cfr. J. Kuczynski, Die Geschichte der Lage der Arbeiter unter dem Kapitalismus, vol. 8, Berlin 1960, che riporta varie recensioni.Per la discussione di alcune di queste accuse, si veda E. J. Hobsbawm, Labouring Men, London, 1962, cap. 6; (trad. it. Studi di storia del movimento operaio, Einaudi, Torino 1972, cap. 6, pp. 126-142).

Capitolo 5

La guida pi esauriente alla Lega dei comunisti  M. Hundt, Geschichte des Bundes der Kommunisten 1836-52, Frankfurt am Main 1993; alle origini del Manifesto G.S. Jones, The Communist Manifesto: with an introduction and notes, Penguin Classics, London 2000. Per l'edizione originale, si veda W. Meiser, Das Manifest der Kommunistichen Partei vom Februar 1848, "Zur Entstehung und Ueberlieferung der ersten Ausgabe" in Mega Studien, 1996, vol. 1, pp. 66-107.Sono stati ritrovati solo un piano per la sezione III e una pagina in brutta copia. Cfr. K. Marx e F. Engels, Collected Works, cit., vol. 6, pp. 576-77.Durante la vita degli autori, le prefazioni furono: 1) prefazione alla (seconda) edizione tedesca, 1872; 2) prefazione alla (seconda) edizione russa, 1882 (la prima traduzione russa di Bakunin era apparsa nel 1869, comprensibilmente senza la "benedizione" di Marx o Engels); 3) prefazione alla (terza) edizione tedesca, 1883; 4) prefazione all'edizione inglese, 1888; 5) prefazione alla (quarta) edizione tedesca, 1890; 6) prefazione all'edizione polacca, 1892; 7) prefazione "ai lettori italiani", 1893.P. Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, Franco Angeli, Milano 1996, pp. 252-54.Mi baso sulle cifre del prezioso studio di Bert Andras, Le Manifeste Communiste de Marx et Engels. Histoire et Bibliographie 1848-1918, Feltrinelli, Milano 1963.Dati ricavati dai documenti annuali dei congressi dell'Spd (Parteitage). Mancano per dati numerici sulle pubblicazioni teoriche per gli anni 1899 e 1900.R. R. LaMonte, The New Intellectuals, in "New Review", II, 1914, cit. in P. Buhle, Marxism in the USA: From 1870 to the Present Day, London 1987, p. 56.H. Draper, The Annotated Communist Manifesto, Center for Socialist History, Berkeley (Ca) 1984, p. 64.L'originale tedesco inizia questa sezione discutendo "das Verhltniss der Kommunisten zu den bereits konstituierten Arbeiterparteien... also den Chartisten" ecc. La traduzione inglese ufficiale del 1887, rivista da Engels, attenua la contrapposizione; (trad. it. K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, cit., p. 49)."I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato. I comunisti non pongono princip speciali sui quali vogliono modellare il movimento operaio" (parte II); K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, cit., p. 23.Il pi noto di questi, sottolineato da Lenin, era l'osservazione nella prefazione del 1872 che la Comune di Parigi aveva dimostrato che "la classe operaia non pu semplicemente prendere possesso della macchina statale bell'e pronta e metterla in moto per i propri fini". Dopo la morte di Marx, Engels aggiunse la nota al piede che modificava la prima frase della sezione I per escludere le societ preistoriche dall'ambito universale della lotta di classe. Comunque, n Marx n Engels si presero la briga di commentare o modificare i passi economici del documento. Si pu mettere in dubbio che i due intendessero davvero procedere a un "Umarbeitung oder Ergnzung" ("rifacimento o completamento") del Manifesto (prefazione all'edizione tedesca del 1883), ma certo non si pu dubitare del fatto che la morte di Marx abbia reso impossibile tale riscrittura.Cfr. nella sezione II del Manifesto il passo: "C' bisogno di profonda comprensione per capire che anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini cambiano col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale" (Manifesto, cit., p. 30), con il passo corrispondente nella prefazione a Per la critica dell'economia politica: "Non  la coscienza degli uomini che determina la loro esistenza, ma, al contrario,  la loro esistenza sociale che determina la loro coscienza".Sia per quanto riguarda questa "The proletarians have nothing to lose but their chains. They have a world to win.", sia per la versione inglese approvata da Engels, non  una traduzione strettamente corretta del testo originale: "Mgen die herrschenden Klassen vor einer kommunistischen Revolution zittern. Die Proletarier haben nichts in ihr ["in essa", ossia: "nella rivoluzione"; il corsivo  mio] zu verlieren als ihre Ketten" (Per la frase in italiano, K. Marx e F. Engels, Manifesto, cit., p. 50).Per un'analisi stilistica si veda S.S. Prawer, Karl Marx and World Literature, Oxford, New York, Melbourne 1978, pp. 148-49; (trad. it. La biblioteca di Marx, Garzanti, Milano 1978). Le traduzioni del Manifesto a me note sono prive della forza letteraria dell'originale tedesco.In Die Lage Englands. Das 18. Jahrhundert, in K. Marx-F. Engels, Werke, cit., vol. 1, pp. 566-68; (trad. it. La situazione dell'Inghilterra. Il secolo diciottesimo, in Opere, cit., vol. 3, pp. 526-28).Si veda ad esempio la discussione di Fixed capital and the development of the productive resources of society in Collected Works, cit., vol. 29, pp. 80-99; (trad. it. Capitale fisso e sviluppo delle forze produttive della societ, in Opere, cit., vol. 30, p. 79-100).La frase tedesca "sich zur nationalen Klasse erheben" aveva connotazioni hegeliane che la traduzione inglese autorizzata da Engels alter, presumibilmente perch egli reput che non sarebbero state comprese dai lettori negli anni Ottanta dell'Ottocento.Paradossalmente, un argomento analogo a quello presentato da Marx nel 1848 viene oggi largamente usato dai capitalisti e dai governi liberisti per dimostrare che le economie di Stati il cui prodotto nazionale lordo continua a raddoppiare, in un arco temporale di qualche decennio finiranno in bancarotta se non aboliranno i sistemi di trasferimento del reddito (welfare state ecc.) istituiti in tempi di maggior povert e grazie ai quali coloro che guadagnano mantengono quelli che non sono in grado di guadagnare.L. Kolakowski, Main Currents of Marxism, vol. 1: The Founders, Oxford 1978, p. 130; (trad. it. Nascita sviluppo dissoluzione del marxismo, SugarCo, Milano 1976).G. Lichtheim, Marxism, cit., p. 45; (trad. it. Il marxismo, Il Mulino, Bologna 1971).Pubblicata come Outlines of a Critique of Political Economy in 1844; Works, cit., vol. 3, pp. 418-43; (trad. it. Lineamenti di una critica dell'economia politica, in Opere, cit., vol. 3, pp. 454-81).On the History of the Communist League, in Collected Works, cit., vol. 26, p. 318.F. Engels, Outlines of a Critique, in Collected Works, cit., vol. 3, p. 433 sgg.; (trad. it. Lineamenti di una critica, cit., in Opere cit., vol. 3, pp. 454 sgg.). Quest'idea pare essere stata derivata dagli scrittori radicali britannici, in particolare da John Wade (History of the Middle and Working Classes, London 1833, p. 428) a cui Engels si riferisce per questo tema.Ci risulta con ancor maggiore evidenza dalle formulazioni di Engels contenute in quelle che sono, a tutti gli effetti, due stesure preliminari del Manifesto: F. Engels, Draft of a Communist Confession of Faith, in Collected Works, cit., vol. 6, p. 102 (trad. it. Abbozzo della professione di fede comunista, in Opere, cit., vol. 6. pp. 97-103) e F. Engels, Principles of Communism, in Collected Works, cit., p. 350 (trad. it. Principi del comunismo, in Opere, cit., vol. 6, pp. 360-77).Da Historical Tendency of Capitalist Accumulation in Capital, vol. 1, in Collected Works, cit., vol. 35, p. 750; (trad. it. "Tendenza storica dell'accumulazione capitalistica", in Il capitale. Critica dell'economia politica, Utet, Torino 2009, libro I, sezione VII, cap. 24, p. 952).G. Lichtheim, Marxism, cit., pp. 58-60.

Capitolo 7

Per la spiegazione engelsiana dell'evoluzione dell'uomo dalla scimmia e quindi della differenza fra l'uomo e gli altri primati, si veda lo studio del 1876: Anteil der Arbeit an der Menschwerdung des Affen, in Dialektik der Natur, in K. Marx-F. Engels, Werke, cit., vol. 20, p. 444-45 (trad. it. Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, in Dialettica della natura, Edizioni Rinascita, Roma 1959, pp. 206-209).Marx, a differenza di Hegel, non crede alla possibilit, e anzi in determinate fasi di elaborazione concettuale alla necessit, di una presentazione astratta e a priori della sua teoria. Si veda la sezione - brillante, profonda ed entusiasmante come pi o meno tutto ci che  stato scritto da Marx in questo periodo del suo pensiero - sul Metodo dell'economia politica dell'Introduzione a Per la critica dell'economia politica, dove discute questo procedimento, in K. Marx-F. Engels, Opere scelte, cit., pp. 730-39 (Die Methode der politischen konomie, in Einleitung Zur Kritik der politischen konomie, in K. Marx-F. Engels, Werke, cit., vol. 13, p. 631-39).Per la critica dell'economia politica. Prefazione (la si veda in appendice a K. Marx, Il capitale. Critica dell'economia politica, libro I: Appendice, Utet, Torino 2009, pp. 1012). (Vorwort, Zur Kritik der Politischen konomie, in Werke, cit., vol. 13, p. 8.)Marx si rendeva perfettamente conto della possibilit di simili semplificazioni e, sebbene non le considerasse importanti, del loro valore. Di qui la sua affermazione che uno studio dello sviluppo storico della produttivit potrebbe essere un modo per dare un valore scientifico alle osservazioni di Adam Smith sulle economie in stato di stagnazione e di progresso. Cfr. Einleitung, Zur Kritik der politischen konomie, in Werke, cit., vol. 13, p. 618; (trad. it. Introduzione a Per la critica dell'economia politica, in Opere scelte, cit., p. 716.)Ci  riconosciuto dai migliori critici del marxismo. Cos G. Lichtheim sottolinea giustamente che le teorie sociologiche di Max Weber sulla religione o il capitalismo o le societ orientali non costituiscono una posizione alternativa rispetto a Marx: o sono anticipate da Marx, o possono essere facilmente ricondotte nel quadro della sua opera. Cfr. Marxism, London 1961, p. 385; Marx and the Asiatic Mode of Production, in "St. Antony's Papers", n. 14, 1963, p. 106.Engels a J. Bloch, 21 settembre 1890, in K. Marx-F. Engels, Collected Works, cit., vol. 49, pp. 33-37; (trad. it. in Opere scelte, cit., p. 1244).Per la critica dell'economia politica. Prefazione, in Il capitale cit., pp. 1013-14.Vi sono ovviamente certi limiti:  improbabile che una formazione economico-sociale che si fonda, per esempio, su un livello tecnologico che esige macchine a vapore, possa sorgere prima di un'altra formazione che non ha tale esigenza.Marx und Engels zur Deutschen Geschichte, Berlin 1953, vol. I, pp. 88, 616, 49.Cfr. F. Engels a K. Marx, 18 maggio 1853, sulle origini di Babilonia; F. Engels a K. Marx, 6 giugno 1853, in Carteggio Marx-Engels, Edizioni Rinascita, Roma 1950-1953, vol. III, pp. 204-206 e 214-219.K. Marx, Chronik Seines Lebens, cit., pp. 96, 103, 107, 110, 139.F. Engels a K. Marx, 6 giugno 1853, in Carteggio, cit.Carteggio, cit., 18 maggio-14 giugno. Tra le molte fonti orientali citate negli scritti di Marx tra il marzo e il dicembre 1853 figurano: G. Campbell, Modern India (1852), J. Child, Treatise on the East India Trade (1681), J. von Hammer, Geschichte des osmanischen Reiches (1835), J. Mill, History of India (1826), T. Mun, A Discourse on Trade, from England into the East Indies (1621), J. Pollexfen, England and East India... (1697) e A.D. Saltykow, Lettres sur l'Inde (1848). Marx lesse e consult varie altre opere e atti parlamentari.G. Hanssen, Die Aufhebung der Leibeigenschaft und die Umgestaltung der gutsherrlich-buerlichen Verhltnisse berhaupt in den Herzogthmern Schleswig und Holstein, St Petersburg 1861; A. Meitzen, Der Boden und die landwirtschaftlichen Verhltnisse des preussischen Staates, Berlin 1866; G. von Maurer, Einleitung zur Geschichte der Mark, Hof, Dorf, und Stadtverfassung und der ffentlichen Gewalt, Mnchen 1854; Geschichte der Fronhfe, Der Bauernhofe v3: Und Der Hof Verfassung In Deutschland, 4 voll. Erlangen 1862-63.K. Marx a F. Engels, 14 marzo 1868; Engels a Marx, 25 marzo 1868; Marx a V. Zasuli?, 8 marzo 1881; F. Engels a A. Bebel, 23 settembre 1882, in Carteggio, cit.Engels a Marx, 15 dicembre 1882; Marx a Engels, 16 dicembre 1882; Carteggio, cit., vol. 6, pp. 411-14.Thorold Rogers  lodato come autore della "prima vera storia dei prezzi" in Capital, vol. I (edizione Dona Torr), International Publishers, New York 1939, p. 692 nota; (trad. it. Il capitale, cit., libro I, p. 852); K.D. Huellmann, Stdtewesen des Mittelalters, Bonn, 1826-29  ampiamente citato in Il capitale, cit., libro III.Come Huellmann, D. Vincard, Histoire du Travail ... en France (1845) o N. Kindlinger, Geschichte der deutschen Hrigkeit (1818).F. Engels a K. Marx, 25 marzo 1868, in Carteggio, cit.A. Soetbeer, Edelmetall-Produktion und Wertverhltnis zwischen Gold und Silber seit der Entdeckung Amerikas... (Gotha 1879), noto a Engels.Cfr. Werke, cit., vol. 13, pp. 135-39, dove tra l'altro sono anticipate le critiche moderne alla spiegazione puramente monetaria dell'aumento dei prezzi. (Trad. it. Per la critica dell'economia politica, cit., p. 140 sgg.)Die deutsche Ideologie. Kritik der neuesten deutschen Philosophie in ihren Reprsentanten Feuerbach, B. Bauer und Stirner und des deutschen Sozialismus in seinen verschiedenen Propheten, in Werke, cit., vol. 3, p. 22; (trad. it. L'ideologia tedesca, cit., p. 10).Ibid., pp. 22-23, (trad. it. pp. 10-11).Die deutsche Ideologie, cit., in Werke cit., vol. 3, p. 24. Per l'intera discussione cfr. pp. 24-25 (trad. it. p. 11, 12).Ivi, pp. 50-61, (trad. it. pp. 49-61).Ivi, pp. 53-54, (trad. it. p. 54).Ivi, pp. 56-57, (trad. it. p. 49).Ivi, p. 59, (trad. it. p. 46).Soprattutto Marx a Engels, 2 giugno 1853; Engels a Marx, 6 giugno 1853; Marx a Engels, 14 giugno 1853, Carteggio, cit., pp. 210-25.La scomparsa di questo termine pu essere attribuita al fatto che lo studio successivo di opere specializzate aveva indotto Marx a dubitare dell'esattezza del quadro della societ germanica da lui precedentemente tracciato.Cfr. G.C. Homans, The Rural Sociology of Medieval England, in "Past and Present", n. 4, 1953, per le diverse tendenze di nuclei familiari comunitari e singoli.Das Kapital, cit., vol. III, p. 841 (trad. it. Il capitale, cit., libro III, sezione VI, cap. XLVII, p. 976).Ivi, p. 841; (trad. it., cit., p. 976)Ivi, pp. 844-45; (trad. it., cit., p. 980).Anche nel Capitale, cit., libro III, quando esamina in modo pi approfondito l'argomento dell'agricoltura feudale, Marx nega esplicitamente di aver l'intenzione di analizzare la propriet fondiaria nelle sue varie forme storiche. Cfr. cap. XXXVII, p. 662 e ancora a p. 842; (trad. it., cit., pp. 765 e 977).M.H. Dobb, Studies in the Development of Capitalism, Taylor & Francis, London 1946; (trad. it. Problemi di storia del capitalismo, Roma, Editori Riuniti 1958).Ivi, p. 42.Das Kapital, cit., vol. III, cap. XLVII, sezione II, pp. 843-45; (trad. it., cit., pp. 982-83).P.M. Sweezy-M.H. Dobb-H.K. Takahashi-R.H. Hilton-C. Hill, The Transition from Feudalism to Capitalism, NLB, London 1976, p. 70; (trad. it. G. Bolaffi (a cura di), La transizione dal feudalesimo al capitalismo, Savelli, Roma 1975).Questa tesi  generalmente accettata dai marxisti, anche se non deve esser confusa con l'affermazione che i sistemi di produzione di valori d'uso sono a volte sistemi di economia naturale.Das Kapital, cit., vol. I, cap. X, sezione II, p. 219 (trad. it., cit., p. 341.)Cfr. The Transition, cit., pp. 2 e 7-12.Vengono usate costantemente parole come "wrdiges Zunftwesen" (la dignit dei mestieri), "lavoro per met artistico, per met svolto come fine a se stesso", "stdtischer Gewerbefleiss" (attivit artigiana urbana). Tutte recano connotazioni emotive e senz'altro di generale approvazione.Qui Marx sottovaluta la differenziazione dell'artigianato urbano in virtuali datori di lavoro e virtuali salariati.Engels ricorda le speranze dei due amici, verso la fine degli anni Settanta, in una rivoluzione in Russia e nel 1894 in particolare caldeggia la possibilit che "la Rivoluzione russa dia il segnale della rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si integrino reciprocamente", in Werke, cit., vol. 18, p. 668. Cfr. anche Marx a Sorge, 27 settembre 1877; F. Engels a E. Bernstein, 22 febbraio 1882; (trad. it. K. Marx, Scritti scelti in due volumi, vol. 2, Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, pp. 580-81).In una lettera a Vera Zasuli? del 1881. Rimangono quattro stesure di questa lettera, tre delle quali in Werke, cit., vol. 19, pp. 384-406 (le si veda tutte e quattro in appendice a K. Marx, Il capitale, cit., libro I, Appendice, pp. 1039-65).Nachwort (1894) zu "Soziales aus Russland", in Werke, cit., vol. 18, pp. 663-34; (trad. it. in Scritti scelti, cit., vol. 2, pp. 585-97).Das Kapital, cit., libro III, pp. 365-66, (trad. it., cit., p. 423).Per esempio nella lettera alla Zasuli?, in Werke, cit., vol. 19, pp. 387, 388, 402, 404; (trad. it., cit., pp. 1040, 1041, 1058-59).G. Lichtheim, Marxism, cit., p. 98, ha ragione nell'attirare l'attenzione sulla crescente ostilit da parte di Marx verso il capitalismo e la sua accentuata simpatia per le comunit primitive sopravvissute, ma ha torto quando afferma che il Marx del 1858 aveva visto quelle comunit sotto una luce totalmente negativa. L'idea che il comunismo sarebbe una reincarnazione, a un livello pi alto, delle virt sociali del comunitarismo primitivo, risale agli albori del socialismo. "Il genio" diceva Fourier "deve scoprire il cammino della felicit primitiva, e adattarlo alle condizioni dell'industria moderna." (Citato in J. Talmon, Political Messianism, Secker & Warburg London 1960.) Per le opinioni di Marx giovane, cfr. Das philosophische Manifest der historischen Rechtsschule, del 1842, in Werke, cit., vol. 1, p. 78: "Una finzione in voga nel secolo XVIII era quella di considerare lo stato di natura come il vero stato della natura umana. Si volle contemplare con occhi corporei il concetto dell'uomo e si cre l'uomo naturale, Papagenos, la cui ingenuit si estende fino alla sua pelle piumata. Negli ultimi decenni del secolo XVIII si andava fiutando presso i primitivi la scienza originaria, e da tutte le parti si sentivano uccellatori che imitavano le melodie degli irochesi, degli indiani e cos via, credendo con questi artifici di attirare in trappola gli uccelli. Tutte queste eccentricit avevano per fondamento il giusto concetto che le condizioni primitive sono ingenui quadri fiamminghi delle condizioni reali". (Trad. it. Il manifesto della scuola storica del diritto, in K. Marx, Scritti politici giovanili, Einaudi, Torino 1950, p. 158).Questa  un'opera che Marx avrebbe voluto scrivere, e per la quale aveva preparato voluminosi appunti, sui quali Engels si bas per quanto possible. Cfr., Prefazione alla prima edizione, Der Ursprung der Familie, des Privateigentums und des Staats, in Werke, cit., vol. 21, p. 27; (trad. it. L'origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato, Edizioni Rinascita, Roma 1955, p. 9).Abbozzi di risposta alla lettera di Vera Zasuli?, in Werke, cit., vol. 19, pp. 384-406; (trad. it. in appendice al Capitale, cit., libro I, Appendice, pp. 1039-65)."La schiavit  la prima [corsivo E.J.H.] forma dello sfruttamento, peculiare al mondo antico; segue ad essa la servit della gleba del Medioevo e il lavoro salariato dei tempi moderni. Sono queste le tre grandi forme del servaggio caratteristiche delle tre grandi epoche della civilt." Der Ursprung der Familie, cit., in Werke, cit., vol. 21, p. 170; (trad. it. L'origine della famiglia, cit., p. 176).Werke, cit., vol. 3, pp. 29-30; (trad. it. L'ideologia tedesca, cit., p. 8).L'Anti-Dhring, l'Origine della famiglia, il piccolo saggio su La Marca e La guerra dei contadini in Germania sono le principali opere pubblicate, ma esistono abbozzi e appunti (per la maggior parte incompleti) sulla Germania medievale e la storia irlandese. Cfr. Werke, cit., vol. 16, pp. 459-500; vol. 19, pp. 425-521; vol. 21, pp. 392-401).Der Ursprung der Familie, in Werke, cit., vol. 21, pp. 144; (trad. it. L'origine della famiglia, cit., p. 149).Herrn Eugen Dhring's Umwlzung der Wissenschaft (Anti-Dhring), in Werke, cit., vol. 20, pp. 164, 220, 618; (trad. it. Anti-Dhring, in K. Marx-F. Engels, Opere Complete, cit., vol. 25, pp. 169, 226, 273).Der Ursprung der Familie, in Werke, cit., vol. 21, pp. 148-49; (trad. it. L'origine della famiglia, cit., p. 155).Ivi, pp. 146-48; (trad. it., cit., p. 153).Ivi, pp. 146-64; (trad. it., cit., p. 153-165); Die Mark, in Werke, cit., vol. 19, pp. 324-25; (trad. it. La marca, in M. Guidetti, P. H. Stahl, Il sangue e la terra, Milano, Jaca Book 1976, pp. 367-68).Die Mark, in Werke, cit., vol. 19, pp. 326-27; (trad. it., cit., pp. 369-70). Sull'esigenza di armi di fabbricazione cittadina, cfr. l'abbozzo di Engels, ber den Verfall des Feudalismus und das Aufkommen der Bourgeoisie, in Werke, cit., vol. 21, p. 392.Die Mark, in Werke, cit., vol 19, pp. 326-27; (trad. it. cit., pp. 369-70).Engels a Marx, 15 dicembre 1882; 16 dicembre 1882.La marca, che solo incidentalmente si occupa dei mutamenti nell'agricoltura feudale, avrebbe dovuto essere un'appendice di una decina di pagine all'Anti-Dhring, e l'inedito ber den Verfall una nota introduttiva a una nuova edizione della Guerra dei contadini.Cfr. Zur Urgeschichte der Deutschen, in Werke, cit., vol. 19, in particolare le pp. 450-60.Anti-Dhring: appunti preparatori, in Werke, cit., p. 20, pp. 587-88.Ivi, p. 588.Citato in L.S. Gamajunov, R.A. Uljanovskij, L'opera del sociologo russo M.M. Kovalevskij... e la critica di Marx alla sua opera, XXV Congresso internazionale degli orientalisti, Mosca 1960, p. 8.Anti-Dhring, cit., in Werke, cit., vol. 20, p. 164; (trad. it. in Opere, cit., pp. 169-70)Ivi, p. 252; (trad. it. in Opere, cit., p. 260)."Tutti i popoli percorrono in sostanza lo stesso cammino [...] L'evoluzione della societ si configura come la sostituzione consecutiva, regolata da leggi, delle formazioni economico-sociali." O. Kuusinen (a cura di), Fundamentals of Marxism-Leninism, Lawrence & Wishart, p. 153, London 1961.Il timore di incoraggiare un "eccezionalismo asiatico", e di scoraggiare una ferma opposizione all'influenza imperialistica (occidentale),  stato un fattore potente, e forse decisivo, nell'abbandono da parte del movimento comunista internazionale, dopo il 1930, del "modo asiatico" marxiano. Cfr., la discussione di Leningrado del 1931, cos come  riferita, molto tendenziosamente, in K.A. Wittfogel, Asiatic Despotism, New Haven, Conn. 1957, pp. 402-04; (trad. it. Il dispotismo orientale, Vallecchi, Firenze 1968). Il Partito comunista cinese aveva imboccato indipendentemente la stessa strada alcuni anni prima. Per la posizione di questo partito cfr. Mao Tse-Tung, Scritti scelti, vol. 3, Edizioni Rinascita, Roma 1955, pp. 94-96.Per le discussioni sovietiche dell'inizio degli anni Cinquanta, si veda Voprosi Istorii, n. 6, 1953; n. 2, 1954; nn. 2, 4 e 5, 1955. Per il dibattito in Occidente sulla transizione dal feudalesimo, che in parte affronta temi analoghi, si veda The Transition from Feudalism to Capitalism, cit., e anche G. Lefebvre, in "La Panse", n. 65, 1956; G. Procacci, in "Societ", n. 1, 1955.Cfr. R. Guenther e G. Schrot, Problmes thoriques de la socit esclavagiste, in "Recherches Internationales  la lumire de marxisme", n. 2, Paris maggio-giugno 1957.Per esempio, E.M.S. Namboodiripad, The National Question in Kerala, Bombay 1952.D.D. Kosambi, An Introduction to the Study of Indian History, Bombay 1956, pp. 11-12.Cfr. "Recherches Internationales", cit., (1957), per una scelta di saggi.E. ukov, The Periodization of World History, International Historical Congress, Stockholm 1960: Rapports I, pp. 74-88, in particolare p. 77.Cfr. State and Revolution in Tudor and Stuart England, in "Communist Review", luglio 1948. Questa posizione, tuttavia, ha avuto sempre i suoi critici, specialmente J.J. Kuczynski, Geschichte d. Lage d. Arbeiter unter dem Kapitalismus, cit., vol. 22, capp. 1-2.Cfr. A. Bogdanov, Short Course of Economic Science, 1897, riveduto nel 1919, London 1927; e, in forma pi raffinata, K.A. Wittfogel, Geschichte der brgerlichen Gesellschaft, Wien 1924.O. Lattimore, Feudalism in History, in "Past and Present", n. 12, 1957.E. ukov, cit., p. 78.Cfr. The Transition from Feudalism to Capitalism, cit.Cfr. Zur Periodisierung des Feudalismus und Kapitalismus in der Geschichtlichen Entwicklung der U.S.S.R., Berlin 1952.ASIATICUS, Il modo di produzione Asiatico, in "Rinascita", Roma 5 ottobre 1963, p. 14."Recherches Internationales", n. 37 maggio-giugno 1963, che si occupa del feudalesimo, contiene alcuni contributi polemici importanti. Per la societ antica, cfr. il dibattito fra E. Welskopf, Die Produktion sverhltnisse im Alten Orient und in der griechisch rmischen Antike, Berlin 1957 e R. Guenther e G. Schrot, Zeitschrift fr Geschichtswissenschaft, 1957, e Wissenschaftliche Zeitschrift - Karl-Marx-Universitt, Leipzig 1963; per la societ orientale si veda F. Tkei, Sur le mode de production asiatique, Centre d'Etudes et de Recherches Marxistes, Paris 1964, ciclostilato.

Capitolo 8

B. Andras, Le Manifeste Communiste de Marx et Engels: Histoire et Bibliographie 1848-1918, Feltrinelli, Milano 1963.R. Michels, Die italienische Literatur ber den Marximus, in "Archiv fr Sozialwissenschaft und Sozialpolitik", 25, II, 1907, pp. 525-72.Neudrucke marxistischer Seltenheiten, Verlag Rudolf Liebing, Leipzig.Ancora alla fine degli anni Sessanta, l'edizione della RDT dei Werke, bench non evitasse di pubblicare queste opere, le dava alle stampe separatamente dalla serie principale e non come volumi numerati delle Opere.Le seguenti opere di Marx ed Engels erano citate testualmente in quel testo dall'inevitabile influenza: Anti-Dhring, Il capitale, Manifesto del partito comunista, la prefazione alla Critica dell'economia politica, Dialettica della natura, Feuerbach, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Miseria della filosofia, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, Lavoro salariato e capitale, e una o due lettere e prefazioni di Engels.

Capitolo 9

H. Trevor-Roper "Problems of Communism", V, in Marxism and the Study of History, 1956.M. Kaufmann, Utopias from Sir Thomas More to Karl Marx, 1879, p. 241."Nineteenth Century", aprile 1884, p. 639.W. Graham, The Social Problem, 1886, p. 423.M. Kaufmann, Socialism, 1874, p. 165.Cfr. il capitolo di Kaufmann in Subjects of the Day: Socialism, Labour and Capital (1890-1901), p. 44.J. Bonar, Philosophy and Political Economy, 1893, p. 354."National Review", 1931, p. 477.Report of the Industrial Remuneration Conference (1885), p. 344."Contemporary Socialism", 1884, ristampa di articoli precedenti.W.H. Dawson, German Socialism and Ferdinand Lassalle, Nabu Press, Charleston 1888, pp. 96-97.W. Graham, Socialism, Harvard Un. Press, Harvard 1890, p. 139.W. Cunningham, Politics and Economics, 1885, p. 102.Cunningham, The Progress of Socialism in England, "Contemporary Review", gennaio 1879, p. 247.J. Shield Nicholson, Principles of Political Economy, vol. I, 1893, p. 105; (trad. it. Principii di economia politica, Utet, Torino 1908).W. Smart, Factory Industry and Socialism (senza data), p. 1.M. Prothero, Political Economy, 1895, p. 43.H.S. Foxwell, The Economic Movement in England, "Quarterly Journal of Economics", 1888, pp. 89, 100.J. Shield Nicholson, cit., p. 370.T. Kirkup, A History of Socialism, 1900, p. 159.B. Bosanquet, The Philosophical Theory of the State, 1899, p. 28.J. Bonar, cit., p. 358.Ivi, p. 367.Toynbee era in disaccordo con l'idea di Marx che i signorotti fossero scomparsi dal 1760 (edizione del 1908, p. 38). Pareri successivi, tuttavia, propendevano per Marx, anzich per Toynbee.G. Unwin, Studies in Economic History, 1927, pp. XXIII, l XVI.R. Flint, Socialism, 1895, p. 138.ID., in "Athenaeum", 1887.Cfr. Capitalism and the Historians and critiques, di W.H. Chaloner e W.O. Henderson.C. Kaufmann, Utopias, cit., p. 225.C. Llewellyn-Smith, Economic Aspects of State Socialism, 1887, p. 77.J. Shield Nicholson, cit., p. 370.J.R. Tanner e F.S. Carey, Comments on the use of the Blue Books made by Karl Marx, nel capitolo XV del Capitale, "Cambridge Economic Club, May Term", 1885.C. Llewellyn-Smith, Two Lectures on the Books of Political Economy, London, Birmingham e Leicester 1888, p. 146.J.R. Tanner e F.S. Carey, cit., pp. 4, 12.Ivi, p. 12.H.S. Foxwell, cit., p. 99.R. Flint, Socialism, cit., p. 136.E.C.K. Gonner, Rodbertus, 1899.R. Flint, cit., p. 136."Economic Journal", V, p. 343.

Capitolo 10

Per delle citazioni inglesi a questo scopo, si veda E.J. Hobsbawm, Labouring Men, London 1964, pp. 241-42; (trad it. Studi di storia del movimento operaio, Einaudi, Torino 1972). Per un'autorevole opinione tedesca, si veda R. Stammler, Materialistische Geschichtsauffassung, in "Handwrterbuch der Staatswissenschaften" (2 ed., 1900).Cfr. E.J. Hobsbawm, cit., pp. 242-43.Per una buona indagine della letteratura disponibile, si veda la bibliografia di K. Diehl, Marx, in "Handwrterbuch der Staatswissenschaften" (2 ed., 1900).Andrebbe notato che la frase originale di Masaryk, che coni nel 1898, era "crisi nel marxismo"; ma nel corso del dibattito revisionista fu mutata molto presto in "crisi del marxismo" come notato subito da Labriola. Cfr. E. Santarelli, La revisione del marxismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1977, p. 310.In queste cifre non sono compresi i sindacati degli Stati Uniti, per i quali i primi dati sono del 1909. Cfr. W. Woytinsky, Die Welt in Zahlen, vol. 2, Berlin 1926, p. 102.E.J. Hobsbawm, La diffusione del marxismo, in "Studi Storici" XV, 1972, pp. 263-64.I maggiori esponenti della Fabian Society ruppero con la teoria marxista, che aveva in origine avuto un certo influsso nei piccoli circoli dell'ultrasinistra britannica, alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento. Tuttavia, i saggi fabiani che esponevano le idee del gruppo (1889) ancora mostrano una netta influenza marxista in alcune parti, in particolare il capitolo scritto da William Clarke.G.D.H. Cole, The World of Labour, London 1913, p. 167.A. Gramsci, La Rivoluzione contro il Capitale, in Scritti Giovanili, Einaudi, Torino 1958, p. 150.R. Pipes, La teoria dello sviluppo capitalistico in P.B. Struve, in Storia del marxismo contemporaneo, Istituto G. Feltrinelli, Milano 1973, p. 485.Su scala minore, l'emigrazione soprattutto politica di un piccolo gruppo di intellettuali dell'Europa orientale, uomini e donne, contribu a diffondere l'influenza marxista in Paesi altrimenti a essa indifferenti, ad esempio Charles Rappoport in Francia, Theodore Rothstein in Inghilterra. Cfr. G. Haupt, Le rle de l'exil dans la diffusion de l'image de l'intelligencija rvolutionnaire in "Cahiers du Monde Russe et Sovitique" XIX/3, 1978, pp. 235-50.R.T. Ely in The International Encyclopaedia of the Social Sciences, 1968.Cfr. E.J. Hobsbawm in "Studi Storici", 1974, pp. 251-52. I ruoli dei cavalieri del lavoro in Belgio, del marxista Daniel De Leon in Gran Bretagna e in seguito del gruppo (sindacalista rivoluzionario) Industrial Workers of the World in varie parti del globo sono noti.Vale tuttavia la pena di rilevare che la scuola di economisti britannici che tendeva a mostrare il maggior interesse per Marx negli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento era la minoranza sconfitta dalla parte sbagliata della famosa "battaglia dei metodi" (Methodenstreit); cfr.: J.A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, cit., in seguito largamente estromessi dalle cattedre economiche per diventare storici, riformatori sociali o funzionari governativi. Cambridge era dalla parte vincente.Si veda C. Charle, Les intellectuels en Europe au XIX sicle, essai d'histoire compar, Paris 1996, parte 2, pp. 143-311; ma per il predominio di intellettuali socialmente acritici, si veda W.J. Mommsen, Brgerliche Kultur und politische Ordnung: Knstler, Schriftsteller und Intellektuelle in der deutschen Geschichte 1830-1933, Frankfurt 2000, in particolare le pp.178-215, e C. Prochasson e A. Rasmussen, Au nom de la patrie: les intellectuels et la premire guerre mondiale (1910-1919), Paris 1996.Una simile stima  stata tentata da R. Michels, che nota la relativa ostilit (salvo che in Francia e in Italia) dei medici al socialismo in Europa occidentale, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, il Mulino, Bologna 1966, pp. 353-54.E.J. Hobsbawm, Labouring Men, cit., cap. 14.R. Michels, La sociologia, cit., pp. 99-100.Dei numerosi normaliens che divennero socialisti in questo periodo, l'unico guesdista di rilievo era Bracke-Desrousseaux, un illustre studioso di letteratura classica e traduttore di Marx. Cfr. H. Bourgin, De Jaurs a Lon Blum, Paris 1938.Il vecchio guesdista A. Zvas, in De l'Introduction du Marxisme en France, Paris 1947, osserva che la traduzione del libro primo del Capitale del 1872-75 " l'poque, passa  peu prs inaperue". A parte la pubblicazione nella rivista guesdista e in un libro di inchiesta borghese sul socialismo (1882, 1886), il Manifesto sembra sia stato pubblicato a s stante solo nel 1895 (e ristampato nel 1897) fino all'elaborata edizione universitaria del professor Charles Andler nel 1901. La prima pubblicazione separata della Guerra civile in Francia in quel Paese  del 1900, del 18 brumaio del 1891 e delle Lotte di classe in Francia del 1900. Un certo numero di traduzioni fu pubblicato nella seconda met degli anni Novanta: Miseria della filosofia (1896), Per la critica dell'economia politica (1899), Salario, prezzo e profitto (1899), Rivoluzione e controrivoluzione in Germania (1901).  significativo che i libri II e III del Capitale (pubblicati nel 1900-02) fossero stati tradotti non in Francia, ma in Belgio (Zvas, cit., capitolo X). Ben poco fu pubblicato tra il 1902 e il 1914.R. Michels, La sociologia, cit., p. 357-58.E.J. Hobsbawm, "Studi Storici", p. 245.R. Michels, Die deutsche Sozialdemokratie. Parteimitgliedschaft und soziale Zusammensetzung, in "Archiv fr Sozialwissenschaft und Sozialpolitik", n. 23, 1906, pp. 471-559.In pratica, non esiste corrispondenza tra Engels e i leader socialisti belgi di questo periodo; l'unica lettera a Van de Velde (1894)  in tono piuttosto formale.G.D.H. Cole, History of Socialist Thought, The Second International, vol. II, p. 650.Si veda M. van der Linden, (a cura di), Die Rezeption der Marxschen Theorie in den Nederlanden, Trier 1992, in particolare pp. 16 sgg., e i capitoli di H.M. Bock e H. Buiting.In Europa, il problema nazionale fu trascurato dai socialisti, marxisti compresi, sebbene evidentemente esistesse. Cos il partito laburista belga non prest attenzione al problema fiammingo, indubbiamente perch Gand era la sua roccaforte. La bibliografia di 48 pagine a corredo di Le Socialisme en Belgique (Paris 1903) non contiene alcuna sezione e addirittura nemmeno un titolo sulla questione. I movimenti nazional/regionalisti non solo erano considerati come principalmente borghesi o piccolo-borghesi, ma politicamente secondari.In Ungheria, nel 1910, il 22 per cento degli ebrei di sesso maschile, ossia tre volte la proporzione di qualunque altra religione, aveva ricevuto quattro anni di istruzione superiore; il 10 per cento, ossia due volte la proporzione di qualunque altra religione, aveva completato otto anni di istruzione superiore. V. Karady-I. Kemny, Les juifs dans la structure des classes en Hongrie, in "Actes de la Recherche en Sciences Sociales" 22, 1978, p. 35. Per i dati sulla popolazione ebraica tra fine Ottocento e inizi del Novecento,  sempre utile A. Ruppin, Gli ebrei d'oggi dall'aspetto sociale, a cura di D. Lattes e M. Beilinson, Bocca, Torino 1922.A Vienna il demagogico partito cristiano-sociale, che aveva conquistato la municipalit negli anni Novanta, era violentemente antisemita, sebbene il suo leader Lueger stesse attento a selezionare i suoi obiettivi: "Decido io chi  ebreo".R. Hunter, Socialists at Work, New York 1908.R. Michels, La sociologia, cit., p. 366.M. Adler, Der Sozialismus und die Intellektuellen; (trad. it. Il socialismo e gli intellettuali, De Donato, Bari 1974, p. 203).A.V. Peechonov-M. Aucouturier, Materialy dlya istorii russkoy intelligentsii, citato in L'intelligencija vue par les publicistes marxistes, in "Cahiers du Monde Russe et Sovitique", vol. XIX, 3, 1978, pp. 251-52.L. Trockij Intelligencija i sotsializm (1912), citato in M. Aucouturier, L'intelligencija, cit., p. 256.M. Aucouturier, ivi, p. 253 sgg.Bench il teorico e leader socialista pi originale, Dobrogeanu-Gherea (1855-1920), fosse un marxista-populista russo in esilio.Cfr. i due articoli su Socialism and Darwinism ristampati in "Neue Zeit", XVI, 1897-78, p. 709, nota 1. Si veda anche la voce K. Pearson nel Dictionary of Scientific Biography, X, New York 1974, p. 448.Cfr. Ein Schler Darwins als Verteidiger des Sozialismus, in "Neue Zeit", IX, 1891, p. 171 sgg.Cfr. G. von Below, in Die neuere historische Methode, in "Historische Zeitschrift", n. 81, 1898, p. 241: "Gli storici, salvo minime eccezioni, hanno respinto lo schema evoluzionistico hegeliano come qualsiasi altro rigido sistema dogmatico. Allo stesso modo essi non mostrano alcuna simpatia per lo schema evoluzionistico materialista".Essi avevano anche contribuito a convincere i principali esponenti della Fabian Society della validit dell'ortodossia economica, e per questo motivo la nuova London School of Economics, fondata dai fabiani negli anni Novanta, divenne una roccaforte e si oppose anche all'eterodossia non marxista.Entrambi avevano trattato questi argomenti fin dal 1870. Piuttosto curiosamente, il libro di Schffle Quintessenze der Sozialismus (pubblicato in origine nel 1874) fu considerato sostanzialmente come un'esposizione del socialismo e venne utilizzato fuori dalla Germania come un'introduzione a esso.Cfr. E. Gothein, Gesellschaft und Gesellschaftswissenschaft in "Hand-wrterbuch der Staatswissenschaften", 2 ed., p. 207; H. Becker e H. E. Barnes, Social Thought from Lore to Science, 3 ed., 1961, III, p. 1009: "Moltissimi accademici italiani sembrano identificare la sociologia con le dottrine del materialismo storico".E. Gothein, Handwrterbuch, cit.A. Small, Socialism in the light of social science, in "American Journal of Sociology", XVII, maggio 1912, pp. 809-10.H. Becker-H.E. Barnes, Social Thought, cit., p. 889; si veda anche F. Tnnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, 6-7 ed., 1926, pp. 55, 80-81, 163, 249; (trad. it. Comunit e societ, Edizioni di Comunit, Milano 1962).O. Hintze, ber individuelle und kollektivistische Geschichtsauffassung, in "Historische Zeitschrift", n. 78, 1897, p. 60.A. Labriola in "Historische Zeitschrift", n. 64, 1890, p. 258.Cfr. la nota sul positivista K. Breysig in "Historische Zeitschrift", n. 78, 1897, p. 522, e G. von Below, ivi, n. 65, 1891, p. 294.Die neue historische Methode, ivi, n. 81, 1898, pp. 265-56: Lamprecht "ha solennemente respinto l'accusa di materialismo.  vero che non  marxista, ma nessuno lo aveva accusato di esserlo. Tuttavia, la sua concezione della storia  materialistica. Certamente, egli non d a tutto delle motivazioni economiche, ma anche i marxisti non sostengono che i motivi economici abbiano dovunque effetti immediati: spesso essi vedono come motivi immediati quelli politici e religiosi".G. von Below, ivi, p. 262. Per quanto riguarda le influenze marxiane su Lamprecht si veda anche L. Leclre, La thorie historique de M. Karl Lamprecht, in "Revue de l'Universit de Bruxelles", IV, 1899, pp. 575-99.Per la critica di K. Kautsky, cfr. "Historische Zeitschrift", n. 79, 1897, p. 305. Tuttavia, le opere marxiste pi serie non erano rifiutate cos facilmente. Il giurista G. Jellinek elogi le pionieristiche ricerche di Bernstein sui Levellers e i Diggers in "Historische Zeitschrift" n. 81, 1898, p. 117 sgg., mentre Robert Phlmann, molto ostile al socialismo moderno e al comunismo, non pot non trattare il Tramonto della schiavit nel mondo antico di E. Ciccotti (1899) con rispetto, ammettendo il contributo dato dal marxismo a questo lavoro e riconoscendo che studi del genere facevano progredire lo studio dell'antichit. ("Historische Zeitschrift", n. 82, 1899, p. 110.) Phlmann scrisse diffusamente dell'antico socialismo e comunismo. Non sembra essere a conoscenza del marxismo nel 1893, ma nel 1897 ne era ben consapevole.B. Lyon, Henri Pirenne, Gand 1974, pp. 128 sgg.H. Pirenne, Une polmique historique en Allemagne, in "Revue Historique" LXIV, n. 2, 1897, pp. 50-57.Cfr. R.H. Tawney, (a cura di), Studies in Economic History, London 1927, pp. XXIII e LXVI.E.J. Hobsbawm, Karl Marx's Contribution to Historiography, in "Diogenes", n. 64, 1968.E. Klebs, in "Historische Zeitschrift", n. 82, 1899, pp. 106-09; A. Vierkandt, ivi, n. 84, 1900, pp. 467-8.I drammi di Hauptmann Die Weber e Florian Geyer erano apertamente impegnati sul piano sociopolitico e assai ammirati proprio in quanto tali.F. Mehring, Gesammelte Schriften und Aufstze, a cura di E. Fuchs, in Literaturgeschichte, Berlin 1930, vol. II, p. 107.Cfr. Was wollen die Modernen, von einem Modernen, 1893-94, pp. 132 gg. e 168 sgg.F. Mehring, Literaturgeschichte, cit., 1898-99, p. 298.Per le stesse ragioni non riusc mai a svilupparsi un'opera "popolare", nonostante alcuni tentativi in tal senso: il compositore d'opera "rivoluzionario" Gustave Charpentier, si ciment con un'eroina appartenente alla classe operaia (Louise, 1900); e certi elementi del verismo sono riscontrabili in alcune opere di questo periodo, ad esempio nella Cavalleria Rusticana di Mascagni.E.P. Thompson, William Morris, Romantic to Revolutionary London, 1955, nuova ed. 1977; P. Meier, La pense utopique de William Morris, Paris 1972.S. Merrill, citato in E.W. Herbert, The Artist and Social Reform: France and Belgium 1885-98, New Haven 1961, p. 100 nota.Tra gli abbonati alla rivista anarchica "La Rvolte" nel 1894 figuravano Daudet, Anatole France, Huysmans, Leconte de Lisle, Mallarm, Loti e gli esponenti dell'avanguardia teatrale Antoine e Lugn-Poe. Nessuna rivista socialista di quel tempo poteva vantare, fra i propri lettori, simili personalit. Ciononostante, anche un anarchico della prima ora come il poeta Gustave Kahn aveva profondo rispetto per Marx ed era a favore dell'unit di tutti gli uomini di sinistra. E.W. Herbert, The Artist and Social Reform, cit., pp. 21, 110-11.M. Ermers, Victor Adler, Wien 1932, pp. 236-37.H.-J. Steinberg, Sozialismus und deutsche Sozialdemokratie, Hanover 1967, pp. 132-25.C. Kohn, Karl Kraus, Stuttgart 1966, pp. 65-6.Per quanto riguarda l'anarchismo austro-tedesco si veda G. Botz-G. Brandstetter-M. Pollak, Im Schatten der Arbeiterbewegung, Wien 1977, pp. 35-83.R. Luxemburg, J'tais, je suis, je serai. Corrspondance 1914-1919, Paris 1977, pp. 306-07.Ivi, p. 307.L. Trockij, Letteratura e Rivoluzione, a cura di V. Strada, Einaudi, Torino 1973, p. 467.G. Plechanov, Kunst und Literatur, Berlin 1954, pp. 284-45.J.C. Holl, La jeune peinture contemporaine, Paris 1912, pp. 14-15.G. Plechanov, Kunst und Literatur, cit., pp. 292, 295.W. Morris, On Art and Socialism, a cura di Holbrook Jackson, 1946, p. 76.Morris partecip per la prima volta a un convegno socialista nel 1883 per discutere la costruzione di alloggi popolari."Considerando il rapporto esistente fra mondo moderno e arte, il nostro compito  oggi, e lo sar per molto tempo, non tanto quello di cercare di produrre "arte" in senso proprio, quanto piuttosto di sgombrare il campo in modo da dare all'arte tutte le sue opportunit", W. Morris, The Socialist Ideal, in Morris, cit., p. 323.

Capitolo 11

Per la situazione generale nel movimento comunista, si veda A. Agosti, Bandiere Rosse: Un profilo storico dei comunismi europei, Editori Riuniti, Roma 1999, pp. 35-40. Per le varie origini e formazioni ideologiche degli intellettuali comunisti occidentali, cfr. T. Kroll, Kommunistische Intellektuelle in Westeuropa, Kln-Weimar-Wien 2007, che mette a confronto Francia, Italia, Austria e Gran Bretagna negli anni 1945-56.Ad esempio, il 95 per cento dei membri del Partito comunista tedesco aveva soltanto un'istruzione elementare, l'1 per cento un'istruzione universitaria, H. Weber, Die Wandlung des deutschen Kommunismus, Frankfurt am Main 1969, vol. II, p. 29. Sulla condizione degli intellettuali in un partito meno proletario (e clandestino), si veda G. Amendola, Un'isola, Rizzoli, Milano 1980.For Peace and Plenty. Report of the Fifteenth Congress of the CPGB, London 1938, p. 135.  abbastanza provato che la composizione dei congressi non fosse dissimile da quella dal partito nella sua interezza. Cfr. K. Newton, The Sociology of British Communism, London 1969, pp. 6-7.Si veda G. Haupt, Emigration et diffusion des ides socialistes: l'exemple d'Anna Kuliscioff, in "Pluriel" n. 14, 1978, pp. 2-12.Maurice Dobb fu costretto a scrivere con l'aiuto di un traduttore la sua prima grande opera sull'economia sovietica Russian Economic Development since the Revolution, London 1928; (trad. it. Storia dell'economia sovietica, Editori Riuniti, Roma 1972).Fu il caso di personaggi come Karl Korsch, Walter Benjamin, Karl Polanyi, Norbert Elias e altri, sia marxisti che non.P. M. Sweezy, The Theory of Capitalist Development, New York 1942; (trad. it. La teoria dello sviluppo capitalistico, Boringhieri, Torino 1970)."Unter dem Banner des Marxismus" ("Pod znameniem marksisma"), l'unica pubblicazione che presentasse qualche somiglianza con una rivista internazionale di discussione teorica, cess le pubblicazioni verso la met degli anni Trenta, ed era andata in ogni caso sempre pi assimilandosi all'ortodossia sovietica; per di pi esisteva soltanto in tedesco e in russo.Cfr. la caratteristica casuistica di Radek: " forse necessario imparare dai grandi artisti, come Proust, l'abilit di schizzare, di delineare le pi piccole emozioni dell'uomo? Non  questo il problema. Il problema  stabilire se abbiamo una nostra strada da percorrere, e se questa strada ci debba essere indicata da esperimenti stranieri". K. Radek, Problems of Soviet Literature, Moskva 1935, p. 151.Per uno spaccato di questo tipo di letteratura, cfr. J. Lehmann, New Writing in Europe, London 1940.Uno schizzo efficace di quest'atmosfera politico-culturale  in J.M. Richards, Autobiography of an Unjust Fella, London 1980, pp. 119-20. (L'autore era direttore della britannica "Architectural Review".)Ad esempio la Artists' International Association in Britain diretta dai comunisti (1933-39) organizz mostre, generalmente intitolate "Artisti contro il fascismo e la guerra" o simili - di artisti accademici, costruttivisti, cubisti, surrealisti, realisti sociali e postimpressionisti, dell'arte tedesca del Novecento, di artisti francesi (Gromaire, Lger, Lhote, Zadkine) ecc., mentre i suoi militanti erano per lo pi realisti, ma influenzati dall'arte messicana (Rivera, Orozco) e americana (Gropper, Ben Shahn), pi che dai modelli sovietici. Cfr. T. Rickaby, The Artists' International, in "History Workshop", n. 6, autunno 1978, pp. 154-68.Cfr. S. Webb-B. Webb, Soviet Communism: a new civilisation, London, New York, Toronto 1935; (trad. it. Il comunismo sovietico: una nuova civilt, Einaudi, Torino 1950) e B. Webb, Our Partnership, London 1948, pp. 489-91.Assurdo non necessariamente dal punto di vista degli interessi statali dell'Urss, ma perch presupponeva che gli interessi del comunismo mondiale, e persino quelli dell'Urss, sarebbero stati meglio serviti imponendo in modo uniforme la nuova politica a tutti i partiti comunisti.A parte le simpatie naziste di un settore influente dell'opinione boera in Sudafrica.Tra l'altro, l'Asia meridionale e sudorientale furono le uniche regioni in cui il comunismo eterodosso si conquist una base di massa, in particolare a Ceylon.G. Lansbury, il leader del partito laburista britannico negli anni 1931-35, era un appassionato pacifista.P. Ory, Les collaborateurs 1940-1945, Paris 1976, pp. 135-36.Sulle posizioni politiche e l'accoglienza del marxismo da parte di questi scienziati si veda G. Werskey, The Visible College, London 1972; S. Zuckerman, From Apes to Warlords, London 1978; A. Brown, J.D. Bernal: the Sage of Science, Oxford 2005; S. Winchester, Bomb, Book and Compass: Joseph Needham and the Great Secrets of China, London 2008.Sotto l'occupazione tedesca, per, la letteratura resistette meglio alle lusinghe degli occupanti delle arti visive e soprattutto del mondo dello spettacolo. Cfr. H. Michel, The Shadow War: Resistance in Europe 1939-1945, London 1972, p. 141.Sull'indirizzo politico della sua rivista, "Scrutiny", cfr. F. Mulhern, The Moment of "Scrutiny", London 1979, parte II, cap. 2.Cfr. ad esempio A. Garosci, Gli intellettuali e la guerra di Spagna, Einaudi, Torino 1959.Cfr. la testimonianza della polizia fascista in G. Amendola, Un'isola, cit., pp. 96-97 (di lui si veda anche, per, Una scelta di vita, Rizzoli, Milano 1976), e P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Vol. III, Einaudi, Torino 1970, pp. 194-201, e T. Kroll, Kommunistische Intellektuelle, cit., pp. 361-66, 382-90 e 394-402.Cfr. A. Boyle, The Climate of Treason, London 1980, capitoli 1-4. Sulla "ribellione delle public schools" cfr. E. Romilly-G. Romilly, Out of Bounds, London 1935, e P. Toynbee, Friends Apart, London 1954; M. Carter, Anthony Blunt: His Lives, London 2001.S. Spender, Forward From Liberalism, London 1937.Per citare soltanto alcune famiglie che ebbero pi di un figlio avviato su questa strada: Edward Thompson (noto campione della libert indiana), E.F. Carritt (filosofo morale di Oxford), St. Loe Strachey (direttore dell'influente rivista "The Spectator").Chi scrive ha conosciuto studenti e studentesse comunisti strettamente imparentati a prestigiosi politici e magistrati conservatori. Cfr. T. Kroll, Kommunistische Intellektuelle, cit., pp. 511-3 e 525-33.Tra questi agrgs che riuscirono a imporsi da s, possiamo ricordare G. Cogniot e A. Parreaux, rispettivamente primo direttore e segretario della rivista "La Pense" e A. Soboul, lo storico della Rivoluzione francese.S. Samuels, The Left Book Club, in "Journal of Contemporary History"; J. Lewis, The Left Book Club, London 1970. Per delle cifre sul club desunte dai documenti dell'editore, cfr. R. Overy, The Morbid Age: Britain between the Wars, London 2009.Cfr. F. Newton, The Jazz Scene, Harmondsworth, 1961, capp. XIII, XIV, appendice 1.Sull'impatto degli anni Trenta su Hollywood, si veda l'eccellente scelta di trentacinque interviste di P. McGilligan e P. Buhle, (a cura di), Tender Comrades: A Backstory of the Hollywood Blacklist, New York 1997.Questo elenco sprezzante  in A.M. Schlesinger Jr (Harvard, Cambridge e poi nello staff di J.F. Kennedy), The Age of Roosevelt: The Politics of Upheaval, Boston 1960, p. 165.J. Fauvet, Histoire du Parti Communiste Franais, Paris 1964, vol. I, pp. 267-68.A. Kriegel, The French Communists, Chicago and London 1972, pp. 175-56.Prefazione all'edizione russa del Manifesto del partito comunista, in K. Marx-F. Engels, Werke, cit., vol. 19, p. 296; (trad. it. Einaudi, Torino 1998, p. 104).Il calcolo si basa su una bibliografia redatta nel 1955 dallo Historians' Group del Partito comunista inglese e comprende opere e traduzioni americane.Cfr. S. Macintyre, A Proletarian Science, Cambridge 1980, e R. Samuel, British Marxist Historians I in "New Left Review", n. 120, 1980, pp. 21-96.Prime fra tutte l'intenzionale sottovalutazione in Marx degli elementi hegeliani e l'eliminazione dalla sua analisi del concetto di "modo di produzione asiatico". Se queste revisioni fossero difendibili o no  questione che esula dagli scopi del presente capitolo.Cfr. K. Wittfogel, Oriental Despotism, Yale University Press, New Haven 1957, p. 401 sgg.; (trad. it. Il dispotismo orientale, Vallecchi, Firenze 1980).M. Shirokov e J. Lewis (a cura di), A Textbook of Marxist Philosophy, London senza data ma 1937, p. 183; I. Luppol, Diderot, Paris 1936.P. Anderson, Considerations on Western Marxism, London 1976; (trad. it. Il dibattito nel marxismo occidentale, Laterza, Bari 1977).C. Haden Guest (a cura di), David Guest: A Scientist Fights for Freedom. A Memoir, London 1939, p. 256.H. Lefebvre, Le nationalisme contre les nations, Paris 1937, p. 128. Effettivamente, in seguito l'autore avrebbe denunciato Bauer in termini pi ortodossi, ma in frasi indicate specificamente come "direttamente ispirate" dallo scritto di Stalin, Il marxismo e la questione nazionale (ivi, p. 225).Id., Le matrialisme dialectique, Paris 1939, pp. 62-64; (trad. it. Il materialismo dialettico, Einaudi, Torino 1975).Editi, entrambe postumi, rispettivamente a Parigi nel 1946 e a Londra nel 1939."La "philosophie" marxiste connat aussi une vogue singulire. Lorsqu'il crivait son Anti-Dhring, Engels cherchait avec soin tout ce qui, dans les sciences naturelles et dans la physique et la chimie nouvelles, paraissait rvler dans le monde de la nature cette mme "dialectique" que Marx et lui avaient applique  l'histoire et  l'volution sociale. Maintenant des savants, et mme des grands savants, leur rendent la pareille, en y dcouvrant la "philosophie" de leurs sciences particulires". (A. Rossi, Physiologie du Parti Communiste Franais, Paris 1948, p. 335. Il libro fu scritto nel 1942).Cfr. il saggio di E.H.S. Burhop in M. Goldsmith e A. Mackay (a cura di), The Science of Science, London 1964, p. 33.Si veda C.P. Snow in J. Raymond (a cura di), The Baldwin Age, London 1960, p. 248.J.B.S. Haldane, un biologo comunista di genio, riconosceva che il modo in cui Lenin considerava il tempo e lo spazio era incompatibile con la teoria della relativit, ma si consolava avendo saputo che Lenin aveva accettato la relativit, pur rifiutandone le interpretazioni idealistiche, in un articolo del 1922, del quale "non sono riuscito a trovare una traduzione" (The Marxist Philosophy and the Sciences, London 1938, p. 60). Haldane paragonava questo atteggiamento all'accettazione da parte di Lenin della nuova politica economica.Marx-Engels Archiv, vol. 2, Erlangen 1971, pp. 140-41. Rjazanov spiega che, a quel tempo, il partito socialdemocratico tedesco non aveva intrapreso la pubblicazione del manoscritto per consiglio (poco dopo la morte di Engels) di uno dei rari scienziati allora iscritti al partito che per, "convinto fautore dell'empirismo, era ostile alla dialettica". La stessa difesa che ne fa Rjazanov contro le accuse di obsolescenza  piuttosto cauta, e in effetti la prima edizione del manoscritto non avvenne nell'edizione delle opere (MEGA), ma nel Marx-Engels Archiv, riservato ai parerga pi che alle opere vere e proprie dei fondatori.Informazione personale.Ad esempio, J.B.S. Haldane, The Marxist Philosophy, cit., e A la lumire du marxisme, Paris 1936.C. Caudwell, The Crisis in Physics, London 1939, p. 60.Cfr. J.B.S. Haldane, A Dialectical Account of Evolution, in "Science and Society", I, n. 4, 1937, pp. 473-86.J. Needham, On Science and Social Change, in "Science and Society", X, n. 3, 1946, pp. 225-51 (scritto in Cina nel 1944). Needham, cristiano, marxista, embriologo, storico (dell'embriologia, della Rivoluzione inglese e della scienza e civilt in Cina), costante ricercatore di una concezione del mondo che fosse a un tempo scientifica e non galileiana,  un esempio particolarmente interessante di questo tipo di insoddisfazione per i modelli ottocenteschi.J.B.S. Haldane, A Dialectical Account of Evolution, in "Science & Society", vol. I, n. 4, 1937.C. Caudwell, The Crisis, cit., pp. 21-3.B. Hessen, The social and economic roots of Newton's Principia, in id., Science at the Crossroads, London 1931.Cfr. S. Zuckerman, From Apes to Warlords, London 1978, p. 394, Appendice, I, dove l'autore fornisce dettagli sui Tots and Quots.J.D. Bernal, The social Function of Science, London 1939.Intervista nel "New Statesman", 28 gennaio 1939.D. Caute, The Fellow Travellers: A Postscript to the Enlightenment, London 1973.B. Crick, George Orwell: A Life, London 1980, pp. 310-19, a proposito delle difficolt incontrate da Orwell per La fattoria degli animali. Si veda anche il rifiuto di Kingsley Martin, direttore del "New Statesman & Nation", di pubblicare gli articoli di Orwell a favore del Poum: "Perdere la guerra di Spagna era la cosa che mi preoccup di pi in tutta la mia vita [...] Entrambe le parti agirono con crudelt abominevole, ma io dovevo prendere la mia decisione riferendomi al mio pubblico, desideroso che una parte vincesse, piuttosto che l'altra" (citato da P. Johnson in "New Statesman", 5 dicembre 1980, p. 16).Arnold Zweig denunci uno dei primi processi-farsa gi nel 1930 (D. Caute, The Fellow Travellers, cit., p. 279).Citato in J. Rhle, Literatur und Revolution, Mnchen 1963, p. 136.Non sembra che nelle Brigate internazionali militassero molti intellettuali (tranne quelli che erano rivoluzionari di professione), anche se la loro presenza sembra sia stata particolarmente elevata tra gli americani e nel contingente ceco (cfr. A. Castells, Las Brigadas Internacionales de la guerra de Espaa, Barcelona 1974, pp. 68-69. Si veda anche N. Carroll, The Odyssey of the Abraham Lincoln Brigade: Americans in the Spanish Civil War, Stanford 1994; Rmy Skoutelsky, L'Espoir guidait leurs pas: les volontaires franais dans les Brigades Internationales, Paris 1998; R. Baxwell, Volunteers in the Spanish Civil War: the British Battalion in the International Brigades, 1936-1939, London 1994.Tra queste possiamo ricordare, in Francia, riviste quali "Commune (Revue littraire franaise pour la dfense de la culture)", "Europe", "La Pense" e, sulla base di un fronte popolare ancora pi allargato, il settimanale "Vendredi"; in Gran Bretagna, il Left Book Club, l'effimera "Left Review" (1934-38), il "Modern Quarterly" (1938-39) e (1945-53), e, durante e dopo la guerra, "Our Time"; negli Stati Uniti le pi longeve "New Masses", "Science and Society" (1936) e, per un periodo, "Partisan Review" (1934).Cfr. G. Dimitrov, La classe operaia contro il fascismo (rapporto al VII Congresso del Comintern): "Ci sono dei sapientoni che in tutto questo vedranno una deroga alla nostra posizione fondamentale, una specie di curva a destra della linea del bolscevismo [...] Non saremmo marxisti rivoluzionari, degni allievi di Marx, Engels, Lenin e Stalin, se non ricostruissimo le scelte politiche e tattiche sulla base del mutare delle situazioni e dei cambiamenti che avvengono all'interno del movimento operaio [...] Siamo nemici di tutti gli schemi precostituiti. Vogliamo tenere conto della situazione concreta in ciascun momento, in ciascun luogo, non agire sulla base di una forma fissa, stereotipata, in ogni e qualunque contesto".G. Dimitrov: "La salvezza finale non pu venire certo da questo governo (del fronte antifascista unito) [...] Di conseguenza  anche necessario prepararsi alla rivoluzione socialista: il potere sovietico, e soltanto il potere sovietico, pu portare alla salvezza".P. Togliatti, Opere, Editori Riuniti, Roma 1967-84, vol. 4, I, pp. 139-54.Per citare un eminente studioso dell'antichit classica, che ha dimenticato da tempo l'epoca in cui combatt nelle Brigate internazionali: "Forse (per qualcuno) la rivoluzione sociale era il paradiso immediato, ma era un paradiso per gli sciocchi: senza un esercito efficiente aveva i giorni contati. Coloro che lo volevano si rivelarono incapaci di fare il tipo di guerra che invece faceva Franco". B. Knox, Remembering Madrid, in "New York Review of Books", 6 novembre 1980, p. 34.Non crediamo di dover affrontare in questa sede le possibili critiche ai nuovi regimi socialisti.L'articolo di Jacques Duclos pubblicato nell'aprile del 1945 nei "Cahiers du Communisme" in cui si criticava lo scioglimento del partito comunista degli Stati Uniti, avvenuto nel 1944, fu considerato come espressione autorevole, e poco dopo il partito comunista statunitense venne infatti ricostituito.W. Leonhard, Child of the Revolution, London 1979, p. 208.E. Lustmann, Weg und Ziel: die Politik der sterreichischen Kommunisten, London 1943, p. 36. Dimitrov nel 1946, citato in F. Fejt, Histoire des dmocraties populaires, Paris 1969, I, p. 126; (trad. it. Storia delle democrazie popolari. L'era di Stalin, 1945-1952, Bompiani, Milano 1977).F. Claudin, La crise du mouvement communiste: du Komintern au Kominform, Paris 1972, p. 533; E. Reale, Avec Jacques Duclos au banc des accuss, Paris 1958, pp. 75-76."Essa conserva a ciascuna nazione, nell'ambito di questo schema, il diritto di determinare la forma di governo e di organizzazione sociale che desidera" (E. Browder, Teheran and America: Perspectives and Tasks, New York 1944, p. 14.Ivi, pp. 13-14.

Capitolo 12

A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di S. Caprioglio ed E. Fubini, Einaudi, Torino 1965.G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Bari 1995 (1966). I Quaderni del carcere di Gramsci sono stati tradotti in inglese e curati nella loro interezza da J.A. Buttigieg, New York 1992-97. L'intera corrispondenza, Letters from Prison, (a cura di) F. Rosengarten,  stata anche pubblicata in due volumi dalla Columbia University Press, New York 1993-94. Il punto di accesso pi conveniente alla sua opera in inglese  ancora Q. Hoare-G. Nowell-Smith (a cura di), Selections from the Prison Notebooks of Antonio Gramsci, London 1971. Si veda anche D. Forgacs, A Gramsci Reader: Selected Writings 1916-35; J. Martin (a cura di), Antonio Gramsci: Critical Assessments of Leading Political Philosophers, 4 voll., London e New York 2001, fornisce una serie di valutazioni sul suo pensiero. Pi recenti sono A. Showstack Sassoon, Gramsci and Contemporary Politics: Beyond Pessimism of the Intellect, London e New York 2000, e P. Ives, Language and Hegemony in Gramsci, London e Ann Arbor 2004.K. Marx, Per la critica dell'economia politica. Prefazione (in Appendice a K. Marx, Il capitale. Critica dell'economia politica, Utet, Torino 2009, libro I, appendice, p. 1012.A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. 3, Einaudi, Torino 1975, p. 1599.Ivi, p. 1568.Q. Hoare-G. Nowell-Smith, cit., p. XXIII.A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1752; cfr. anche p. 1561.Ivi, p. 1561.K. Marx, Il capitale, cit., p. 1013.A. Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 29.Id., Quaderni, cit., p. 1541.Id., Lettere dal carcere, Einaudi, Torino 1978, pp. 165-66.Id., Quaderni, cit., p. 2010.Id., Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 9.Id., Quaderni, cit., p. 1558.Cfr. Ivi, pp. 1632-35.Cfr. Ivi, Vol. 2, pp. 801-02.Cfr. Ivi, Vol. 3 pp. 1774-75.Ivi, p. 1624.Cfr. Ivi, p. 1752.Ivi, p. 1754.Ivi, p. 1055-56.

Capitolo 13

P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, "l'Unit", Roma 1988.A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. 3, Einaudi, Torino 1975, p. 1561.Q. Hoare-G. Nowell-Smith (a cura di), Selections from the Prison Notebooks of Antonio Gramsci, London 1971, p. 175.A. Bullock-O. Stallybrass (a cura di), The Fontana Dictionary of Modern Thought, London 1977.Q. Hoare-G. Nowell-Smith, cit.The 250 most-cited authors in the Arts and Humanities Citations Index, 1976-1983, in E. Garfield, Institute for Scientific Information, "Current Comments", n. 48, dicembre 1986.A. Gramsci, II materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 1948.L. Marks, The Modern Prince, London 1956.H.S. Hughes (a cura di), Consciousness and Society, New Brunswick, New Jersey 2002 (prima ed. 1961).J.M. Cammet, Antonio Gramsci and the Origins of Italian Communism, Stanford 1967.Q. Hoare-G. Nowell-Smith, cit.K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in K. Marx-F. Engels, Opere Complete, cit., vol. 11, p. 107.G.A. Williams, The Welsh in Their History, London 1982, p. 200 nota.G. Lichtheim, Marxism, London 1964, pp. 368-70. Cfr. dello stesso autore, Europe in the Twentieth Century, London 1972, pp. 44, 218-20.G.G. Iggers, Neue Geschichtswissenschaft, Mnchen 1978, p. 51.H. Abelove-B. Blackmor-P. Dimock-J. Schneer, (a cura di), Visions of History, New York 1983, p. 38.E.J. Hobsbawm, in "Societ", XVI, n. 3, p. 456.P. Burke, Culture in Early Modern Europe, London 1978.P. Burke, Revolution in Popular Culture, in R. Porter-M. Teich (a cura di), Revolution in History, Cambridge 1986, p. 211.

Capitolo 14

K. Marx, Tesi su Feuerbach, in K. Marx-F. Engels, Opere Complete, cit., vol. 5, p. 5.I soli Paesi industrialmente sviluppati che sono retti da regimi del genere non si sarebbero trovati in tale situazione, dopo la Seconda guerra mondiale, senza la dominazione russa.J. Rae, Contemporary Socialism, London 1884.Cfr. per esempio, di D. Bell la voce Socialism, in International Encyclopaedia of the Social Sciences, New York 1968.M. Dobb, Studies in the Development of Capitalism, London 1946; (trad. it. Problemi di storia del capitalismo, Roma, Editori Riuniti 1958).Cfr. The Transition from Feudalism to Capitalism, introduzione di R.H. Hilton, London 1954; (trad. it. a cura di G. Bolaffi, Roma 1977).Ivi, p. 41 nota.A. Gunder Frank, Capitalism and Underdevelopment in Latin America, New York 1967; (trad. it. Capitalismo e sottosviluppo in America latina, Einaudi, Torino 1969).I. Wallerstein, The Modern World-System, New York 1974 (trad. it. Il sistema mondiale dell'economia moderna, Il Mulino, Bologna 1978); per una prima critica della tesi di Frank, cfr. E. Laclau, Feudalism and Capitalism in Latin America, "New Left Review", n. 67, 1971.Tra gli autori importanti vale la pena di citare Eric Wolf, Teodor Shanin e Hamza Alavi. Per la riscoperta di ?ajanov (da parte di un marxista), cfr. D. Thorner, Peasant Economy as a Category in Economic History, Den Haag 1965, p. 287. Si veda anche, di ?ajanov, Viaggio di mio fratello Aleksej nel paese dell'utopia contadina, a cura di V. Strada, Einaudi, Torino 1976.Per un elenco di alcune di queste biblioteche, dei loro cataloghi e dei loro frequentatori, cfr. H. Francis, Survey of Miners' Institutes and Welfare Libraries, ottobre 1972-febbraio 1973, in "Llafur", I, n. 2, maggio 1973, pp. 55-64.L'evidente rinascita di alcuni partiti socialisti deboli o in profonda crisi, a partire dall'inizio degli anni Settanta, come in Francia, in Spagna o in Grecia, non deve fuorviare. Essi non hanno pi agito come partiti di massa a base proletaria, secondo linee tradizionali, ma come organismi in grado di mobilitare un elettorato socialmente eterogeneo, uniti principalmente dallo scontento verso i regimi conservatori esistenti, e dal desiderio di un complesso di riforme dello Stato, nell'economia e nella societ.H. Francis, Survey of Miners' Institutes, cit., p. 59.L'aneddoto  citato da R.A. Butler, The Art of Memory, London 1982, p. 79.Come si  visto, un vasto settore della "nuova sinistra", e comunque buona parte dei suoi membri interessatisi alla teoria marxista, era composta all'inizio da ex-comunisti (ortodossi o dissidenti) usciti o espulsi da partiti e gruppi formatisi nella tradizione bolscevica, o a essa comunque legati.G. Lichtheim, Marxism, cit., p. 393; P. Baran-P.M. Sweezy, Monopoly Capital, New York 1966, p. 3; (trad. it. Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1978, p. 5).Ci  vero non solo per certe sette o gruppi rivoluzionari, ma anche per alcuni piccoli partiti comunisti che si erano rinnovati, come quello svedese.G. Lichtheim, Marxism, cit., pp. 393-34.Ivi, p.394.Per un'utile discussione sullo sviluppo del termine "articolazione" nella teoria marxista a partire da Althusser, cfr. A. Foster-Carter, The Mode of Production Debate, in "New Left Review", n. 107, 1978, pp. 47-78.N. Poulantzas, The Capitalist State: a Reply to Miliband and Laclau, in "New Left Review", n. 95, 1976, pp. 65-66. I principali lavori di Poulantzas sono Political Power and Social Classes, London 1973; (trad. it. Potere politico e classi sociali, Editori Riuniti, Roma 1971); Fascism and Dictatorship, London 1974; (trad. it. Fascismo e dittatura, Jaca Book, Milano 1971); e Classes in Contemporary Capitalism, London 1975; (trad. it. Classi sociali e capitalismo oggi, Etas Libri, Milano 1975).Cfr. la critica, elegante ma spietata, portata ad Althusser dal punto di vista di un vecchio storico marxista: P. Vilar, Histoire marxiste, histoire en construction: essai de dialogue avec L. Althusser, in "Annales", n. 28, gennaio 1973, pp. 165-98.G.G. Iggers, Neue Geschichtswissenschaft, Mnchen 1978, p. 157.P.A. Samuelson, Economics, 1976, 10 ed., cap. 42.G.A. Cohen, Karl Marx' Theory of History: A Defence, Oxford 1978, p. IX.Un buon esempio in questo senso  offerto da O. Kuusinen (a cura di), Fundamentals of Marxism-Leninism, Moskva 1960, parte III e capitoli 22, 23.Un primo esempio in questo senso  offerto da O. Lange, Political Economy I: General Principles, Warszawa 1963, in cui il capitolo dedicato ai Principi della razionalit economica contiene un'appendice sui Fondamenti matematici della programmazione, che fa riferimento, tra gli altri, ai lavori di Frisch, Samuelson and Solow. Lange era un eminente professore socialista che aveva fatto ritorno in Polonia dopo la guerra.In gran parte dietro lo stimolo del libro di Piero Sraffa, The Production of Commodities by Means of Commodities; (trad. it. Produzioni di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino 1960), che port a una notevole discussione tra marxisti "ricardiani" e "non ricardiani".K. Marx, Per la critica dell'economia politica. Prefazione (in Appendice a K. Marx, Il capitale, cit., libro I, p. 1013).Questa frase  tratta da un saggio che si apre con le seguenti parole: "Questo libro  un lavoro di teoria marxista". (B. Hindess-P.Q. Hirst, Pre-Capitalist Modes of Production, London 1975.)Ci non vuol dire che le dottrine del marxismo "principale" siano per esteso pi vere di quelle del marxismo "alternativo": solo che sono pi vicine al pensiero di Marx.Per esempio, Il capitale finanziario di Hilferding e L'accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg, che si rifanno costantemente a Marx.La frase si trova in Stato e rivoluzione. Il fatto di fornire alle analisi degli anni Settanta e Ottanta del Novecento questa esile autorit testuale ha avuto come conseguenza che i leninisti ferventi si sono sentiti obbligati a sostenere che il capitalismo monopolistico di Stato era gi in pieno sviluppo durante e dopo la Prima guerra mondiale. Cfr. la voce Staatsmonopolistischer Kapitalismus, in Wrterbuch der marxistisch-leninistischen Soziologie, Berlin DDR 1977, p. 624 sgg.Da questo punto di vista, le discussioni circa la frattura tra il Marx giovane e il Marx maturo, note, nella formulazione dell'althusseriana "rupture pistmologique", e anticipate dalla riluttanza del comunismo sovietico ortodosso a riconoscere i Frhschriften come appartenenti a pieno titolo al corpo del marxismo, furono davvero importanti. Ci che  in questione non  se Marx abbia abbandonato l'eredit hegeliana o gli argomenti dei manoscritti parigini del 1843:  certo che non lo fece.  in questione, piuttosto, l'effetto derivato della combinazione di due modi del tutto opposti di immaginare il futuro.J.A. Schumpeter, History of Economic Analysis, cit., p. 573; (trad. it. Storia dell'analisi economica, cit., p. 538).P.M. Sweezy, The Theory of Capitalist Development, London 1946, p. VII; (trad. it. La teoria dello sviluppo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino 1982).Cfr. M. Desai, Marxian Economic Theory, London 1974, p. 6, buon esempio di lavoro destinato agli studenti da parte di un economista marxista: "Questo libro affronta l'economia marxiana come un programma di ricerca in corso, in cui restano da sciogliere una serie di questioni dubbie".Cfr. G. Lichtheim, On the Interpretation of Marx's Thought, in From Marx to Hegel, New York 1971, p. 69: "  chiaro che la sola "natura" presa in considerazione da Marx  quella dell'uomo, insieme con quella dell'ambiente che egli trasforma con la "sua attivit pratica". Il mondo esterno, in quanto esistente in s e per s,  irrilevante".Cfr., ad esempio, S. Timpanaro, Sul materialismo, Nistri-Lischi, Pisa 1975.

Capitolo 15

Quest'episodio  stato riferito da Norman Davis a un seminario alla British Academy sulla caduta del comunismo in Europa (15-16 ottobre 2009).J. Riordan, The Last British Comrade Trained in Moscow: The Higher Party School, 1961-1963, Socialist History Society, SHS Occasional Paper 23, 2007.F. Gilbert-S.R. Graubard (a cura di), Historical Studies Today, New York 1971, 1972.R. Evans, The Creighton Century: British Historians and Europe 1907-2007, in D. Bates, J. Wallis, J. Winters (a cura di), The Creighton Century 1907-2007, Institute of Historical Research, London 2009, p. 15.L'allargamento della prospettiva sociale dei modernisti ha prodotto un capolavoro storiografico, ma non prima degli anni 1998-2000: Hitler di I. Kershaw, in due volumi; (trad. it. Bompiani, Milano 1999-2001). Siamo ancora in attesa di un lavoro analogo sull'Urss di Stalin.R. Debray, Rvolution dans la rvolution, et autres essais, Paris 1967.Utilizzo il tasso di traduzioni e circolazione dei miei titoli come indicatore.Cfr. C. Trillin, Wall Street Smarts, in "International Herald Tribune", 15 settembre 2009, p. 6.

Capitolo 16

E. Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Laterza, Bari 1974.W. Sombart, Perch negli Stati Uniti non c' il socialismo?, Bruno Mondadori, Milano 2006.Pioniera della nuova moda fu la rivista statunitense "Forbes", che si definiva orgogliosamente "strumento capitalistico" gi negli anni Sessanta.F. Fukuyama, The End of History, in "The National Interest", estate 1989, p. 3.
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Date e fonti delle pubblicazioni originali.
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1. Marx oggi. Inedito nella forma attuale. Una breve versione della conversazione su cui  basato  stata pubblicata dal "New Statesman", 13 marzo 2006, E.J. Hobsbawm e J. Attali, The New Globalisation Guru? E.J. Hobsbawm 2006, 2010.
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2. Marx, Engels e il socialismo premarxiano. E.J. Hobsbawm (a cura di), The History of Marxism, vol. 1: Marxism in Marx's Day, Harvester Press, Brighton 1982, cap. 1. E.J. Hobsbawm 1982.
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3. Marx, Engels e la politica. E.J. Hobsbawm (a cura di), The History of Marxism, cit., cap. 8.
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4. Sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels. Introduzione a F. Engels, The Condition of the Working Class in England, Panther Books, London 1969. Introduzione E.J. Hobsbawm.
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5. Sul Manifesto del partito comunista. Prefazione a K. Marx-F. Engels, The Communist Manifesto: A Modern Edition, Verso, New York 1998, pp. 3-29. Prefazione E.J. Hobsbawm 1998.
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6. Scoprire i Grundrisse. Prefazione a Marcello Musto (a cura di), Karl Marx's Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy 50 Years Later, Routledge, New York 2008, pp. 20-24. Prefazione E.J. Hobsbawm 2008.
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7. Marx e le formazioni precapitalistiche. K. Marx, Pre-Capitalist Economic Formations (the Grundrisse), traduzione di J. Cohen, introduzione e a cura di E.J. Hobsbawm, Lawrence & Wishart, London 1964, pp. 9-65. E.J. Hobsbawm 1964.
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8. Le fortune degli scritti di Marx ed Engels. E.J. Hobsbawm (a cura di), The History of Marxism, cit., cap. 11.
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9. Il dottor Marx e i critici vittoriani. "The New Reasoner", n. 1, 1957. Pubblicato in E.J. Hobsbawm, Labouring Men, Weidenfeld & Nicolson, London 1964. E.J. Hobsbawm 1957.
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10. L'influenza del marxismo 1880-1914. Inedito in lingua inglese. Pubblicato in italiano in E.J. E.J. Hobsbawm-G. Haupt-F. Marek-E. Ragioneri-V. Strada-C. Vivanti (a cura di), Storia del Marxismo, vol. 2, Einaudi, Torino 1979. E.J. Hobsbawm 1979, 2008.
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11. Nell'epoca dell'antifascismo 1929-45. Inedito in lingua inglese. Pubblicato in italiano in E.J. Hobsbawm-G. Haupt-F. Marek-E. Ragioneri-V. Strada-C. Vivanti (a cura di), Storia del Marxismo, vol. 3, parte II, Einaudi, Torino 1979. E.J. Hobsbawm 1979, 2010.
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12 Gramsci. Inedito nella forma attuale. Una versione del presente saggio  stata pubblicata in A. Showstack Sassoon (a cura di), Approaches to Gramsci, Writers and Readers, London 1982. E.J. Hobsbawm 1982, 2008.
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13. La ricezione di Gramsci. Inedito in lingua inglese. Pubblicato in italiano come introduzione ad A.A. Santucci (a cura di), Gramsci in Europa e in America, Laterza, Bari 1995. Il libro  stato, in modo fuorviante, pubblicato a mio nome. E.J. Hobsbawm 1995, 2010.
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14. L'influenza del marxismo 1945-1983. Inedito in lingua inglese. Una versione in italiano, ampiamente riveduta per questo libro  apparsa con il titolo Il Marxismo oggi: un bilancio aperto, in E.J. Hobsbawm-G. Haupt-F. Marek-E. Ragioneri-V. Strada-C. Vivanti (a cura di), Storia del Marxismo, vol. 4, Einaudi, Torino 1982. E.J. Hobsbawm 1982, 2010.
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15. Il marxismo in recessione 1983-2000. Inedito. E.J. Hobsbawm 2010.
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16. Marx e il movimento operaio: il secolo lungo. Inedito in lingua inglese. Pubblicato in tedesco nel 2000. Questo saggio  stato riveduto per una conferenza tenuta nel 1999 all'International Meeting of Labour Historians, Linz. E.J. Hobsbawm 2000, 2010.
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FINE.